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Ma sì, facciamo scendere l’età pensionabile...
Ma sì, facciamo scendere l’età pensionabile, seguiamo la via governativa così brillantemente sintetizzata dal ministro del lavoro, Damiano. I soldi per pagare questa roba li prendiamo da quelli che i lavoratori perderanno con il trasferimento del tfr, complice il governo stesso che avendo alle spalle il primo gennaio, e mancando d’eseguire quel che esso stesso ha voluto, ancora non ha diffuso i moduli per l’opzione. Non basteranno, quindi aumenteremo il prelievo fiscale e previdenziale in capo a chi lavora, così alimentando la cassa con la quale far riprendere vigore alla spesa pubblica. Non, si badi bene, a quella che la retorica definisce per investimenti ed innovazione, ma a quella concreta, quella che porta favori corporativi e vantaggi elettorali, quella corrente.
Il tavolo apparecchiato per i sindacalisti, a Palazzo Chigi, teneva nel menù la controriforma delle pensioni e la cogestione nella riforma del pubblico impiego. Noi che criticammo per timidezza la riforma Maroni, che avremmo preferito non si adottassero scelte postdatate (anche se la ragione tecnica era proprio interna alla riforma Dini, allora votata dalla sinistra), guardiamo con orrore a chi oggi considera quelle scelte troppo severe, dimenticando che se c’è uno “scalone” nel 2008 è anche perché non vi sono stati gradini nel frattempo, che, quindi, non c’è un’ingiustizia a quella data, ma una mancata progressione nell’innalzamento dell’età pensionabile negli anni precedenti. Ed a questo si aggiunge che volendo far entrare la bandiera dell’efficienza, quindi della valutazione di produttività sui lavoratori pubblici, la si accompagna con il suo esatto opposto, ovvero la contrattazione preventiva, con i sindacati, sull’organizzazione di quegli stessi uffici.
Nel mentre i migliori governi della sinistra europea, a cominciare da quello inglese di Blair, hanno da tempo capito che le politiche di giustizia sociale richiedono un indispensabile recupero di produttività, e che i diritti del cittadino necessitano trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione, nel mentre l’Europa che riprende il cammino dello sviluppo cerca di abbassare la pressione fiscale, ridando vigore ai consumi e libertà di scelta a chi produce reddito, da noi sembra quasi si vada in direzione opposta. Tutto perché è indispensabile portare a casa il consenso di un sindacato che oggi, non a caso, rappresenta più i pensionati che i lavoratori.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
Dopo la bocciatura del testo Pecorella/Passo indietro nella riforma del processo
Poche garanzie non assicurano sentenze "giuste"
Bisognerà leggere le motivazioni della decisione della Corte Costituzionale di bocciare parzialmente la cosiddetta "legge Pecorella", proprio là dove aveva maggiormente contribuito a rafforzare il sistema accusatorio, posto alla base di tutti gli ordinamenti giuridici di stampo democratico - liberale e su cui si fonda il processo penale italiano.
La legge 46/06, "Modifiche al codice di procedura penale in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento", ha codificato, infatti, nel novellato art. 533 del codice di procedura penale il principio fondamentale degli ordinamenti giuridici liberali, già valorizzato dalla Corte di Cassazione e dalla migliore dottrina, ovvero che il Giudice deve pronunciare una sentenza di condanna solamente nel caso in cui la colpevolezza dell'imputato sia provata al di là di ogni ragionevole dubbio.
Partendo da questo presupposto, che è il reale cuore pulsante dell'intera riforma, il Legislatore aveva sancito l'impossibilità per il Pubblico Ministero e la parte civile di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, al fine di impedire un'inutile duplicazione di un giudizio fondato su fatti già oggetto di accertamento nel corso del processo di primo grado, sede naturale in cui la prova deve formarsi nel contraddittorio orale e paritario tra accusa e difesa, conclusosi con una sentenza di proscioglimento. Di conseguenza, l'appello da parte del Pubblico Ministero era consentito solo nel caso di emergenza di nuove prove decisive dopo la sentenza di primo grado, mentre era sempre consentito il ricorso in Cassazione all'organo dell'accusa, e quindi anche in assenza di nuove prove successive alla conclusione del processo di primo grado, per consentire il controllo sulla conforme applicazione della legge ai fatti accertati nel corso del processo. La stretta connessione tra la regola di valutazione cui deve attenersi il Giudice, ovvero che la colpevolezza dell'imputato deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio e che, in caso contrario, non può che essere pronunciata una sentenza di proscioglimento garantita dal rischio di un ribaltamento ingiustificato in quanto derivante da un giudizio d'appello disancorato dal requisito costituzionale dell'oralità e fondato su un'identica valutazione di merito alla cui base vi sono però solo carte scritte, è di tutta evidenza ed è un principio fondamentale cui deve ispirarsi il giusto processo, che si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo, imparziale e ancorato alla presunzione di innocenza, quale quello previsto dalla nostra Costituzione.
