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I giovani italiani sono stati fregati dai nonni...
I giovani italiani sono stati fregati dai nonni e dai padri, che
lasciano loro i debiti da pagare, un sistema formativo che fa pena ed un mercato
del lavoro che li esclude. Oltre che fottuti, però, pare che ci tengano ad
apparire anche scemi. Meritevoli della sorte che toccherà loro. Facciano
attenzione, perché questa non è una faccenda riducibile alla politica partitica,
all’essere a favore o contro la Gemini ed il governo. Qui c’è un branco di buoi
che va felice al mattatoio, difendendo i diritti del boia.
I liceali avrebbero ottimi motivi per protestare. Frequentano scuole che costano
un occhio agli italiani, ma ne ricavano meno che nei Paesi in via di sviluppo.
Ottengono titoli di studio che non contengono valore aggiunto e conoscenza.
Passano incolonnati dal primo all’ultimo anno, con perdite marginali ed assenza
totale di vera meritocrazia. Dovrebbero essere arrabbiati neri, inferociti per
gli anni persi. Invece occupano le scuole come se ci sia qualche cosa da
conservare e contro la riforma Gemini, che non esiste! Si rivoltano non contro i
padri, ma da questi sollecitati, e dagli zii, che della scuola sono dipendenti.
Neanche li mandano a quel paese quando li vedono “mobilitare” i fratellini delle
elementari, con un senso dell’estetica inferiore a quello mussoliniano. Né li
prendono a calci, come quei genitori meriterebbero, quando organizzano le “notti
bianche” contro il maestro unico. Formatisi in discoteca e non negli studi,
dediti all’essere mantenuti e non al lavorare, questi immaturi invecchiati
protestano la notte, e lo fanno per difendere delle assunzioni a sanatoria, non
la qualità culturale dei loro figli.
Ragazzi, la spesa pubblica ha rincitrullito quelli che ne sono vissuti, ma voi
siete dei pazzi se pensate di potere avere in futuro quel che i vostri maggiori
si sono già mangiati. Incattivitevi con quella generazione di egoisti
dissipatori, perché se vi comportate come i giornali vi descrivono sarete solo
dei conservatori dell’inconservabile. Il vostro interesse è che ci sia una leale
gara fra meritevoli, chi vi ha preceduto ha preteso il premio senza neanche
gareggiare. Oggi protestate contro “tagli” che neanche ci sono, mentre dovreste
davvero darci un taglio, rompere con l’ambiente che protegge gli incapaci e
riprendervi il futuro.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it <http://www.davidegiacalone.it>
Pubblicato da Libero
Pubblicato da www.nuvolarossa.org 18/10/2008
Questa e' una riflessione fuori programma...
Questa e' una riflessione fuori programma, che terro'
nell'ambito di questa lista. Mi sono giunti e-mail ed sms da parte di molti
colleghi, insegnanti come me, che mi chiedono di inviare a mia volta un'e-mail
al Quirinale, al Presidente della Repubblica, per chiedere la non promulgazione
del decreto Gelmini, con la precisazione che basterebbero 20.000 firme per
ottenere tale risultato.
Mi vedo costretto, quindi, a dare ragione a Davide Giacalone: forse bisognerebbe
fare qualcosa per valutare i docenti della scuola italiana, perche' se qualcuno
di loro ha partorito una simile stupidaggine, e migliaia di colleghi, tutti
docenti, hanno contribuito a diffonderla, allora veramente bisogna rifare la
selezione, rifare la valutazione e rimandarne a scuola qualcuno.
I miei colleghi ignorano, nell'ordine:
1) che il decreto-legge 1 settembre 2008, n. 137, (detto 'riforma Gelmini') e'
stato gia' promulgato dal Presidente della Repubblica, altrimenti non avrebbe
mai potuto essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrare in vigore;
2) che il disegno di legge di conversione del decreto-legge in questione,
presentato dal Governo, e' stato approvato solo da un ramo del Parlamento,
precisamente dalla Camera dei deputati, mentre l'altro ramo, cioe' il Senato, ne
avviera' l'esame in commissione solo martedi' 14 ottobre, per cui, pur volendo,
il Presidente della Repubblica in questa fase non puo' promulgare alcunche', e
sembra irrispettoso per il ruolo del Parlamento pensare che ci sia gia' un testo
definitivo che il Senato non possa eventualmente modificare, se non da una
e-mail al Quirinale;
3) che l'eventuale non promulgazione del disegno di legge di conversione, se mai
il Presidente della Repubblica dovesse optare per questa ipotesi, potra' essere
fondata solo su un giudizio di non costituzionalita', cioe' di non necessita' ed
urgenza o di estraneita' delle norme aggiunte o cancellate dal Parlamento al
contenuto del decreto-legge scritto dal Governo; giudizio che dovra' essere
pronunciato, con messaggio motivato e diretto al Parlamento, sulle sole
modifiche apportate dal Parlamento stesso, quindi, e non piu' sul decreto-legge
scritto dal Ministro Gelmini e gia' promulgato, sul quale il Presidente
Napolitano e' gia' stato favorevole.
Sono veramente meravigliato di come i miei colleghi docenti possano ignorare le
norme della Costituzione e pretendere, contemporaneamente, il riconoscimento
della propria qualificazione professionale, visto che nel concorso a cattedre
che dicono di aver vinto (ma molti hanno solo usufruito di vergognose sanatorie)
al primo posto della preparazione c'e' sempre stato l'ordinamento dello Stato,
l'ordinamento della propria professione e l'ordinamento scolastico.
cittadino Covello
Tratto da www.nuvolarossa.org del 12/10/2008
CAPITOLO II - Carissimi internauti,
Vi ricordate del precedente articolo (ora disponibile nella rubrica Archivi) dal
titolo "Dove mettere i nostri soldi"
L’intenzione era quella di definire una metodologia semplice da
applicare nella scelta e nella gestione dei nostri investimenti improntata ad
una corretta e prudente gestione del denaro.
Riteniamo che tale esigenza sia particolarmente sentita soprattutto in
considerazione del fatto che nel recente passato (2000-2003) i mercati
finanziari hanno mostrato tutta la loro vulnerabilità tanto da indurre
l’investitore comune a cambiare il modo di utilizzare il proprio denaro ed in
particolare la propria percezione/propensione al rischio.
Le crisi finanziarie del marzo 2000 e del settembre 2001 sembravano ormai
dimenticate ed a molti parevano frutto di eventi eccezionali ben difficilmente
ripetibili (mi riferisco alla bolla della “new economy” ed al tragico attentato
alle torri gemelle). Oggi tuttavia viviamo una congiuntura ancora più delicata,
paragonabile addirittura alla famigerata crisi del 1929.
Ma da cosa sono state generate le attuali tensioni finanziarie?
Partiamo dagli USA.
La crisi del mercato immobiliare fa la sua apparizione negli USA circa un paio
di anni fa e si inserisce nella più generale delicata situazione finanziaria che
ha investito quel Paese e conseguentemente il resto del globo.
La politica dei tassi bassi avviata ancora dal precedente presidente della FED
aveva facilitato le compravendite immobiliari con la concessione di mutui ad un
gran numero di cittadini americani in certi casi anche privi dei requisiti
reddituali per poterli ottenere.
Grazie a meccanismi di ingegneria finanziaria (le cartolarizzazioni) vennero
creati flussi finanziari ben maggiori di quelli reali sottostanti.
Il mancato pagamento di alcuni dei mutui così accordati faceva inceppare
progressivamente questo meccanismo “moltiplicatore” sino a fare mancare la
liquidità necessaria al proseguimento di questa crescita, venendo meno al
rispetto dei diversi impegni finanziari assunti dai vari attori in gioco
(principalmente le banche d’affari americane).
Ecco allora che alcune grosse banche americane (vedi Lemahans Brothers) sono
crollate mentre altre sono state provvidenzialmente salvate dal tesoro americano
o dall’intervento di concorrenti che le hanno assorbite in tutto od in parte.
Come conseguenza di tutto ciò il valore del sottostante mercato immobiliare è
crollato.
Pertanto, negli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra e più recentemente in
Spagna, ad eccezionali incrementi di valore registrati tra il 2002 ed il 2007
(in alcuni casi pari al doppio) sono seguiti crolli repentini di valore
dell’ordine del 20-40%.
Arriviamo in Italia.
