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Speciale.:
Tornare al Nucleare
Paolo Fornaciari: "Enrico Mattei tornerebbe subito al
nucleare"
Tornare al nucleare: in questi ultimi tempi, nel nostro Paese se
n’è parlato spesso. Il mondo politico si è fatto sentire e il Governo spera che
in questo modo si possa ridare fiato anche all’ambiente in un Paese dove i
combustibili fossili stanno seriamente minacciando la salute di molti. Si parla
di energie alternative possibili, di sfruttare sole, acqua e vento. Ma anche
questi doni della natura tendono ad esaurirsi. Quindi cosa fare? Un recente
sondaggio ISPO delinea un 54% degli italiani favorevole al nucleare.
Sull’argomento c’è molta confusione: la parola ‘nucleare’ evoca subito
Chernobyl, ci riporta al 26 aprile del 1986, quando il reattore n.4 di quella
centrale sovietica esplose. Il mondo cadde nel panico. Nell'emisfero nord del
pianeta, intere mandrie di animali vennero sistematicamente macellate, mentre in
Inghilterra si raccomandava di non bere il latte. In Italia non si mangiavano
più verdure, formaggi e i media informavano di tutti i pericoli che ci potevano
piovere addosso da quel terribile disastro. Dopo qualche anno, si cominciò a
parlare di tumori derivati da quell’esplosione. Ancora oggi Chernobyl è sinonimo
di morte. Ma pochi conoscono la storia ed i perché dell’accaduto, ma soprattutto
come funziona una centrale nucleare e come viene messa in sicurezza. A ragione,
sono molte le obiezioni e preoccupazioni da parte di coloro che non vogliono il
nucleare, per la paura della pericolosità degli impianti. Quindi, bisogna
prendere coscienza e informarsi. A tal proposito, abbiamo voluto incontrare
l’Ingegner Paolo Fornaciari, Presidente del CIRN, il Centro italiano per il
ritorno al Nucleare, uno dei massimi esponenti ed esperti in materia.
Ing. Fornaciari, la scelta dell’abbandono del nucleare da parte dell’Italia cosa
ha provocato?
“Un costo complessivo di 35 miliardi di euro, da quando il nostro Paese, sotto
l’onda emotiva di Chernobyl, con un referendum disse ‘No’ al nucleare. Uno
smantellamento dettato dalle scelte insensate e vandaliche dell’allora On.
Bersani, che decretò la morte delle centrali di Caorso e di Trino Vercellese,
forse per far piacere al suo amico sindaco di Piacenza: non c’era nessun bisogno
di farlo in maniera accelerata. A quei 35 miliardi vanno aggiunti altri 50
miliardi legati al fatto che, in questi anni, abbiamo dovuto comperare energia
dall’estero: dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia. Di nucleare non c’è
solo bisogno, ma necessità assoluta. Mi si dice: “Costa troppo”, “Ci vuole
troppo tempo”, “Non si può fare”. Tutte storie, non è vero. A Caorso e Trino
Vercellese sono stati fatti alcuni danni sulla parte convenzionale che non hanno
nulla a che fare con il nucleare. E la spesa per riattivarle sarebbe minima,
calcolabile intorno ai duecento milioni di euro. La politica ha giocato molto
sulle illusioni e sulle speranze della gente. Fortunatamente, questo Governo ha
cambiato idea completamente e le decisioni pubblicate sulla “Staffetta
Quotidiana” sono chiare ed evidenti: si tratta di ripartire di nuovo. E dobbiamo
farlo in fretta, perché andiamo incontro ad un periodo estremamente difficile,
così come aveva previsto King Hubbert, un geologo americano che, nel 1956, in un
rapporto che presentò alla riunione annuale dell’American Petroleum Institute,
disse che nei primi anni ’70 avremmo assistito a una crisi petrolifera negli
Stati Uniti e ad una di livello mondiale agli inizi del 2000. Hubbert fu
criticato pesantemente dall’industria petrolifera americana, che lo accusava di
essere un pessimista, una ‘Cassandra’. Ma Hubbert aveva pienamente ragione. Lo
stesso Enrico Mattei, con il quale ebbi il piacere e l’onore di lavorare e che
promosse e lanciò il nucleare in Italia, era a conoscenza della previsione di
Hubbert”.
Coincidenze strane per il ‘guru’ dell’energia petrolifera italiana?
“Strano è il fatto che nel giugno del ’56 viene pubblicato il rapporto - Hubbert,
quello che in sostanza prevedeva una crisi petrolifera imminente, mentre
nell’ottobre dello stesso anno, Mattei chiese ad Antonio Segni l’autorizzazione
per la costruzione della prima centrale nucleare in Italia, a Latina. Mattei era
uomo lungimirante, al contrario di alcuni nostri politici che si inventarono lo
smantellamento…”.