Bisognerà, a maggior ragione, leggere le motivazioni in quanto ad oggi (per chi scrive) l'ufficio stampa della Corte Costituzionale, con una nota stringata, ha comunicato solamente che i Giudici delle leggi hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale della parte della novella che impediva al Pubblico Ministero di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento nonché della norma transitoria che prevedeva l'inammissibilità dell'appello contro una sentenza di proscioglimento da parte del Pubblico Ministero, anche se precedente all'entrata in vigore della riforma, mentre hanno dichiarato inammissibile la medesima questione di illegittimità costituzionale, però riferita all'appello della parte civile contro le sentenze di proscioglimento.
Non è la prima volta che la Corte costituzionale, piegandosi alle doglianze di alcune parti politiche, tra le quali il sindacato dei magistrati (ANM), dichiara costituzionalmente illegittime delle norme del codice di procedura penale in realtà espressione di laicità e democrazia giuridica perché finalizzate allo sdoganamento del nostro processo penale da retaggi di stampo inquisitorio; come non ricordare, infatti, la posizione più volte espressa dalla Consulta sull'art. 513 del codice di procedura penale, in particolare con riferimento ai reiterati tentativi di "azzoppare" il contraddittorio processuale consentendo che dichiarazioni eteroaccusatorie rese dai coimputati (i "pentiti") nel corso delle indagini preliminari e quindi nella fase procedimentale più povera di garanzie per l'imputato, potessero essere utilizzate dal giudice per la propria decisione?
Allora un ruolo centrale lo ebbe il Parlamento che sopperì alle decisioni troppo "politiche" della Consulta ripristinando il proprio primato di Legislatore e decidendo la felice riforma dell'articolo 111 della Costituzione, nonché la promulgazione della Legge 63/01, cosiddetta "di attuazione dell'art. 111 della Costituzione", che resistette poi spavaldamente al successivo vaglio davanti alla Corte Costituzionale. Ed ora, come allora, è auspicabile che il Parlamento recuperi un principio di civiltà giuridica senza piegarsi ai diktat provenienti da alcune parti politiche, legate ad una desueta, in quanto inquisitoria ed autoritaria, concezione della giustizia penale, al fine di garantire al cittadino, coinvolto in quel dramma umano che è il processo penale, di avere un processo giusto senza essere alla mercé di chi lo accusa nuovamente dopo non essere riuscito ad ottenere un giudizio di colpevolezza nel corso del giudizio di primo grado. Del resto, ma questo è un dato di comune esperienza in quanto da tempo riconosciuto in tutti gli ordinamenti giuridici di stampo democratico-liberale, non è certo diminuendo le garanzie che il processo penale può concludersi con una sentenza "giusta", in quanto frutto di un corretto accertamento dei fatti e della legittima applicazione delle norme.
di Guido Camera*
Articoli tratti da "www.pri.it"
*eletto nel Consiglio di Zona 1 a Milano
I senatori Rossi e Turigliatto vivono i loro...
I senatori Rossi e Turigliatto vivono i loro giorni di fama, se non proprio di gloria. Di loro non si erano accorte le cronache politiche, così come di tanti altri loro colleghi. La loro posizione va presa in seria considerazione, perché pone un problema politico che attiene alle radici stesse di questa sbilenca e smandrappata seconda Repubblica. Non è facile, per esempio, rispondere a questa domanda: sono dei coerenti idealisti o dei traditori?
Una come la senatrice Franca Rame, ad esempio, dopo avere dato del bugiardo a Fassino ed avere accomunato a questa sua qualità i dirigenti dei
ds, dopo avere espresso giudizi non propriamente lusinghieri su Parisi, dopo avere detto di essere contraria all’allargamento della base di Vicenza e favorevole al ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, ha infine votato a favore dei lavori nella base, della permanenza delle truppe, della politica di
D’Alema e Fassino, e del ministro Parisi, perché votando a favore di tutto questo intendeva esprimersi contro le destre. Una logica, come si vede, che richiede una certa applicazione per potere essere compresa.
Diliberto e Giordano, segretari dei comunisti italiani e dei rifondatori comunisti, sono andati a Vicenza per manifestare contro la base, contro le truppe italiane in zone di guerra, quindi contro la politica estera del governo Prodi, così come lo stesso Prodi aveva opportunamente chiarito. Ora gli stessi due si scagliano contro i compagni senatori che hanno posto il loro voto in coerenza con quella manifestazione.