Anche in Italia, sebbene la situazione economico finanziaria non sia neppure
lontanamente paragonabile a quella americana, si è potuto riscontrare
dall’inizio del 2008 ad oggi, dopo quasi 7 anni di incremento costante di valore
degli immobili (in media), un’inversione di tendenza.
Alcune associazioni del settore immobiliare hanno registrato da inizio anno un
abbassamento del valore di mercato di circa il 4% con scambi via via sempre più
modesti e quindi con tempi di realizzo sempre più lunghi.
Questi storni sono stati più marcati per gli alloggi di piccole/medie dimensioni
e di edilizia residenziale non di lusso.
Sino a qualche anno fa l’acquisto di immobili (da adibire ad abitazione
principale o meno) appariva sicuramente una corretta opportunità di
investimento.
L’investimento nel “mattone” nell’ultimo decennio ha fruttato plus valenze di
tutto rispetto.
L’incremento annuo che molto spesso si registrava, almeno in località con un
mercato storico (villeggiatura od importanti città) era pari al 7-9% ben al di
sopra dell’inflazione che si attestava intorno al 3% annuo ed in ogni caso
superiore al tasso praticato per un mutuo a tasso varabile (intorno al 4%).
La crisi internazionale con l’impennata del costo delle materie prime ha
cominciato a manifestarsi nell’estate 2007 portando l’inflazione (ufficiale) ad
oltre il 4%. La BCE incrementava allora il tasso di sconto contribuendo così
all’aumento dell’euribor e quindi delle rate dei mutui.
Gli ultimi gravi crack avvenuti in America hanno cagionato ulteriori squilibri a
livello internazionale inducendo le autorità nazionali ad intervenire con
pesanti immissioni di liquidità non più recuperabili dal sistema finanziario.
Giocoforza gli investitori devono ridurre il più possibile gli oneri finanziari,
sempre più difficili da sostenere, oneri che spesso rendono dubbia la stessa
bontà dell’investimento immobiliare.
Contrariamente al passato questi interventi correttivi (proprio per la valenza
“sociale” che essi hanno) sono stati supportati, per non dire stimolati, dalle
stesse autorità di Governo.
Sia il precedente governo, con il “decreto Bersani”, che l’attuale, con l'ancor
più incisivo “decreto Tremonti”, hanno dato la possibilità, ad una larga parte
di coloro che hanno in corso un contratto di mutuo, di alleviarne il peso sul
proprio bilancio familiare.
D’altronde un buon investitore deve perseguire l’obiettivo di massimizzare i
ricavi e minimizzazione i costi. Quindi occorre non solo valutare la redditività
dell’investimento ma anche cercare di contenere al massimo i costi che questo
comporta.
Ecco le opzioni attualmente praticabili per “alleggerire” il peso
dell’ammortamento di un finanziamento.
A - ESTINZIONE ANTICIPATA DEL MUTUO
Presupponendo di avere liquidità a disposizione, e in mancanza di opportunità di
investimento che possano permettere un’allocazione delle risorse particolarmente
conveniente e quindi superiore agli oneri finanziari (al netto degli eventuali
benefici fiscali sugli interessi) che il mutuo comporta, questa è sicuramente la
strada più semplice da seguire.
L’estinzione anticipata può prevedere delle “penali” da pagare all’istituto
finanziatore.
In tal caso è di rilevante interesse il decreto “Bersani” (Legge 40 del 2007)
nella parte in cui si stabilisce che per l’estinzione anticipata del mutuo non
possono essere richiesti compensi.
Ecco cosa recita l’art. 7 della legge testé richiamata:
“Estinzione anticipata dei mutui immobiliari divieto di clausole penali
1 E' nullo qualunque patto, anche posteriore alla conclusione del contratto, ivi
incluse le clausole penali, con cui si convenga che il mutuatario, che richieda
l'estinzione anticipata o parziale di un contratto di mutuo per l'acquisto o per
la ristrutturazione di unità immobiliari adibite ad abitazione ovvero allo
svolgimento della propria attività economica o professionale da parte di persone
fisiche, sia tenuto ad una determinata prestazione a favore del soggetto
mutuante.
2 Le clausole apposte in violazione del divieto di cui al comma 1 sono nulle di
diritto e non comportano la nullità del contratto.
3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano ai contratti di mutuo
stipulati a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
4. (omissis)
5. L'Associazione bancaria italiana e le associazioni dei consumatori
rappresentative a livello nazionale, ai sensi dell'articolo 137 del codice del
consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, definiscono,
entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le regole
generali di riconduzione ad equità dei contratti di mutuo in essere mediante, in
particolare, la determinazione della misura massima dell'importo della penale
dovuta per il caso di estinzione anticipata o parziale del mutuo.
6. In caso di mancato raggiungimento dell'accordo di cui al comma 5, la misura
della penale idonea alla riconduzione ad equità è stabilita entro trenta giorni
dalla Banca d'Italia e costituisce norma imperativa ai sensi dell'articolo 1419,
secondo comma, del codice civile ai fini della rinegoziazione dei contratti di
mutuo in essere.
7. In ogni caso i soggetti mutuanti non possono rifiutare la rinegoziazione dei
contratti di mutuo stipulati prima della data di entrata in vigore del presente
decreto, nei casi in cui il debitore proponga la riduzione dell'importo della
penale entro i limiti stabiliti ai sensi dei commi 5 e 6.”
Proprio alla luce di tale decreto l’Abi e l’Associazione dei consumatori hanno
raggiunto un accordo in base al quale per i mutui stipulati prima del 2 febbraio
o del 3 aprile 2007, a seconda dei casi, le penali per estinzione anticipata e
per il rimborso parziale sono stati ridotti secondo i seguenti parametri:

In conseguenza dell’estinzione anticipata del finanziamento
l’ipoteca non ha più efficacia e pertanto deve essere cancellata.
Anche in tale materia è intervenuto il già citato decreto Bersani (decreto del
31 gennaio 2007 n.ro 7 – convertito nella legge 2 aprile 2007, n.ro 40
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.ro 77 del 2 aprile 2007 supplemento
ordinario n. 91).
Detto decreto ha reso automatico e non costoso il provvedimento di cancellazione
dei mutui immobiliari.
Ecco cosa recita l’art. 13 comma 8 sexies:
“8-sexies. Ai fini di cui all'articolo 2878 del codice civile, ed in deroga
all'articolo 2847 del codice civile, se il creditore è soggetto esercente
attività bancaria o finanziaria, l'ipoteca iscritta a garanzia di obbligazioni
derivanti da contratto di mutuo si estingue automaticamente alla data di
avvenuta estinzione dell'obbligazione garantita.”
B - RINEGOZIAZIONE O MEGLIO RICONTRATTAZIONE (TASSO, PARAMETRO, DURATA,)
I - Rinegoziazione libera
Con accordo tra le parti a mezzo corrispondenza tra le stesse e, se del caso,
con scrittura privata con firma autenticata.
Con tale accordo possono essere modificati:
l’entità del tasso;
la tipologia del tasso (fisso/variabile);
le spese incasso rata;
la durata del contratto;
l’importo del finanziamento.
II - Rinegoziazione sulla base del decreto “Tremonti” (Decreto Legge 25 giugno
2008 n.ro 112).
In base a tale recente decreto è stata sottoscritta una convenzione tra il
Ministero dell’Economia e della Finanza e l’ABI.
Detta rinegoziazione consiste nella possibilità di ottenere, a partire dal
gennaio 2009, una rata mensile costante calcolata sulla media del tasso
d’interesse pagato nel 2006, o equivalente all’importo della prima rata pagata
qualora il mutuo sia stato stipulato dopo il 2006. La differenza tra la rata
teorica e quella costante ricalcolata viene accantonata in un apposito conto di
finanziamento accessorio sul quale andranno a sommarsi mese dopo mese le
differenze tra le due rate.
Tale conto maturerà interessi calcolati sulla base del tasso IRS a dieci anni
maggiorato di uno spread dello 0.50 (che alcune banche hanno però deciso di non
applicare).
C - SURROGAZIONE (LA C.D. “PORTABILITA” DI BERSANI)
La surrogazione è puntualmente disciplinata dal Codice Civile agli artt.
1201/1205 e consiste pertanto in una facoltà preesistente ai recenti interventi
del legislatore; interventi che ne hanno cercato di agevolare l’applicazione
azzerando gli oneri a carico del consumatore.