Lei parla di risultati e costi eccellenti per il nucleare, ma nell’immaginario
collettivo c’è la paura, il rischio, l’incertezza della popolazione che risiede
nei pressi di complessi industriali: in un calcolo di probabilità, quali sono i
rischi maggiori per l’uomo, ricordando quanto accaduto a Chernobyl?
“Io sono stato a Chernobyl, fui il primo italiano a visitare quella centrale.
Secondo me, quell’esplosione fu dovuta a due fattori: innanzitutto, era
sbagliato il progetto, come aveva già sostenuto lo stesso Prof. Amaldi,
collaboratore di Enrico Fermi, il quale dubitò sempre che si potesse mettere
assieme grafite e acqua, perché proprio questa combinazione avrebbe potuto
innescare un incidente. In secondo luogo, Chernobyl mancava di personale
qualificato per poter gestire una struttura come quella”.
La centrale di Latina è stata concepita in maniera differente?
“Latina era raffreddata a gas, non ad acqua. E proprio per questi motivi. Mentre
fu buona cosa non lavorare sul progetto “Ci.Re.Ne”, un reattore concepito a
Milano che usava vapore acqueo per il raffreddamento. Infatti, in un reattore
moderato a grafite, se lo si raffredda con il vapor d’acqua, nel momento in cui
viene a mancare il vapore la reattività aumenta e potrebbe innescare una
reazione pericolosa. Montalto di Castro ha invece tutt’altra storia: fu
trasformata da reattore nucleare a centrale a gas. Nessuno sapeva come si
potesse fare – mi disse un giorno Mario Silvestri – ma il governo De Mita ci
credette. Si è fatto del danno e una spesa enorme per niente. Oggi, secondo
valutazioni di consulenti esteri, in Italia ci vorrebbero cinque o sei nuove
centrali”.
Questo numero di centrali potrebbero far fronte al fabbisogno nazionale?
“Sì. Altrimenti l’alternativa sarebbe quella di costruire centrali in Albania,
in Slovenia o in Grecia. Ma, a questo punto, ritengo preferibile farle in casa
nostra, come tutti i Paesi hanno fatto. La Francia, addirittura, ne ha
cinquantasei, mica due…”.
Quindi, non abbiamo alternative?
“Nessuno scrive una riga per avvertire che stiamo andando incontro ad un
disastro. I grandi giornali nazionali, quelli economici, nessuno dice che, fra
pochi anni, c’è il rischio di una guerra per l’energia, che resta il motore di
tutto: senza di essa non potremmo vivere”.
Come il blackout che oscurò il nostro Pese nel 2003?
“Quel blackout è stato solo un primo pallido segnale…”.
Quali sarebbero le conseguenze fra quattro o cinque anni?
“Lo scenario prossimo venturo per il nostro pianeta non è roseo. I problemi più
grossi sono dovuti dalla mancanza di energia e di acqua potabile, di fronte ai
quali potrebbe esser già tardi cercare di fare qualcosa tra cinque anni. Bisogna
intervenire subito, fermando immediatamente (e mi pare che il governo Berlusconi
l’abbia capito) lo smantellamento di Caorso e Trino. Due centrali che, insieme,
potrebbero fornire energia sufficiente a tutta la città di Milano e a tutte le
industrie elettromeccaniche del bresciano. Dobbiamo inoltre utilizzare l’energia
che ci viene da Slovenia, Slovacchia e Grecia”.
Di quante centrali avrebbe bisogno il nostro Paese?
“Almeno sei: questo è il numero minimo per garantire una produzione sufficiente
di energia elettrica all’Italia fino al 2020. Il famoso piano di Carlo Donat
Cattin e quelli di altri che seguirono, già prevedevano, più o meno, uno
sviluppo del genere. Non erano progetti folli, ma legati alle reali necessità
contro le quali ci stiamo scontrando. Quindi, costruire sei centrali significa
farne una per ciascuno dei siti già autorizzati: Caorso, Trino, Latina,
Garigliano, Alto Lazio e il progetto unificato Trino 2, di cui sono stato
responsabile, all’epoca”.
Quali sono i tempi di realizzazione di una centrale?
“Se ci riferiamo ai recenti contratti di Francia e Finlandia, quattro o cinque
anni”.
Un tempo che permetterebbe la sopravvivenza, dopodiché arriverebbe la crisi?
“Non c’è dubbio. Bisogna intervenire: il mondo ha fame di energia, è un
grossissimo problema”.
Parliamo della qualità delle centrali esistenti nel mondo: è vero che si
dividono in quelle di serie A e di serie B? La cronaca più recente ci porta, con
il ricordo, a Tokio e alle centrali cinesi: esistono dei parametri standard e
forme di manutenzione periodica degli apparecchi che possano valere per tutti?