Tutto questo appare folle (e forse lo è per davvero) se non si tiene conto di due opposte coerenze: quella con il mandato, ricevuto dagli elettori, di tenere in piedi un governo di sinistra e contro le destre e quella alle tesi, raccontate agli elettori, circa i temi della pace e dell’antiamericanismo. Tutte e due queste coerenze non possono essere praticate, giacché sono incompatibili. Ed è proprio questa la cosa significativa, capace, da sé sola, di raccontare il corredo genetico del bipolarismo italiano che, per reggersi in piedi, ha bisogno che si schierino unite forze politiche e tradizioni culturali (si fa per dire) tra loro del tutto diverse ed opposte. Una simile formula funziona solo se (come nel caso degli Stati Uniti) il risultato elettorale consegna poi al vincitore (singolare, non ad una coalizione) il significativo potere di affrancarsi dalle contraddizioni. In caso alternativo occorre che, come nella Germania delle scorse elezioni, sia la responsabilità politica ad isolare gli estremisti, anche a costo della sconfitta. Dove, come da noi, non si verificano nessuna di queste due condizioni il risultato è quello di coalizioni rabberciate e contraddittorie, capaci di durare solo a patto di non governare.
La coalizione capitanata da Prodi raggiunge l’estrema maturazione di questo malo frutto: non ha governato, ma nemmeno è durata. Può darsi rinasca, ma non sarebbe accanimento terapeutico, bensì incoscienza politica.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
Se al posto di Prodi ci fosse stato Berlusconi...
Fino ad oggi l’atteggiamento del presidente della Repubblica non era dispiaciuto ai più. Anche se con cinquant’anni di ritardo per i fatti d’Ungheria e con sessant’anni per le Foibe, era parso a molti che Giorgio Napolitano stesse interpretando con grande equidistanza il proprio ruolo di Garante della Costituzione. Con la decisione di rinviare sic et simpliciter il governo Prodi alle Camere, però, Napolitano ha tolto la maschera e ha ricordato a se stesso e a tutti noi le radici del suo pensiero e del suo agire. Certo è che un comunista al Quirinale è il miglior viatico per evitare alla sinistra di ridare la parola agli elettori. Certo è infatti, che se al posto del sig. Prodi ci fosse stato, chessò, Berlusconi, la decisione del Capo dello Stato sarebbe stata di tutt’altra pasta. Lo si è detto per mesi della vergognosa e autoritaria decisione della sinistra di occupare tutte le principali cariche dello Stato. Potevano arrivare tempi bui per la sinistra; sono arrivati, ma gli uomini sapientemente inseriti nei gangli del procedimento democratico non hanno tradito le loro origini e i loro méntori e hanno impersonato al meglio il ruolo per cui erano stati eletti a quegli scranni. C’è puzza di regime e soprattutto di negazione della sovranità popolare. In fin dei conti chissenefrega se D’Alema aveva detto: «O passa la mozione o si va tutti a casa - con l’aggiunta personale - io, comunque vada, in caso di bocciatura mi dimetto». Ora racconteranno al Paese che sono più forti di prima. All’euforia del primo giorno si sostituiscono angoscia e preoccupazione. Oggi assistiamo al commissariamento della democrazia repubblicana, al golpe bianco (ma sempre golpe è!).
Articolo tratto da "www.ilgiornale.it
Il Paese del «non farlo più»
Leggendo l’intervista all’ispettore capo Giuseppe Coco, collega di Raciti, apparsa su La Stampa del 16 febbraio, credo di aver finalmente capito perché la sorte dell’ortografia nelle nostre scuole è oggi così miserevole.
L’ispettore dice che «questo non è un Paese serio» e che il nostro è uno Stato «di cinici e buffoni»; e fin qui, d’accordo, poteva essere il sacrosanto sfogo di un giusto dolore. Ma poi Coco continua, rivelando che i poliziotti sono «un esercito con le armi spuntate»: non possono usare gli idranti contro gli ultras e devono incassare gli insulti più sanguinosi perché il reato di oltraggio al pubblico ufficiale non è più perseguibile d’ufficio.
Confesso che qui sono caduta dalle nuvole. Non sapevo nulla di tutto ciò. Ma come? L’Italia vuole dunque una polizia che non faccia la polizia sul serio, che mantenga l’ordine, sì, ma fino a un certo punto? È qui che ho capito: a scuola sta succedendo la stessa cosa.