Infatti, sull’argomento è intervenuta la già richiamata Legge Bersani (legge 40
del 2007) e successivamente, la finanziaria 2008 che ai commi 450 e 451 ha reso
possibile il trasferimento del mutuo alle condizioni stipulate tra il cliente e
la banca subentrante, con l’esclusione di penali od altri oneri di qualsiasi
natura (spese notarili, spese di perizia, penali di estinzione od altre
commissioni).
Attenzione, però, la durata non è modificabile.
D - SOSTITUZIONE PURA E SEMPLICE DEL FINANZIAMENTO.
In tale caso si provvede all’ordinaria estinzione del mutuo presso la banca
originaria ed alla successiva stipula di un nuovo mutuo presso una nuova banca a
condizioni migliori delle precedenti
Per tale fattispecie valgono le considerazioni già espresse in merito
all’estinzione anticipata circa il sostenimento di eventuali penali e della
necessità di procedere con la cancellazione dell’ipoteca del vecchio mutuo (cosa
che non si verifica per la surroga ex decreto Bersani).
Tutti gli altri oneri bancari rimangono oggetto di una libera contrattazione tra
le parti (oneri notarili, spese di perizia) mentre alcuni oneri di natura
fiscale vengono nuovamente sostenuti (iscrizione ipotecaria, ecc).
In conclusione, il vantaggio di ottenere un finanziamento con scadenza più
lontana ed a condizioni di tasso migliori rispetto a quelli praticati dalla
banca originaria deve essere attentamente comparato con i costi che si debbono
nuovamente sostenere.
Al prossimo appuntamento.
Alessandro Canessa
7 ottobre 2008
I REPUBBLICANI PER LE MARCHE
Perché i repubblicani per le Marche? Perché le Marche sono una
terra felice segnata da uomini illustri che si rifanno al Partito repubblicano,
solo la città di Ancona ha visto passare ben quattro sindaci dell’Edera e risale
a pochi giorni fa la dedica del Comune di Ancona all’indimenticabile Guido
Monina.
Essere qui oggi, in prima linea in questa campagna elettorale, con l’esponente
più importante del Partito e una delle personalità più illustri e competenti
della scena politica italiana, l’On. e amico Giorgio La Malfa, vuol dire credere
nel giusto valore di questa terra che ha le radici nel repubblicanesimo.
E il titolo “I repubblicani per le Marche” si riferisce non solo a ciò che il
partito ha fatto ma soprattutto si riferisce all’impegno futuro, al contributo
d’idee, di programmi, di lungimiranza e di rettitudine che il partito ancora
oggi darà a questa bellissima Regione.
In questi giorni di campagna elettorale che ci vede alleati col Popolo delle
Libertà, un militante di FI della Valmarecchia mi ha fatto questa domanda. Come
mai i repubblicani non si fondono nel Popolo della Libertà, e come lo
giustifichi che per venire eletti al Parlamento ci si avvale dei voti di Forza
Italia.
Ebbene io gli ho risposto che il contributo repubblicano dato al Popolo della
Libertà è ben superiore ai pochi parlamentari repubblicani che verranno eletti.
In poche parole al Partito repubblicano italiano non viene regalato nulla. Forse
potremmo pretendere di più dai nostri alleati. Ma l’aspetto più importante non è
tanto il numero dei parlamentari che vengono riconosciuti nel momento di una
alleanza ma soprattutto capire se la politica italiana sia più ricca o più
povera con una omologazione generalizzata delle forze politiche, come vorrebbe
l’amico di FI.
E’ vero, ci sono troppi partiti in Italia, chi può negarlo, ma si possono
considerare dei veri partiti quelli che si presentano con il nome del proprio
leader? Quelli non sono dei veri partiti, non hanno alcuna storia e dipendono
esclusivamente dal destino del proprio fondatore. Noi repubblicani abbiamo una
lunga storia alle spalle e la nazione sarebbe sicuramente più povera se una
forza liberal democratica come la nostra non avesse più voce. Noi non siamo uno
dei tanti partitini nati in questi anni e il cammino per una repubblica più
repubblicana non è certo ancora finito.
Al militante di FI della Valmarecchia gli chiesi se conosceva la Repubblica
Romana e se avesse letto i Doveri dell’Uomo e la risposta come potete immaginare
fu un semplice no.
Ecco cari amici qual è il nostro compito. Trasmettere l’importanza , l’amore e
la fiducia per la politica, che una società cresce o rovinosamente decade
attraverso scelte politiche giuste o sbagliate e che una forza come la nostra,
alla quale la storia e i fatti hanno dato ragione, ha tutte le carte in regola
per contribuire alla crescita del nostro paese.
E’ per questo motivo che ancora oggi portiamo orgogliosi il nostro simbolo e non
abbiamo alcuna intenzione di cambiarlo.
All’interno del Popolo delle Libertà porteremo le nostre idee come ad esempio la
riduzione delle spese, vedi la nostra posizione già dal 1970, in tempi non
sospetti, di abolire le province quando furono istituite le regioni, o sulla
politica fiscale, possiamo vantare l’imprimatur della politica dei redditi, e
attualmente con l’On. Giorgio La Malfa, esperto di economia, siamo in grado di
avanzare proposte serie per risollevare l’Italia.
Come abbiamo avuto e abbiamo idee precise sull’energia: chi non ricorda la
nostra posizione a favore del nucleare e l’opposizione contro quello scellerato
referendum dell’87.
E ancora amici, dopo 20 anni di errori, dopo che l’Italia è in ginocchio con la
crescita a zero, ieri Veltroni arringava le folle dicendo che l’Italia è il
paese del sole ed è naturale risolvere i problemi energetici con il fotovoltaico.
Ma a Veltroni nessuno gli dice che solo per soddisfare il 10% dei consumi
elettrici italiani occorre investire 240 miliardi di euro in pannelli FV da
allocare in un estensione di 200 Kmq? E che l’energia fotovoltaica non conviene
neppure se i moduli FV fossero gratis?
Nessuno gli dice che con il nucleare, per produrre la stessa energia,
basterebbero 4 reattori del costo complessivo di 10 Miliardi di euro e una
durata di esercizio più del doppio?
Cari amici con lo stesso spirito di sempre i repubblicani marchigiani si
dovranno impegnare per cambiare questo governo regionale. La nostra regione è
riuscita a portare le tasse tra le più elevate d’Italia, con una carenza di
servizi inaudita. Un esempio tra i tanti è quello sul Piano energetico: ormai
sono più di due anni che è praticamente in stallo poiché all’interno della
giunta non c’è accordo di vedute, Giaccaglia e Amagliani
Noi questa inefficienza l’abbiamo denunciata più volte al punto di chiedere le
dimissioni dell’ass. Giaccaglia. Mentre i cittadini marchigiani pagano l’energia
elettrica più cara d’Italia e quindi d’Europa, in regione pensano di risolvere
il deficit energetico con microimpianti e un parco eolico. Siamo davvero al
paradosso. Quel parco porterà solo ulteriori spese.
E poiché molto presto l’Europa ci sanzionerà per non aver rispettato il
protocollo di Kyoto, le Marche con un deficit energetico elevato saranno tra
quelle più penalizzate.
Più volte si è parlato dell’atteggiamento ostruzionistico che questo centro
sinistra ha tenuto contro il governo Berlusconi. Chi non ricorda gli attacchi
sconsiderati che sono stati fatti quando tutti noi ci impegnavamo per la
realizzazione della “Quadrilatero”?
Al presidente Pieralisi, che voglio ringraziare per il grande impegno che ha
profuso nell’avviare questa opera, gli fu dato il ben servito appena possibile.
Oppure chi non ricorda l’ostruzionismo fatto per la realizzazione dell’ente di
ricerca internazionale sulla talassemia a Pesaro? Purtroppo in quel caso
riuscirono nel loro intento e oggi quell’istituto è a Roma.
Ora cari amici dobbiamo interrompere questo stallo amministrativo che il centro
sinistra ha instaurato negli anni.
E’ una maggioranza che non riesce ad andare d’accordo al proprio interno, e
ancora peggio, è una coalizione che in modo pregiudiziale e fazioso mette come
primo obiettivo l’ostruzionismo viscerale contro il centro destra senza pensare
ai veri problemi della nostra regione.