“Che ci siano criteri diversi è possibile, ma quelli fondamentali sono gli
stessi per tutti, quindi non credo che sia una questione di regolamenti. Ad
esempio, la centrale nucleare di Brown Ferry, in America, fermata venti anni fa
per un incendio, di recente è stata riavviata con successo. Poi c’è stata la
vicenda di un’altra centrale, in Armenia, rimasta ferma dodici anni in seguito a
un terremoto: fui proprio io a chiudere l’accordo con il Ministro dell’energia
armeno. Ebbene, è stata riavviata con successo e grandissima soddisfazione della
popolazione che, altrimenti, sarebbe rimasta al freddo e al buio. E’ quindi
possibile riprendere, dopo lunghi periodi di fermo, centrali nucleari inattive.
Caorso e Trino, che non hanno avuto né incendi, né terremoti, potrebbero essere
tranquillamente riavviate”.
E quella di Montalto?
“Nell’alto Lazio, la situazione è un po’ particolare, perché i lavori erano
quasi al termine. Fortunatamente, i danni sono stati provocati nella parte
convenzionale della centrale, cioè sulla turbina. Sarebbe stato tutto più
difficile se il danno fosse stato sulla parte nucleare…”.
Che percentuale di incidenti ha, oggi, una centrale nucleare di ultima
generazione?
“Si continua a parlare di generazioni, la terza, la quarta… Sono tutte storie:
quelle che abbiamo vanno benissimo. La Francia, cinquant’anni fa, decise di
costruire centrali nucleari e ne fece cinquantasei. Nessuna di loro, ad oggi, ha
avuto incidenti. Tutte continuano a lavorare con successo, fornendo addirittura
energia ai Paesi vicini, come anche il nostro”.
In conclusione: come vede il prossimo futuro?
“Sono ormai tanti anni che mi batto: prima di morire voglio vedere le nostre
centrali ripartire. Tra l’altro, non ha senso fare cinque o sei centrali nuove,
tenendo ferme quelle che abbiamo. Un segnale corretto, chiaro, alla popolazione,
può essere dato nel momento in cui Corso e Trino saranno riavviate: sarebbe un
evento fondamentale”.
Articolo di: Annalisa Giuseppetti (da www. laici.it)
Il governo Berlusconi propone il ritorno all'energia nucleare
in Italia.Un impegno importante per il futuro del paese legato a tante
problematiche sia ambientali sia culturali. Discutiamone insieme.
La produzione di energia rientra tra quelle materie con
carattere prevalentemente tecnico e l'informazione data dai mass media, anche
dai giornali più "seri", è molto approssimata. Se poi si parla di energia
nucleare la confusione è pressoché totale poiché alle difficoltà di spiegare una
tecnologia molto complessa si aggiunge anche una forte emotività, soprattutto da
parte di chi è contrario, che rende il dibattito confuso e contraddittorio.
Già dalle prime reazioni riscontrate dopo la dichiarazione del Ministro Scajola,
il quale ha proposto in tempi brevi il ritorno al nucleare, si comprende in che
stato confusionale si trova la comunicazione su questa materia. C'è chi parla di
tecnologia di "terza generazione", indicando tempi di realizzazione
corrispondenti, massimo 5 - 8 anni, e chi critica queste proposte anteponendo
argomenti che fanno riferimento alle tecnologie di "quarta generazione", come ha
fatto Emma Bonino che parla di tempi biblici e sposta il problema al 2020. E'
come parlare tra sordi poiché la differenza è abissale e il confronto è
impossibile. I cittadini naturalmente davanti a tanta contraddizione, su una
materia scientifica che a ragion di logica dovrebbe essere supportata da dati
certi, hanno una reazione di chiusura e di incertezza che li rende impotenti
mentre i più emozionabili prendono una posizione netta, a favore o contraria,
senza averne alcuna consapevolezza. Nasce così una specie di tifoseria di
"fedeli" che si contrappongono, come in una partita di calcio, tra chi è
contrario all’utilizzo dell'energia nucleare e tra chi è favorevole.
Quello che invece noi abbiamo bisogno, non è tanto infervorire gli animi dei
cittadini su una materia come questa, basti pensare che già il giorno dopo dalle
dichiarazioni del ministro Scajola, l'On. Alfiero Grandi di Sinistra
Democratica, ex sottosegretario all'Economia del governo Prodi, pensa già ad un
altro referendum antinuclearista, ma abbiamo bisogno piuttosto di una
informazione corretta sulla tecnologia nucleare, che svisceri tutte le
problematiche della materia, a partire dallo smaltimento delle scorie
radioattive, dalla sicurezza degli impianti e dal rapporto costi benefici.