Da alcuni anni mi chiedo: ma come mai i ragazzi oggi arrivano al liceo, E poi all’università, infarcendo serenamente di orripilanti errori ortografici i loro scritti? Perché scrivono tacquino anziché taccuino, c’è né anziché ce n’è, scieliere e magnoglia? Possibile che non gli abbiamo insegnato niente? Possibile, certo. Ma forse c’è una spiegazione diversa: gli insegnanti hanno sì insegnato le regole ortografiche e forse hanno anche diligentemente e per anni corretto gli errori con la loro mitica matita rossa e blu, ma senza mai sanzionare veramente nulla, senza dare un bel due o un bel quattro, o senza poi far media con quei votacci, arrivando a rimandare e bocciare. Col risultato che gli errori sono sempre risultati innocenti, non passibili di alcuna pena e dunque irrilevanti. Il messaggio finale è questa perpetua irrilevanza degli errori. È come se dicessimo: sì, caro ragazzo, hai sbagliato, ma non importa, sono solo errori formali, non è grave, non farlo più. È su questo benevolo e paterno o materno «non farlo più» che sta crollando la formazione dei nostri cari ragazzi. Abbiamo anche noi le armi spuntate. Con la differenza che, forse, ce le siamo autospuntate da noi. Forse non crediamo seriamente al nostro ruolo, non vogliamo andare fino in fondo, non desideriamo trovarci davanti alle conseguenze di un gesto. Ci sembrerebbe di esagerare, e ci raccontiamo che in fondo le cose importanti sono altre. Sono sempre altre, quali non si sa. Anche come genitori oggi pensiamo che sia bene arrivare solo a un certo punto: rimproverare, guidare, ma poi lasciar correre. Meglio essere amici dei nostri figli, dare una bella pacca sulle spalle e lanciare il nostro rassicurante: non farlo più.
Se ora veniamo al presente dibattito sui Dico, il quadro si completa. Quel che ci disturba oggi è che la Chiesa esprima con tanta veemenza e con frequenza pressoché quotidiana il suo totale disaccordo. Va bene, possiamo a nostra volta non essere in sintonia con le sue posizioni. Ma dovremmo accettare che lei, la Chiesa, stia facendo la Chiesa: che dica, cioè, quel che deve dire, in totale coerenza con la sua sostanza dottrinaria. Anzi, dovremmo ammirare molto il fatto che sia ormai rimasta l’unica a essere così salda e imperturbabile, a fare da scoglio immoto alle onde delle nostre pur lecite tempeste. Così come dovremmo ammirare che le forze dell’ordine vogliano essere messe in grado di fare il loro mestiere, anziché essere ostacolate in ogni modo dalle preoccupazioni della politica.
E così, insomma, mi sembra di vivere in un Paese ben strano, dove si vuole che nessuno faccia più la sua parte: la scuola non deve fare la scuola, la polizia non deve fare la polizia, i genitori non devono fare i genitori e la Chiesa non deve fare la Chiesa. D’altronde, chi ce lo fa fare? La verità è che, se andassimo fino in fondo, creeremmo un enorme disturbo: procureremmo dolore a tutti, ai nostri allievi e ai nostri figli, ai tifosi del calcio e ai nostri elettori. Meglio lasciar perdere. Per amore di pace o di consenso, lasciamo le cose a metà. Un po’ facciamo sul serio e un po’ no. Ci barcameniamo. Sorvoliamo. Siamo adulti sorvolanti e leggeri: tanti variopinti deltaplani che punteggiano un bel cielo azzurro domenicale.
Paola Mastrocola
Articolo tratto da "La Stampa"
I DUE GIUSEPPE, FRATELLI, RIVALI...
C’è un quadretto, ancora abbastanza diffuso nei circoli repubblicani di Forlì, Ravenna, Carrara, Roma, insomma dove ancora esiste l’etica repubblicana: rappresenta Giuseppe Garibaldi, in abito marinaro, mentre stringe la mano a Giuseppe Mazzini, il quale, con l’indice della mano sinistra levato, addita un’immagine della Repubblica.
Giuseppe Garibaldi si pone la mano sinistra sul petto, nel tipico atteggiamento di chi si sottopone a giuramento.
Altri giovani uomini assistono, visibilmente impressionati ed emotivamente coinvolti, alla scena dell’incontro; Mazzini, vestito in nero ed accigliato, Garibaldi con l’ampia capigliatura fulva sciolta sulle spalle.
In risposta alla perorazione di Mazzini ( siamo a Marsiglia, nel 1833, nella sede della Giovine Italia), Garibaldi risponde: “ Sono pronto, fratello, a liberare l’Italia dal dominio straniero e farla una e repubblica. Ditemi solo dove… quando… come…”.
“Ora!” è la risposta di Giuseppe Mazzini.
“Sempre!” rispondono gli altri giovani lì presenti in coro.