Il nostro impegno dovrà essere quello di cambiare maggioranza in questa regione
e il Partito repubblicano italiano può dare un forte contributo in questo senso.
I repubblicani marchigiani dovranno riunire i propri sforzi per portare avanti
un’azione incisiva e determinante per il cambiamento. Sono sicuro che potremo
farcela poiché la presenza del nostro amico Giogo La Malfa è una grande
opportunità per i repubblicani e per i marchigiani tutti.
Teatro delle Muse
Ancona, 8 aprile 2008
Giuseppe Gambioli
Segretario PRI Regione Marche
Pd, le ragioni di una sconfitta - Sono troppe le analisi
inconcludenti e fuori dalla realtà - I liberali hanno battuto l'Italia del
declino - La parte più dinamica della nazione ha votato per il Popolo della
libertà.
di Gianni Ravaglia
Goffredo Bettini si consola dichiarando che il Pd "ha insediato la più grande
forza riformista che sia mai esistita in Italia". In realtà l'attuale 33% del Pd,
che pure ingloba radicali e una parte considerevole della vecchia Dc, non
raggiunge quel 35,4% che toccò il Pci nel 1976. La scomoda verità per questa
sinistra è che, in 32 anni di svolte, esperienze di governo e di opposizione,
assorbimento di classi dirigenti di altri partiti, pur avendo dalla sua gran
parte della stampa, dei poteri bancari, universitari, della magistratura e della
burocrazia statale, si ritrova con meno voti di quanti ne aveva raccolto
Berlinguer.
Eppure, gran parte di quelli che si ritengono i più intelligenti, non hanno
ancora capito le ragioni di una sconfitta. D'Alema, con supponente arroganza,
pensa ancora che "se votassero solo quelli che leggono libri e giornali, non ci
sarebbe partita". Giorgio Bocca, stordito dagli anni e dalla batosta, giudica
mafiosa mezza Italia. Per gli ammazza cervelli di "Annozero" la maggioranza
degli italiani è ignorante. Il fior fiore dei commentatori della carta stampata
continua a ritenere che senza comunisti in Parlamento la nostra democrazia sia
zoppa. Epifani si dice contrario all'abolizione dell'Ici e alla detassazione
degli straordinari. Cremaschi, leader dei puri e duri della Fiom, sparla di una
Lega "marxista di destra". Cofferati vuol fare un Pd federale nel Nord. Ecco: se
si vuole capire perché i democratici hanno perso e i liberali hanno vinto,
conquistando non pochi voti tra gli operai, basta leggere il florilegio di tali
insensati commenti post elettorali.
E pensare che una risposta al perché del risultato del 14 aprile l'ha scritta,
su "Repubblica", Ilvo Diamanti: "con un Pd forte soprattutto fra gli impiegati
pubblici e i pensionati e un Pdl che lo supera nettamente fra gli imprenditori,
i lavoratori autonomi, i dipendenti del privato e i giovani", questa sinistra
non va da nessuna parte. E come mai la parte più statica e assistita della
nazione sta a sinistra mentre quella più dinamica ed europea sta al centro?
Scalfari, uno di quelli che, credendo di capire tutto, non legge nemmeno ciò che
scrivono, sul suo giornale, i suoi colleghi, insiste: "Si può correttamente
parlare di riformisti che puntano alla modernizzazione del paese, dell'economia,
dello Stato, ai quali si contrappongono coloro che vogliono recuperare
l'identità e la sicurezza. Il popolo sovrano che si è manifestato il 14 aprile è
più localistico che nazionale, vive più il presente che il futuro, è più
identitario che innovativo, più protezionista che liberale". Mieli invece, dal
"Corriere", correggendo quanto ha scritto due anni fa, ha saputo cogliere ciò
che lo schematismo scalfariano nega: "la sinistra non ha solide basi culturali
di riferimento, le manca un Tremonti che produca analisi innovative". Alla buon'ora!
Anche il "Corriere" riconosce che la palla dell'innovazione, della
modernizzazione del paese, sta nel campo dei liberali, anche perchè questi hanno
compreso che non si ha modernizzazione se non si recupera identità e sicurezza.
Al contrario, lo scalfarismo non comprende che se il popolo del lavoro, delle
professioni, dell'impresa non assistita, decide di cambiare un'Italia statalista
che succhia soldi e li sperpera senza fornire adeguati servizi, fa una scelta
per l'interesse nazionale e il futuro della Nazione. Se vince chi denuncia
l'insensatezza di avere, nella regione Lombardia, un dipendente ogni 2500
abitanti e nel Molise uno ogni 250, si può cominciare a sperare che si arrivi a
ridurre il debito pubblico e a liberare risorse per la crescita dell'economia.
Solo, poi, fighetti salottieri terzomondisti possono aprire le frontiere ai
clandestini, lasciarli in libertà anche quando delinquono, senza capire che in
tal modo si fa strame dello stato di diritto, oltre a creare pericoli e timori,
soprattutto tra i ceti più indifesi. Né si può dire che sia scelta localistica
quella di chi produce e, dovendo stare ore e ore sulle strade italiane
ingolfate, si ribella al blocco delle infrastrutture. Né che guarda solo al
presente chi si oppone alle politiche della decrescita che hanno
scientificamente imposto l'aumento dei costi dell'energia per ridurre la
competitività del sistema paese. Solo chi è obnubilato da schemi mentali può non
capire che una globalizzazione non governata e i prezzi cinesi colpiscono in
primo luogo i ceti più poveri. Dopo di che, gli insulti, il Pd del nord, la
difesa corporativa del sindacalese, sono tutte fughe dalla realtà. Il problema è
di avere cultura, progetti, politiche per aggredire questa, difficile, di
realtà. I liberali hanno dimostrato di averli, i democratici no. Nonostante la
positiva svolta veltroniana. D'altra parte, è una costante che, ai grandi
appuntamenti con la storia del nostro paese, la sinistra arrivi in ritardo.
tratto da http://www.politicaonline.net
Veltroni, ecco i trucchi dell'imbonitore finto giovane
Cita:
Scritto in origine da Paolo Arsena
Si comincia a dire che Veltroni è come Berlusconi.
In realtà è per certi aspetti peggio. Molto peggio. Veltroni sta superando
l'odiato maestro, perché sta cambiando la politica italiana, riducendola in
farsa. Uno spettacolo per il popolino, che naturalmente gradisce, essendo la
vecchia politica qualcosa di indigeribile.
Vediamolo all'opera questo neo-imbonitore di sinistra, e vediamo se questo
cambiamento è davvero una conquista, o se invece segnerà un ulteriore scadimento
della situazione.
Come ministro dei Beni Culturali, il buon Veltroni ci ha regalato il cinema a
prezzi ridotti il mercoledì. Non si ricordano altre mirabili riforme, che so, di
rilancio del turismo o di tutela e salvaguardia del patrimonio.
Come segretario Ds, credo sia ricordato con orrore da tutti i militanti (almeno
questa è la voce corrente): un leader evanescente, sostituito in fretta perché
stava liquefacendo il partito.
Poi, re di Roma. Sono anni che la grancassa della propaganda asserisce che
Veltroni è stato il miglior sindaco di Roma. E qualcuno osa sbilanciarsi
estendendo il primato a livello planetario. Una cantilena preconfezionata, e mai
supportata da argomenti, che gira già dai primi mesi dopo il suo esordio.
Eppure Roma non è cambiata di una virgola nel passaggio dalla giunta Rutelli
alla nuova amministrazione. Stessi problemi, stesse caratteristiche, stessi
cantieri, stessi progetti. Più o meno. Non si può certo dire altrettanto di
Rutelli, che invece la città l'ha trasformata sul serio. Si potrebbe fare un
lungo elenco di novità corpose e tangibilissime, ma non è "er piacione" il tema
in questione. Emblematica, però, è la vicenda della Stazione Termini, che
riassume benissimo la differenza tra un sindaco del fare e un sindaco
dell'apparire. Rutelli ha avviato, eseguito e completato un grande progetto di
riqualificazione del sito, che è diventato un moderno e vivo centro commerciale,
oltre che un punto di snodo più efficiente tra il trasporto nazionale e quello
urbano. Veltroni si è limitato ad attrarsi le simpatie delle gerarchie vaticane
e dei cattolici intitolandola a papa Wojtila. Qui passa la differenza tra i due,
tra chi si rimbocca le maniche e chi resta fermo ma incassa furbescamente.