Credo quindi che un dibattito sereno e competente su questo argomento sia molto
importante. Come credo sia importante smascherare quelle bugie che
consapevolmente o no alcuni personaggi che ricoprono responsabilità pubbliche
dicono sull'energia. Come ad esempio Ermete Realacci, ministro per l'Ambiente
del governo ombra del Pd, il quale, prendendo ad esempio gli USA, vorrebbe far
credere che le centrali nucleari non vengono più costruite perché non
convenienti dal punto di vista economico e che bisogna puntare sulle energie
rinnovabili: eolico, solare, idroelettrico. Ebbene Realacci dice semplicemente
delle bugie e sa bene di dirle! Basta guardare nella nostra Europa, le centrali
crescono continuamente di numero il prezzo dell'energia è molto più basso nei
paesi che hanno una percentuale di produzione nucleare più alta. La Francia né è
un esempio lampante. Produce il 78% dell'energia con il nucleare, non ha
dipendenza con i paesi produttori di gas e petrolio, problema sempre più
importante per gli anni a venire, ha risolto i problemi del fabbisogno
energetico interno contenendo i costi della bolletta di un terzo più bassi dei
nostri e addirittura è in grado di esportarla in Italia in quantità
considerevoli. Non a caso noi invece siamo la seconda nazione al mondo per
l’importazione di energia elettrica. Realacci come faccia a sostenere che
produrre energia con il nucleare è antieconomico proprio non riesco a capirlo e
sicuramente lo capirebbero ancor meno i francesi.
Giuseppe Gambioli
Segretario PRI Regione Marche
Ancona, 26/5/2008
Ritorno al nucleare: il caro petrolio dà ragione ai
repubblicani
Certo, i repubblicani possono essere soddisfatti! Nel 1987
furono i soli, con i liberali, a sostenere le ragioni dell'energia nucleare in
una campagna referendaria condotta sotto la spinta emotiva della tragedia di
Chernobyl.
Chi, tra noi, non ne conserva memoria? Chi non ricorda la fuga dalle
responsabilità che caratterizzò democristiani e comunisti, partiti nei quali
l'esigenza di vellicare gli umori dell'elettorato prevalse sull'esigenza di
tutelare gli interessi del Paese? Chi non ricorda il sostanziale isolamento
dell'allora ministro dell'Industria, il repubblicano Adolfo Battaglia, e gli
sforzi da lui compiuti per salvaguardare almeno un presidio destinato a
continuare la ricerca in un settore strategico? O degli scienziati e dei
ricercatori vicini al Pci, anch'essi isolati e impotenti di fronte alle "ragioni
della politica"?
Per anni, con l'ottusità che è propria di tanta parte della classe dirigente
italiana, si è pensato che aver chiuso i conti con il nucleare fosse stato per
l'Italia un affare. Il greggio era a buon mercato, la via maestra sembrava
tracciata per sempre. Certo, c'erano stati i costi altissimi sostenuti per la
chiusura e la riconversione delle centrali nucleari in attività o in
costruzione, ma erano stati archiviati rapidamente in un mondo in cui la
bolletta energetica era una voce marginale per i bilanci di imprese e famiglie.
Così come era stata archiviata la facile ironia del primo ministro francese
Rocard, che durante una visita in Italia ci aveva ringraziato per aver
contribuito - con i risultati del referendum - ad accrescere le esportazioni
francesi di energia.
E invece con l'abbandono del nucleare si è segnata un'altra tappa, forse
decisiva, verso il declino industriale del paese. E sono stati necessari il
barile di greggio sopra i cento dollari e una dipendenza dall'estero per le
forniture di petrolio e di gas che rischia di minare la stessa autonomia del
Paese sul piano internazionale, perché il clima cambiasse. Al Pri che già da
alcuni anni sta rilanciando con forza l'esigenza di un ritorno al nucleare, si
sono affiancati prima Pierferdinando Casini - che ne sta facendo un tema
centrale della sua campagna elettorale - e ora Silvio Berlusconi, per il quale
non c'è alternativa a questa scelta. Sarebbe di sicuro un fatto positivo se
anche Walter Veltroni prendesse finalmente posizione su un tema scomodo,
segnando così una rottura vera e definitiva sia con la sinistra radicale, sia
con il governo Prodi, per il quale il ritorno al nucleare era un argomento tabù
("per ora non attuale", aveva dichiarato il presidente del Consiglio, allora
solidamente in carica, mentre il prezzo del greggio si impennava e la bolletta
energetica puntava verso l'alto).
A noi repubblicani resta la soddisfazione di aver visto lontano. E una
curiosità: ci sarà, prima o poi, qualcuno chiamato a pagare per i disastri di
questi anni, per la superficialità con cui il Paese è stato respinto indietro in
un settore nel quale era all'avanguardia ed i cittadini sono stati costretti a
pagarne il conto?
di Italico Santoro
Roma, 3 marzo 2008
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