Garibaldi aveva solo 13 anni, durante i moti del 1821, e bastò solo un viaggio a Roma con il padre nel 1825, per suscitare in lui la profonda emozione, l’idea forza del Risorgimento, che tanto potentemente agì in tutte le sue vicende. Poi lo sdegno per le crudeli repressioni nel 1831.
Le sanguinose repressioni dei Savoia nel 1833 lo fanno diventare un condannato a morte come “ bandito di primo catalogo” e lo costringono a riparare a Marsiglia.
Garibaldi era venuto a sapere della Giovine Italia nella tarda primavera di quello stesso anno, poco prima dell’imbarco come sotto ufficiale di Marina Mercantile verso il Mar Nero nel brigantino Clorinda, da un tale, certo Cuneo, che ne propagandava i postulati, ed esattamente mentre davanti ad una brocca di vino in una taverna genovese conversavano con altri marinai.
Rientrato a Marsiglia da quel viaggio per mare, Giuseppe Garibaldi fu condotto alla periferia della città porto francese, presso la residenza di tale Ollivier, dove Mazzini viveva segretamente, per sottrarsi al controllo della polizia francese, la quale desiderava allontanarlo da lì in quanto “ sovversivo”.
La prima azione di Garibaldi nella Giovine Italia fu la partecipazione al tentativo insurrezionale di Genova, nel febbraio 1834, che per lui finì con una fuga avventurosa, travestito da contadino.
Sia Mazzini che Garibaldi, nello scrivere i loro reciproci ricordi, non fanno alcun cenno a quel loro primo incontro.
Solo più tardi, nel 1841, Mazzini vi fa cenno, quando in risposta ad una lettera da Montevideo, a quel Cuneo prima accennato, e che la si trovava con Garibaldi; Mazzini risponde:
“… Sia Voi che Garibaldi avete, se non erro, giurato tutti alla Giovine Italia, siamo dunque fratelli, e in tal guisa Vi parlo, siccome a tali principi Voi foste legati, vedete di rientrare per la causa italiana, con lo stesso onore visto nelle Americhe….”
Spesso i due, nelle lettere che ciascuno di loro scrive ai vari corrispondenti in quegli anni, si citano a vicenda, sempre con reciproca ammirazione.
Nel 1842 Mazzini, in una lettera alla madre, scrive di Garibaldi: “ Quel giovine Garibaldi è colonnello della Marina in Uruguai, valoroso; egli è lodato dal National, giornale del governo, ed è un fatto che presto lo vedremo ammiraglio; sa fare cose grandi”.
Ancora, nel 1843, Mazzini, in una nuova lettera a quel Cuneo, scrive appositamente per scongiurare dissensi tra lui e Garibaldi, affermando: “ Garibaldi è uomo di cui il Paese un giorno dovrà giovarsi, per l’azione…”.
Infine, in un – Piano per un Moto insurrezionale in Italia – ( scritto da Mazzini nel 1844, con lo scopo di rianimare i fedelissimi, dopo il fallimento dei moti romagnoli del 1843) il nome di Garibaldi compare in cifrato, come capo di una legione di 250 patrioti, pronti a sbarcare in Italia a vantaggio della causa unitaria repubblicana.
Nella sua prima lettera, inviata da Mazzini a Garibaldi, questi lo invita a contattare un patriota, il quale vuole arruolarsi nella sua marina in Sud America, ed intendersi con Garibaldi chiedendogli l’impegno di tornare in Italia; Mazzini afferma:
“…… di Voi non dubito, Vi credo uomo da non dimenticare mai la patria vostra, e di mai retrocedere nell’adempimento della parola data. Bisogna pure, un dì o l’altro, tentare migliori destini, che non quelli di morire a Londra o a Montevideo…”
Si avvicina il tempo in cui, nel corso del 1848, avviene l’arrivo di Mazzini a Milano, nell’aprile, e di Garibaldi, a Nizza, in giugno, per la breve vicenda che vedrà Mazzini uscire da Milano, come milite del battaglione garibaldino.
Esiste ancor oggi la concezione che da queste due grandi personalità siano scaturite le condizioni favorevoli per l’esito positivo del riscatto nazionale, tra i due nessuna contrapposizione, ma complementarietà: esecutore, Garibaldi, delle intuizioni di Mazzini, il braccio che segue il pensiero, azione che attua il proposito.
Questa interpretazione è a noi, repubblicani mazziniani, esegeti del post risorgimento, molto cara; pur tuttavia non del tutto corretta, non solo perché stende un velo pietoso sulle divergenze, le fratture talora notevoli fra i due personaggi; ma soprattutto perché tale impostazione nega al Mazzini l’azione politica autonoma e a Garibaldi, una propria specifica funzione politica, senza Mazzini.