D'altronde, allo stesso modo Veltroni si è impadronito del PD.
Fermo, seduto a guardare, ha sempre parlato di un partito all'americana senza
alzare mai un dito per costruirlo. La fatica l'hanno fatta gli altri (e che
fatica!), e lui riscatta la rendita. L'emblema in questo caso è il povero
Fassino, che ha portato la croce fino a ieri, ed oggi finisce in panchina, e
conta come il due di picche.
Dunque, Veltroni abile parassita. Che scrive romanzi, si diletta di cinema, si
finge missionario africano, e segue attentissimo la politica, pronto a muoversi
da animale furbo ed esperto. Questo Veltroni piace alla gente, perché piace il
sorriso, piace l'affabilità, piace il linguaggio, piacciono le illusioni delle
speranze infondate e delle facili propagande.
In un mondo in cui tutto è apparenza e niente è sostanza, Veltroni è tutto.
Scavando scavando nella coltre fumogena, però, un po' di sostanza deve venire
fuori. Eccola, infatti: guai a dirlo, ma Veltroni è stato comunista. Segetario
nazionale dei Giovani Comunisti, la FGCI, quadro e poi dirigente del PCI, Walter
quando era ancora giovane marciava con la kefiah al collo e il pugno chiuso.
Come tutti e più di tutti, anche se oggi chi osa scriverlo o dirlo in tv, viene
fulminato dalle sue saette.
Eppure "mai stato comunista" dice lui. Sembra Berlusconi che dice "mai pagato i
giudici".
Per smacchiare e camuffare l'onta, Veltroni ti fa l'americano. Cita Kennedy,
Clinton, Obama. Li scimmiotta pure, con stomachevole sfacciataggine. E vuole
trasformare la politica italiana nella stessa kermesse circense della politica
d'oltreoceano. Lo sa Veltroni che in America vota solo la metà dell'elettorato,
perché l'altra metà è schifata da quel tipo di politica, o non si riconosce nei
due soli contenitori? Lo sa che le primarie americane, più ancora delle
presidenziali, sono una grande macchina spettacolare, uno showbusiness più che
un confronto politico? Certo che lo sa, ma è quello che vuole. E' ciò che più si
attaglia ad uno che non sa governare e si trova a suo agio solo nella frivolezza
ludica. Ancora una volta come Berlusconi, d'altronde. Magari peggio, dal momento
che, diplomatosi alla scuola di cinema (e basta), forse non ha mai introiettato
una realtà più vera della fiction.
Veniamo al PD. A questo nuovo insulso contenitore di uomini e donne (altra
definizione sarebbe impropria) di cui si è incoronato capo, grazie ai 3.500.000
di voti concordati a tavolino con i suoi amici. Gli italiani si sono scomodati
per una domenica, felici di essere presi per i fondelli, hanno votato due o tre
volte ciascuno (con o senza documento), hanno votato anche i bambini, anche il
clandestino ambulante che si è preso una pausa, e comunque la cifra finale era
lì ad aspettare. Veltroni stravince, e questa giostra ridicola delle primarie
fatte in casa diventa uno standard dotato di valenza paraistituzionale. Appena
un assaggio di quello che la politica diventerà presto: populismo e demagogia
senza regole.
Nella cabina di regia veltroniana, figurano subito le migliori teste d'uovo
della politica internazionale: Lella Costa, Antonello Venditti, Liliana Cavani,
Stefano Bartezzaghi, Angela Finocchiaro (l'attrice comica), il jazzista Paolo
Fresu, lo scrittore Paolo Fois, gli architetti di grido padre e figlio Cini
Boeri. Fino al mago Goffredo Bettini, lui sì un politico di stazza, che ha
lanciato la brillante idea di far scrivere il programma del PD ai cittadini,
mediante una consulenza permanente e non meglio precisata, di cui si può
immaginare l'inizio ma non l'esito finale.
Morale della favola, alla fine Veltroni si è scelto un vice. Uno che
difficilmente può impensierire chicchessia, perché limitato e limitante. Però
uno giovane, un faccino fresco, uno che può piacere alle mamme e,
nell'accoppiata, svecchiare l'età non proprio florida del leader.
Dario Franceschini. Uno che si vedeva spesso in tv, e di cui non si ricorda una
sola dichiarazione interessante o non banale, all'epoca della Margherita. Uno
che oggi fa il verso al capo, ripetendo a memoria le imbeccate del leader, e che
quando si prende la licenza di fare di testa sua, semina disastri. La proposta
di legge elettorale alla francese, fatta quando un accordo sulla bozza Bianco
sembrava ormai alla portata, poteva uscire solo dalla bocca di uno sprovveduto,
o di uno disposto a fare la figura del fesso su ordinazione.
Il Veltroni-capo perde l'aura di uomo simpatico e generoso, e diventa una belva.
In un delirio di onnipotenza, come a uno cui si consegna l'arma letale tra le
mani, il Bruco comincia a brandirla con voluttà, a pregustarne gli effetti, a
mostrarla come una minaccia e poi ad affondare colpi su tutti i fronti.
Dentro al partito, anzitutto. Ignorando la democrazia interna, e comportandosi
come un monarca. La Bindi ed Enrico Letta, avversari dignitosi durante la
farsa-primarie, spariscono di scena. Il gruppo dirigente non si riunisce, decide
solo il capo e i suoi fedelissimi.
Anche la cagata del loft è una sua scelta. Uno spazio suggestivo ma impratico,
sia perché situato a Inculonia, sia perché ridotto nelle dimensioni. Così il PD
è costretto ad integrare con una nuova sede: doppio affitto, doppie
ristrutturazioni, doppi spostamenti. Però la facciata, è la facciata che
conta....
Ma la Belva fa uso dell'arma letale a tutto campo. Punta al referendum
liberticida e alla successiva caduta di Prodi. Ma qui fa un errore di troppo.
Dichiara che correrà da solo, getta la maschera nei confronti degli alleati e,
complice il reticolo di trabocchetti che il Professore si è sempre creato nel
suo percorso, il governo cade subito. Troppo presto.
Allora, bisogna accelerare il processo di distruzione dei partiti, di tutti i
partiti, e puntare subito all'omologazione nel calderone: sfruttando i
meccanismi perversi della legge elettorale, la utilizza come referendum comanda.
Il PD va da solo. "O entrate, o morite", questo lo slogan di fatto. Una regola
da usare però a discrezione, a seconda delle convenienze. Di Pietro la passa
liscia, perché fa comodo, col suo pacchetto virtuale del 5% (e perché da solo
sarebbe l'unico a resistere ed esistere). I radicali se li sceglie ad uno ad
uno, come si sfogliano i petali di una margherita. Ne salva una manciata,
Pannella e gli altri possano invece crepare. I socialisti no. Quelli sono troppo
pericolosi, possono conquistarsi lo spazio lasciato sguarnito dai Ds, meglio
annetterli o distruggerli. E per Boselli non c'è speranza.
Da Re Sole del centrosinistra, Veltroni ha potere di vita o di morte su tutti.
Decide le grazie da concedere e le condanne alla forca.
Non c'è che dire.... l'ambigua ipocrisia regna sovrana: dici Partito Democratico
e leggi Listone Fascista.
Nel frattempo il Nostro si dedica alla campagna elettorale, in perfetto
american-style, sfruttando il precedente berlusconiano.
L'italiano medio ha già dimostrato ampiamente di cascare come un gonzo sulle
promesse elettorali. Lo fece inseguendo il milione di posti di lavoro, lo fece
pregustando il contrattone a caratteri cubitali firmato da Vespa con tanto di
svolazzi. Veltroni dunque rilancia, sicuro che il popolo bue, malgrado tutto,
sia sempre lo stesso. In fondo, se il cittadino perde fiducia nel Gatto, non
resta che la Volpe.
Ebbene ecco le nuove bufale in arrivo.
Una dote massima di 2.500 euro a figlio per tre anni o fino al compimento della
maggiore età. Minchia. E quanto deve tirare fuori lo Stato per una cosa del
genere? La copertura finanziaria c'è, assicura Veltroni. Crederci non costa
nulla. Basta pendere dalle labbra dell'imbonitore.
Stipendio minimo di 1.000 euro per precari e disoccupati. Ottimo, evviva! Un
Paese che paga le pensioni ai 58enni si può anche permettere il lusso di
ammortizzatori sociali di primo livello. Non sapevamo di vivere in Svezia, ma
tutto si impara nella vita.
Si prosegue: 700.000 nuove case a prezzi d'affitto stracciati..... il problema è
sempre lo stesso... i soldi. E poi di che case parliamo? Vogliamo tornare ai
falansteri-bunker, gli squallidi casermoni popolari che imperavano negli anni
'70 e '80, sotto il regime intellettuale e creativo comunista, che tanto scempio
ha fatto delle nostre periferie?
E poi, 100 nuovi campus universitari entro il 2010. Costano un patrimonio e non
servono a nulla se non a fare casino, quando ci sono già troppe università che
attendono solo di essere riqualificate e rilanciate nel prestigio. Ma bisogna
parlare ai "giovani", e la sparata sembra d'effetto. D'altronde da uno che
all'università non ci ha mai messo piede, cosa ci si può aspettare?
Sempre ossessionato dal giovanilismo di facciata, Veltroni dà il meglio di sé
anche sulle candidature.
Tutti giovani, meglio se donne, belle, sorridenti, referenziate. Anzi, più che
referenziate, raccomandate. Prendiamo l'esempio della più strombazzata, Marianna
Madia, quella che si è vista sprizzare gioia in tv a fianco del suo protettore.
Per il popolo bue, è una nuova risorsa, un visetto pulito che rigenera il
vecchiume della politica. Per i più informati, invece, è la figlia di un caro
amico del buon Walter, un amico scomparso recentemente, in pratica un piacere
fatto alla famiglia in perfetto spirito mastelliano, con una briciola di
sentimento in più. Non solo, ma la Madia è anche la ex del figlio di Napolitano.
Insomma, una introdotta e ammanicata, una di casa. Altro che giovane virgulto
della società civile, altro che partito aperto, che premia e miracola i giovani
cittadini..... questa è la facciata: la sostanza è un italianissimo cliché.
Del resto, non è l'unico esempio. Altri giovani figli di papà introdotti in
massa parlano coi cognomi: Matteo Colaninno, Alessandro Benetton, Martina
Mondadori, Rossella Sensi.... c'è pure il figlio di De Mita, per chi non lo
sapesse.
Insomma, c'è un'aria di conformismo beota che ricorda quello seguito alla marcia
su Roma. All'epoca il fascismo fu vissuto come momento ineluttabile, cui
l'italiano borghese si piegò senza troppe storie, contento di affidarsi al
nuovo. Senza badare troppo al sottile. Oggi, cade a sinistra l'argine contro il
neopopulismo di destra, incarnato da Berlusconi. Cade l'argine e il modello si
replica con maggior vigore, con smalto inedito, quindi con rinnovata insidia.
All'epoca, i benpensanti che si opposero, diventarono martiri o eroi, ma dopo
vent'anni. Oggi, purtroppo, rischiamo la stessa sorte. Perché la storia si
ripete sempre, e con parole nuove racconta i suoi corsi e ricorsi.
Arrampicarsi sugli specchi - Con le sole tasse non si esce da
una crisi economica profonda
Va riconosciuta al ministro Ferrero una certa capacità di
arrampicarsi sugli specchi. Egli ha detto che sulla base di quanto è stato
fatto, il suo partito, Rifondazione comunista, potrebbe già uscire dal governo
oggi; ma in un quadro che il ministro definisce "dinamico", le possibilità
politiche sono tali da consentire un affondo sui salari tale da imprimere una
svolta all'azione del governo in senso sociale.
E visto che le risorse a questo fine non ci sono, (i conti del paese sono senza
dubbio migliorati, ma per mantenere l'attuale livello di spese non consentono
interventi di sostegno al lavoro e alle famiglie, come ha subito fatto sapere
nell'ultimo vertice di maggioranza il ministro dell'Economia Padoa Schioppa),
Ferrero impugna il programma dell'Ulivo ed in particolare la tassazione delle
rendite finanziarie: la tassazione delle rendite dei da fare ora, non a giugno.
Ovviamente Ferrero non distingue se nell'ambito delle rendite finanziarie vi
siano anche quelle dei semplici lavoratori piuttosto che degli speculatori di
assalto e non distingue perché una distinzione di questo genere non si può fare.
Oltre tutto, se fosse possibile escludere dal provvedimento i piccoli
risparmiatori, la tassazione dei soli grandi rentiers non sarebbe
particolarmente utile, a meno che si decida di spogliarli di tutta la rendita.
Cosa che non crediamo possibile: la proprietà privata è ancora una prerogativa
costituzionale, grazie al cielo, e non lo diciamo enfaticamente perché con
questi chiari di luna, non ci stupiamo più di nulla. Per cui se passasse la
linea Ferrero vedremmo una tassazione generalizzata della rendita che potrebbe
incidere comunque, e pesantemente, sulle famiglie che percepiscono un salario.
Purtroppo per il governo di centrosinistra, il semplice miglioramento dei conti
pubblici non è una condizione di ripresa economica sufficiente, considerando il
livello della spesa pubblica. Si conferma insomma che l'unica idea che sorregge
il governo è quella dell'aumento delle tasse, ora anche sulle rendite; e non c'è
nessuna terapia più efficace per deprimere l'economia. Walter Veltroni, che è un
ammiratore del presidente John Kennedy sa bene che per rilanciare l'economia il
leader statunitense giunto alla Casa Bianca pensò bene di abbassare subito le
tasse. L'Italia dovrebbe seguire una ricetta del genere e contemporaneamente
intervenire in maniera strutturale, sulla previdenza ad esempio, o come propone
anche Dini abolendo le province. Poi servirebbe un monitoraggio degli enti
inutili e così via. Il governo Prodi ha proceduto su una strada che è
esattamente l'opposto. Il risultato è un impoverimento generale della condizione
del paese: se con il governo Berlusconi non si arrivava a fine mese, ora non si
arriva a metà, come certifica l'Istat. Non c'è verso che nel governo si rendano
conto di questa situazione. Chiedere un'Italia nuova, come pure non rinuncia a
fare il partito di Veltroni, in queste condizioni appare molto difficile. Il
primo passo sarebbe quello di porre fine all'attuale governo che, nonostante il
malcontento generale, i rifiuti e quant'altro, vuole proseguire il suo cammino.
Non osiamo pensare fino a che punto si possa andare oltre.
Roma, 15 gennaio 2008
tratto da http://www.politicaonline.net
Laici e cattolici - Dall'Università una nuova ferita che si
poteva evitare
Comunque la si rigiri, la vicenda che ha portato il pontefice a
rinunciare alla sua presenza all'Università di Roma appare come una netta
sconfitta dello Stato laico e dei principi di libertà e di democrazia ai quali
dovrebbe ispirarsi.
Non se ne sono accorti i docenti firmatari della lettera di protesta al rettore
per l'invito a Ratzinger, non lo capiscono gli studenti che giubilano convinti
di aver ottenuto una grande vittoria. Beata e illusa gioventù! Erano liberi,
docenti e studenti, di non ascoltare il Pontefice o di esprimere in modo civile
il loro dissenso su quanto detto da Benedetto XVI; e gli strumenti per farlo non
nancavano di certo. E invece il pensiero del pontefice è diventato oggetto di
censura, e lo Stato laico non si è preoccupato, non è stato capace, di garantire
la libertà di espressione al dignitario di un altro Stato, oltre che al
messaggero universale della spiritualità cristiana. In parole povere: una
catastrofe.
E' pure comprensibile che un docente o uno studente non abbia piacere di avere
il pontefice nella sua aula universitaria, sia essa di fisica o di lingua
latina; ma se non è in grado di impedire l'invito alla fonte (ed è evidente che
di questo, a ragione o a torto, si tratta) le eventuali contestazioni andavano
mosse, all'indomani della visita all'interno degli organismi accademici e senza
prevaricazioni di minoranza esigue sul volere della larga maggioranza di
professori e studenti. La democrazia liberale, sarà bene ricordarlo, è ispirata
- lo ha sottolineato nel suo intervento in aula il segretario del Pri Francesco
Nucara - al principio volterriano che garantisce all'avversario fino in fondo,
di esprimere il suo pensiero. E invece questo caso si è data l'impressione che
ci si sarebbe battuti fino alla morte pur di non vedere parlare il pontefice, a
prescindere da quello che il pontefice si riprometteva di dire.