E’ veramente significativo evidenziare come quel genere di idea di complementarietà fosse patrimonio del sentimento popolare, ad arte alimentato nei primi decenni del governo monarchico italiano da storici prezzolati per creare icone prive di animosità ma ricche di incenso e cornici; molti studiosi, molti editorialisti, ed anche certi politici furono coinvolti in questa strategia fuorviante. Anche se si ponevano in buona fede nel solco della tradizione risorgimentale e post risorgimentale, in breve arrivavano all’affanno, pur di smussare gli angoli, le punte più aspre, dal rigore pragmatico di Mazzini al realismo populista di Garibaldi, dal costante rifiuto della causa monarchica per il teorico, all’accettazione della realtà con conseguenti benefici per il militare…. Divergenze tra i due fratelli dallo stesso nome, ve ne furono, eccome, al di la degli apprezzamenti e della non sempre ottimale coabitazione negli eventi, chiusi tra la Storia e la leggenda….
Il 1849, durante i giorni della Repubblica Romana, costituisce il primo effettivo banco di prova per la coesistenza, in collaborazione, fra i due; forse l’esperienza più alta, nello spirito della democrazia, con tante incomprensioni, malintesi, diversità di vedute, ma lo stesso idem sentire.
Il raffronto fra il discorso pronunciato da Garibaldi all’Assemblea romana il 5 febbraio 1849 e gli articoli pubblicati nell’Italia del Popolo in quelle stesse settimane, mette in evidenza con chiarezza, come la Repubblica romana fosse per entrambi un punto fermo, anzi, acquisito, per quanto l’approccio per i due, fosse avvenuto in maniera diversa. Se è presente, in Garibaldi come in Mazzini, la tendenza a identificare, se non addirittura confondere, il concetto di Repubblica con quello di democrazia, in Garibaldi la semplificazione risulta eccessiva, allorché insiste sulla personale e dichiarata convinzione che l’istituzione rigida della forma repubblicana risulti l’opposto del dispotismo assolutista.
A Mazzini, pensatore più fine, non sfugge il lato negativo di tale concezione, secondo la quale, attribuendo alla Repubblica, e solo a questa, valori e contenuti positivi, la espone alla critica degli avversari, i quali straparlano di utopia, nonché al possibile annacquamento alla causa dei moderati. Mazzini tende a qualificare la Repubblica con caratteri netti, dotandola di una costituzione, questa si democratica, aperta a qualsivoglia aggiornamento, contenitore di grandi problematiche sociali, economiche, per l’amministrazione dello Stato, dallo svago alle tasse, dalle sanzioni, ai rapporti con il passato regime.
C’è una vera e propria unità operativa, fra Mazzini e Garibaldi, durante i pochi mesi della Repubblica Romana, però quasi sempre punteggiata da contrasti su problemi specifici; primo fra tutti quello dell’organizzazione militare, e, di seguito, nei rapporti col clero, o nei confronti degli estremisti miscredenti di Rieti, ed ancora sulle nomine civili e militari; oppure sul modo migliore per difendere i confini della Repubblica.
Tanto da arrivare a far sbottare Garibaldi, che un giorno fece recapitare al Triumviro il seguente messaggio: “ Qui io non posso esistere per il bene della repubblica che in due soli modi, o dittatore il limitatissimo, o milite semplice…. A Voi scegliere”.
Tra i due, quindi, esistono rapporti in Roma repubblicana e posizioni molto complesse, frutto di mancato coordinamento, ed anche di profondi, reali contrasti.
Garibaldi, alla fine, voleva uscire, come poi fece, seguito dai suoi fedelissimi, dalla città eterna, con l’esercito intero; Mazzini sperava che Garibaldi riuscisse a convincere l’Assemblea a votare per una uscita temporanea da Roma, continuando a combattere.
La storiografia ufficiale dei governi monarchici divide il destino finalizzato all’Unità, dei due. La funzione utile di Giuseppe Mazzini venne considerata esaurita dopo il 1849. Secondo i libri di Storia in dotazione agli studenti delle Scuole del Regno, la funzione di guida sarebbe stata patrimonio del solo Piemonte e della dinastia sabauda.
In seguito la sinistra marxista, di ogni venatura del socialismo, da Gramsci in poi, sminuisce l’azione di Giuseppe Mazzini, riconducendone le ispirazioni ai pensatori e agitatori giacobini; considerandone l’azione come espressione degli interessi della piccola, anche se colta, borghesia italiana, volta a soffocare, o quanto meno, a deviare, le aspirazioni sociali delle masse sfruttate.