Complimenti al governo che, mentre si alzavano i toni della polemica, è riuscito
a brillare per la completa assenza. Non ci stupiamo, perché l'elastica
maggioranza che lo sostiene comprende docenti che contestano, studenti
arrabbiati e papisti ortodossi. E così è intervenuto solo quando si è sentito
preso per il collo: a giochi fatti, quando già il Vaticano aveva rinunciato alla
visita. A quel punto serve a poco rammaricarsi per l'affronto subito dal papa.
Era meglio attivarsi prima per far sapere che la visita era gradita e sarebbe
stata garantita nella sua sicurezza. A proposito della quale, già Prodi si era
espresso con una infelice battuta, affidandola in toto alle guardie svizzere.
Temiamo che quella battuta non sia stata dimenticata nemmeno OltreTevere.
E così i rapporti fra laici e cattolici subiscono una nuova ferita di cui
proprio non si sentiva il bisogno. Con i laici messi sotto accusa per la loro
intolleranza perché non si può impedire al pontefice, o a chiunque altro, di
accettare un invito che si è ricevuto. Ne va di mezzo, oltretutto, la buona
creanza.
Roma, 16 gennaio 2008
tratto da http://www.politicaonline.net
Riceviamo da Paolo Montesi - Libertà di parola per il Papa -
Caro Josef - atto II -
"Non condivido ciò che dici, ma morirò affinché tu possa dirlo"
(Voltaire)
- 17 gennaio 2008 - Come ben sa non condivido praticamente nulla della sua
politica, non ripongo in lei fede ne tanto meno fiducia, non sopporto che
attacchi Galileo, non accetto che detti le norme del mio Paese, non sono dalla
sua parte né sui Pacs né tanto meno sulla 194.
Ma oggi devo lottare affinché lei possa parlare.
In questo concetto risiede forse uno dei cardini di quella cultura laica a cui
mi sono sempre rifatto e, son convinto tutto ciò non faccia parte di coloro che
l'aspettavano alla Sapienza.
Non credo che quella gente abbia nulla a che fare con noi laici. Sin da piccolo
mi hanno insegnato che laico non significa anticlericale. Se essere laico
significa non avere dogmi, allora perché dovremmo sempre e comunque essere
anticlericali? Ci scontriamo contro la Chiesa perché molto spesso non
condividiamo le sue posizioni, perché la ragione e non il dogma ci impone lo
"scontro".
Se così non fosse non saremo nulla più che un gruppo di invasati, istruiti a
pennello, che rinnegano i dogmi della Chiesa per quelli dello stato.
Leggo che alcune sue posizioni sono ritenute inaccettabili, perché troppo spesso
s'intromette sulle questioni del nostro Stato o perché dieci anni fa ha tirato
fuori qualche eresia su Galileo. Certo pure io condanno e non condivido queste
posizioni, ma la mia battaglia va pure a vostro favore, la libertà di parola non
è solo per gli amici, ma anche e soprattutto per i nemici.
Laico non è colui che ha una verità assoluta; clericale o meno che sia è una
verità personale, che da tutti deve esser rispettata ma non condivisa.
Qualche mese fa Ahmadinejad fu invitato all'università di Boston, ripeto
Ahmadinejad quello che tiranneggia su un Paese che alimenta metà del caos
mediorientale, che impicca persone a giorni alterni, che vuole eliminare dalla
cartina Israele e che riabilita con orgoglio l'olocausto.
Bene questo soggetto indipendentemente dalle sue posizioni, che mi trovano
palesemente contrario, aveva comunque il diritto di parlare. Se non avessi
voluto ascoltarlo non sarei stato di certo obbligato ad andarci.
Più che un programma politico il laico sostiene le regole che permettono di
presentare ogni genere di programma.
Credo le sia chiaro non avesse a che fare con laici ma con qualche studente,
troppo imbevuto di comunismo e sessantotto, accompagnato da 67 fra i 5.000
docenti che costituiscono il corpo insegnante della Sapienza.
Mi chiedo come sia possibile che nel momento in cui si torna a discutere la 194
vi sia qualcuno che le offra sul piatto d'argento la possibilità di screditare
con ragione i suoi avversari.
Ora per giorni dovremmo sorbirci la patetica scenata di un gigante che si medica
per le ferite inflittegli da qualche lillipuziano. Ora che potrà far la parte
dell'agnello sacrificale lasciando a noi la parte del lupo cattivo e
antidemocratico credo sarà ancor più difficile promuovere le nostre battaglie di
civiltà e, per ciò ringrazio i collettivi comunisti della Sapienza per il grande
aiuto culturale, ma sopratutto politico che la loro azione ha offerto a noi
laici.
Per concludere, Santo Padre, lei oggi ha vinto una battaglia, ma ricordi che la
guerra è ancora lunga.
Michele Bertaccini - Federazione Giovanile Repubblicana - Romagna -
Il segretario del M.R.E di Gravina in Puglia
Vincenzo Artal
Il segretario del P.R.I. di Gravina in Puglia
Giuseppe Loglisci
Il Consigliere Comunale M.R.E.
Gioacchino Carone
L´Assessore Comunale all´Ambiente
Emanuele Digennaro
Adamo, Eva, il serpente e la mela-monnezza
C’era una volta una bella e ridente città di nome Napoli,
capoluogo di una Regione antica, ricca di storia e conosciuta in tutto il mondo
per le sue bellezze artistiche e naturali. Le bellezze di Napoli e della
Campania esistevano ed esistono ancora, ma da troppo tempo ormai convivono con
cumuli di rifiuti di ogni genere.
Purtroppo la vera “monnezza” non è solo nelle piazze e per le strade ma è
radicata nei “palazzi” e mentre le montagne d’immondizia crescono a dismisura, i
“reali” sono diventati eccelsi giocatori dello “scarica barile”. In fondo è
nell’indole umana cercare di trovare un colpevole per liberarsi da ogni
responsabilità. Non dimentichiamo che fin dai tempi della famosa mela, Adamo
incolpò Eva la quale a sua volta accusò il serpente e, mentre i tre protagonisti
cercavano di trovare un alibi, la mela rimase per sempre il simbolo del peccato
commesso che non poteva essere cancellato.
Per anni in Campania Adamo ed Eva, ovvero Antonio Bassolino e Rosa Russo
Iervolino , hanno permesso che la loro mela marcisse per le strade e diventasse
il simbolo di una politica che fa finta di non sentir la puzza di marcio. Questo
pseudo-Paradiso in Terra, però, non poteva durare per sempre e finalmente è
giunto il momento del giudizio. Come da copione l’uomo e la donna, di fronte
alle domande e alle richieste del popolo sovrano, hanno individuato e additato
il colpevole serpente: Alfonso Pecoraro Scanio.
La mela marcia dei rifiuti si esibisce nelle strade perché il Ministro
dell’Ambiente ha impedito la realizzazione di discariche e inceneritori. Il
giudizio implacabile del popolo, però, non può essere manipolato soltanto da una
pubblica accusa. Quando Dio scoprì la verità sulla mela di Adamo ed Eva analizzò
la situazione criticamente e senza lasciarsi abbindolare dalle parole dei
colpevoli. La mela era stata mangiata e tutti ne erano responsabili. Adamo ed
Eva per la vergogna cercavano di coprirsi e di evitare il giudizio del Signore
ma a nulla servì il loro tardivo pudore. Nessuno fu risparmiato dalla punizione:
Adamo, Eva e il serpente dovettero condividere la loro sorte per sempre e da
allora l’umanità lotta ogni giorno per sconfiggere la sua mela.
L’eredità lasciata da Bassolino, Rosa Russo Iervolino e Pecoraro Scanio è un
fardello troppo grande da portare. Nessuno aveva chiesto di vivere nella
monnezza e la popolazione è stanca di pagare per le colpe degli altri.
In un’intervista al TG1 lo scrittore Luciano De Crescenzo, ostentando un finto
ottimismo, ha affermato che “tanta monnezza” è sintomo di ricchezza. Questo
atteggiamento tipicamente napoletano può far comodo soltanto al “palazzo”. Nelle
umili case dei poveri cittadini campani e napoletani si è persa da tempo la
speranza di una redenzione.