L’implosione della forma violenta del socialismo reale dimostra con piena evidenza che si trattò di interpretazioni quanto meno frettolose, se non volutamente arbitrarie.
Gli scritti lasciati da Giuseppe Mazzini restano a testimoniare la validità dei concetti da questi lasciata e della quale, oggi i democratici di sinistra vogliono impadronirsi.
Quanto scritto nel programma della Giovine Italia, nei Patti di Fratellanza e nelle altre organizzazioni politiche e sociali pensate dal Maestro supera oltre ogni dubbio, oggi, la validità di queste anticipazioni e gli altri nebulosi programma.
La guerra rivoluzionaria, fatta da gruppi coordinati e imbevuti di odio di classe, al contrario di portare utili benefici, come qualche scriteriato oggi continua a sostenere, sono all’origine degli sbagli nazionali dalla fine dell’ottocento al termine della cosiddetta “prima repubblica”, ivi compresi quelli legati alla lotta partigiana nel 1944- 45, da questi gruppi ritenuta prologo alla vittoria del proletariato sulla borghesia e il clero; così come l’ostracismo non interventista del 1914-15, e del 1918-19, antefatti alle vicende che portarono al potere la violenza fascista.
Oggi gran parte dell’opinione pubblica, manovrata a dovere a chi ci avversa, ritiene che la politica e gli ideali mazziniani e repubblicani, e quindi anche garibaldini si esauriscano nel semplice termine di repubblica, solo ed esclusivamente nel senso istituzionale.
He questo non sia vero, oggi, vivaddio, lo dimostrano i fatti, oltre che i documenti! Fu solo e soltanto Giuseppe Mazzini a diffondere per la prima volta nel territorio che aspirava a diventare uno, libero e laicamente sano, l’esigenza di una sorta di religiosità civile, con l’intuizione di una patria, espressione e simbolo della società – nazione, arricchimento reale e al contempo spirituale della città delle genti, prima con la Giovine Italia, poi nei contenuti della Giovine Europa, ed infine nella mondializzazione del concetto delle Tre Rome.
Giuseppe Mazzini fu tra i primi, in Europa, ad occuparsi delle complesse problematiche sorte con l’avvento della tecnica industriale, intuì la formazione del proletariato, non ponendolo, però, in contrapposizione al progresso, bensì tentando di promuoverne l’organizzazione, in senso culturale, sociale e civico; fu lui ad organizzare le prime società di mutuo soccorso del mondo produttivo, tra gli artigiani, i contadini, gli intermediari del commercio; per primo promosse le fratellanze operaie, dando vita al Patto di Roma, che nel 1871 fu la prima organizzazione generale dei lavoratori italiani.
Ecco ciò che scrisse al riguardo: “ Tre grandi fatti contrassegnano l’epoca nuova che sta per sorgere. Il primo è il moto di emancipazione, intellettuale ed economico, che sta svolgendosi nelle classi operaie, e che a poco a poco trasformerà le condizioni che sono oggi ( siamo nel 1871) imposte al lavoro; il riparto della produzione e le basi della nuova proprietà; il secondo è il moto delle genti, invano contrastato dalle monarchie restauratrici, moto che tende a rifar nuova la carta di Europa; il terzo fatto è la manifesta tendenza della civiltà dominante a conquistare le vaste regioni orientali e non solo.
Quale altro filosofo della politica e della res publica ha mai avuto tali intuizioni?
Luigi Salvatorelli, saggista e storico del secolo scorso, si domanda, in uno studio sul pensiero e le opere di Giuseppe Mazzini, in quale misura il genovese possa essere inquadrato negli stereotipi del socialismo. No!, egli si risponde, se si chiama socialismo unicamente quel sistema sociale che abolisce d’imperio la proprietà individuale dei mezzi di produzione e ripartisce il prodotto secondo un criterio di divisione al quanto meccanica, solo per opera dell’autorità dominante. Si!, se al contrario si da alla parola socialismo un senso più elevato, e cioè quello di un sistema sociale in cui proprietà e produzione siano organizzate secondo criteri di utilità e giustizia, di equità e condivisione.
Giuseppe Garibaldi, l’altro genovese, repubblicano prima, monarchico poi, mazziniano sempre, oltre ad essere uomo d’armi ha l’alta coscienza di cittadino.
Per la storia italiana è un esempio molto, molto grande, in quanto insegna al popolo che il cittadino sa essere patriota, quindi anche guerriero valoroso e dedito alla causa fino in fondo, con ferrea disciplina. Corsero sotto le sue insegne tutte le categorie sociali, nobili e plebei, letterati ed ignoranti, atei e credenti; assieme ai tanti futuri italiani centinaia furono i garibaldini d’oltralpe, tedeschi, polacchi, ungheresi, persino inglesi e francesi, e con loro alcune donne, che si distinsero sempre per l’ardore e la dedizione, al generale ed alla causa.
Anche nella figura, è stato detto, Giuseppe Garibaldi era fatto per innamorare le genti.
Statura mediocre, bionda e diffusa la barba, bionde le ciocche dei capelli che ricadono sul collo, bianchissimo nell’epidermide; alta la fronte, eretto il cranio, come se lo tenesse sollevato il ribollire continuo del sangue.Egli teneva volentieri in testa un cappello, che spesso alzava, scoprendo la fronte, nelle ore serene, ed invece si calava sul sopracciglio aggrondato, nelle ore meditabonde.
Arrivò dalle Americhe bello e spavaldo, nella patria risorta, col suo largo cappello di feltro, il suo puncho e la sua sella americana; simboli questi di un carisma tanto valido quanto riottoso, di uomo capace al sorriso ma deciso al comando, in sella a quel cavallo bianco, così, come tutti ancor oggi lo possiamo vedere in tutte le piazze d’Italia.
Per una gran parte degli storici del nostro Risorgimento Garibaldi e Mazzini hanno una funzione integrante. Se Mazzini non ci fosse stato, con le sue intemperanze e il non volersi piegare al destino, come sarebbe stato possibile alla stessa monarchia sabauda, che lo perseguitò sempre, dimostrare ai governi europei l’urgenza e la necessità di risolvere il problema dell’unità italiana? Se non ci fossero stati i Mille di Garibaldi e l’episodio di Teano, come sarebbe mai avvenutà la riunificazione nazionale?
Quindi i due Giuseppe ci sono, si incontrano e si scontrano, mossi entrambi dallo stesso ideale, e non è giusto considerare in negativo il fatto che i due, maturando, abbiano fatto scelte e avuto destini diversi.
Il condottiero del 1860 non era più il docile, ardente entusiasta giovane che, nei primi tempi della Giovine Italia aveva avuto per il suo Maestro una tenace devozione, e Mazzini non era più lo stesso che aveva insegnato a Garibaldi il patriottismo e ne aveva diffuso le gesta d’oltre oceano.
La differenza fra i due, affratellati da un giuramento, l’uno Maestro e l’altro discepolo, avevano radice nella loro stessa natura di uomini, liberi e giusti, ed entrambi erano ardenti, lirici, idealisti.
In Mazzini l’aspetto patriottico prevale, acuito dalla grande cultura, da una fede stabile negli ideali repubblicani e democratici, tanto da impegnarci tutto se stesso.
Garibaldi, al contrario, era puro impulso, nobile istinto, con gran fiducia in se stesso, con una carica di vanità auto ironica nei momenti di calma, irosa e ostinata nei momenti di azione o di malumore.
Dopo l’incontro segreto di Napoli, al culmine della spedizione dei Mille, sappiamo che Mazzini ormai vedeva in Garibaldi un dittatore militare, una personalità grossolana, bellicosa, priva di pensiero e di immaginazione, facilmente concupito dai tanti che sapevano di prenderlo per il verso giusto con prebende ed omaggi.
Garibaldi vedeva in Mazzini, da quel momento in poi, solo un dottrinario, troppo inutilmente inflessibile, uomo colmo di grandi teorie e di scarso senso pratico, che parla del popolo e al popolo, senza essere popolano.
Era questa proprio la stessa opinione che i moderati fra i futuri italiani si erano fatti del Mazzini, fatto passare dalla causa monarchica come unico e vero responsabile degli enormi sacrifici, in uomini ed in risorse, con i suoi moti e le sue piccole insurrezioni, che avevano avuto in sorte scarsità di risultato.
Nella storiografia che li riguarda c’è una lettera, scritta il 4 febbraio 1861, scritta da Garibaldi a Mazzini, nella quale il Generale rivela: “ Non penso come Voi circa Vittorio Emanuele. Egli ha l’educazione dei principi, è di buoni costumi, è virtuoso e diligente, ed in sostanza è quanto cercava l’Italia di Machiavelli e Dante. Noi dobbiamo concedergli illimitata fiducia. Io non ho mai capito altra repubblica che il bene del mio Paese!”.
Giuseppe Garibaldi godrà degli agi del seggio senatoriale, anche se con le tante arrabbiature per le sue iniziative, da alcuno condivise; ed anche di più, egli non partecipò ai funerali di Giuseppe Mazzini, morto nel 1872 sotto spoglie straniere, anche se mai volle e seppe rinunciare ad essere il più grande… tra i mazziniani..
Renato Traquandi
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