Anni di rassegnazione hanno portato ad una situazione di estrema crisi e nessuno
crede più alla favola di Adamo, Eva e del serpente: ormai la mente è offuscata
da un cumulo di “monnezza”.
Barbara Maurano
Federazione Giovanile Repubblicana - Campania
Repubblicani e liberaldemocratici, sempre più critici verso
Prodi, potrebbero presto unirsi in un unico partito - Dini e Nucara insieme a
destra
di Aldo Torchiaro
Una serie di telefonate, di quelle che si fanno tra vecchi amici. Poi un primo
incontro, cui segue a breve distanza un secondo. Lamberto Dini e Francesco
Nucara si sono riuniti, presenti i rispettivi staff, prima delle festività
natalizie. Ha preso così le mosse, al riparo dall’occhio indiscreto dei
retroscenisti, l’accordo tra il senatore che ha dato vita ai Liberaldemocratici
e il Partito Repubblicano Italiano, i cui rappresentanti, eletti in parlamento
con la Casa delle Libertà, confermano la loro fedeltà al centrodestra. “C’è un
rappporto che si può stringere ancor di più, andando avanti. Noi del Pri e
Lamberto Dini siamo in asse praticamente su tutto, e d’altronde Dini proviene da
una tradizione culturale laica e repubblicana”, conferma Nucara a L’opinione.
Nessuna titubanza da parte dell’anziano senatore, fuoriuscito dalla Margherita
all’indomani della nascita del Pd, e sempre più critico verso il governo Prodi.
“Dini ha detto a chiare lettere di ritenere conclusa la sua esperienza di
appoggio alla maggioranza di centrosinistra, così come ha annunciato con la
dichiarazione di voto per la Finanziaria a Palazzo Madama”, dice ancora Nucara.
E quindi è stato naturale il loro incontro. Nel quadro generale di
razionalizzazione della politica, una struttura univoca potrebbe mettere presto
insieme Pri e LibDem. “Con un appuntamento ravvicinato”, indica il segretario
repubblicano. “Andremo alle elezioni europee insieme, con una lista comune; in
Europa sono già tanti i parlamentari del gruppo liberaldemocratico, l’Eldr.
L’Italia è un Paese che dà pochi rappresentanti a quel gruppo; dobbiamo
invertire la tendenza e rovesciare questa ennesima anomalia italiana”.
D’accordo su tutto, il Pri sposa i sette punti di Dini e del senatore D’Amico e
li invita a immaginare ben più di un accordo elettorale. “Dobbiamo andare oltre,
perché non può essere il nostro unico obiettivo quello delle Europee. Qui
dobbiamo far vincere una cultura politica diversa, nel momento in cui Berlusconi
lega il Popolo delle Libertà al Partito popolare europeo e la maggior parte del
Pd rimane ancorata al Pse, dobbiamo dire a tutti i laici, liberali e
repubblicani che il loro posto è con noi, nell’Eldr ma soprattutto nella vita
politica di tutti i giorni”. Quanto al futuro, Francesco Nucara crede che il
referendum sia ormai inevitabile. “Poi, però, si deve andare a un accordo. Anche
perché le leggi non sempre sono rigidamente in linea con quanto emerge dai
quesiti referendari, e starà al Parlamento, tenendo presente la volontà degli
elettori, normare sulla materia”.
L’ipotesi che prende corpo potrebbe essere quindi quella del sistema tedesco.
“Un sistema che noi repubblicani abbiamo caldeggiato già con Vannino Chiti e con
Prodi, e che deve garantire anche le minoranze di storica e radicata tradizione,
come quella che noi rappresentiamo”, dice Nucara. “Peccato che alle nobili
minoranze la storia di questo Paese non ha mai accordato troppo credito”,
aggiunge. “Noi oggi non abbiamo dubbi sulla nostra collocazione nel
centrodestra. Il problema non è dove siamo, ma come stiamo”. E come stanno i
repubblicani, non ne fa mistero: “Siamo dei rifugiati politici, noi nel
centrodestra e i diniani nel centrosinistra. Ed è ora di mettere insieme questo
nostro mondo. Ci troviamo sempre in asse con Benedetto Della Vedova e con
Alfredo Biondi, perché non dobbiamo dare vita ad una iniziativa davvero nuova
per costruire una forza liberaldemocratica in Italia?”
tratto da http://www.politicaonline.net
Nella pattumiera - Smaltire i rifiuti ma anche le presunzioni
di una certa sinistra...
nsieme con i rifiuti di Napoli finiscono nella pattumiera le
ultime presunzioni di certa sinistra italiana. Nella pattumiera della storia,
giudice implacabile che in questi giorni sta pronunciando la sua sentenza
definitiva. Eravamo cresciuti nel mito delle amministrazioni di sinistra.
Efficienti, puntuali, rigorose. Per decenni il modello emiliano, o quello
toscano, erano stati sbandierati come il prodotto non di una evoluzione locale
(che peraltro da qualche tempo mostra le sue crepe) ma di una impostazione
politico-ideologica; come il risultato di un modo di governare sconosciuto alle
altre forze politiche, nella prima come nella seconda Repubblica. E ora, come la
mettiamo? Dove sono, a Napoli e dintorni, l'efficienza, la puntualità, il
rigore? E non solo sul tema drammatico dello smaltimento dei rifiuti. Qualcuno,
per esempio, dovrà pur spiegare quanto è costata e a che cosa è servita la
società che avrebbe dovuto individuare a Bagnoli la destinazione delle aree
dismesse dall'Italsider. E che sono ancora lì, in attesa di un'idea che continua
a latitare.
Ci avevano spiegato, sulle orme di Enrico Berlinguer, che la sinistra era
"diversa". Forse. Nel senso che era peggiore. Quello che succede oggi non si era
mai visto in passato, nella Napoli di Gava o di Cirino Pomicino. E neppure -
duole doverlo dire - nella Napoli di Achille Lauro. E' un altro mito che
affonda, con le frottole raccontate da un abile segretario di partito che -
vedendo naufragare la barca su cui avevano navigato le sue truppe * le aveva
trasferite dal rigore dell'ideologia a quello della moralità. E anche questa
cambiale, scaduta da tempo, va oggi in protesto.
E infine ci era stato raccontato, da eminenti uomini politici che da tempo
gravitano intorno al governatore della Campania - e di cui sono ascoltati
consiglieri - che la camorra era organica al potere della Democrazia Cristiana e
dei suoi alleati di governo. Che sarebbe bastato rimuovere quell'assetto
politico per eliminare la delinquenza organizzata.
Sono quindici anni, a Napoli, che quell'assetto politico non esiste più. Ma la
camorra continua a proliferare, l'ordine pubblico è diventato la prima
emergenza, nella città partenopea come in buona parte della Campania.
Quindi, delle due l'una: o la sinistra al governo è organica alla delinquenza
organizzata; o questa vive di vita autonoma e realizza quando è necessario i
suoi compromessi con i potenti di turno. E quindi la tesi su cui si fondava la
"diversità morale" di certa sinistra in Campania era clamorosamente sbagliata.
Di fronte ai disastri compiuti a Napoli - la terza città italiana, non
dimentichiamolo - è venuto il momento, per l'intera sinistra e non solo per
quella partenopea, di ritornare con i piedi per terra. Non sono più efficienti
degli altri, non sono diversi dagli altri. Non può esserci un pregiudizio
etico-politico in loro favore. Sono, talora, peggiori. E non basta - per
salvarsi l'anima - chiedere oggi, come fa il sontuoso Scalfari, le dimissioni di
Antonio Bassolino, dopo averne magnificato l'opera ed avere intonato i peana
alle "magnifiche sorti e progressive" della città partenopea da lui guidata.
Dopo avere inneggiato, inventandolo di sana pianta, al nuovo rinascimento
napoletano.
E fino a quando non tornerà a poggiare i piedi per terra, con questa sinistra
tronfia e presuntuosa, con i suoi dirigenti, con i suoi giornali faziosi e i
suoi giornalisti di regime, con i suoi mediocri intellettuali, neppure val la
pena di misurarsi sul terreno della dialettica politica. Non resta che dirgli -
visto che si parla in primo luogo di Napoli - le parole del grande Antonio De
Curtis, meglio conosciuto come Totò: "Ma mi faccia il piacere...".
Roma, 8 gennaio 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org
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