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PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO

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Lettera inviata dal Segretario Nazionale Pri, Francesco Nucara, al Presidente del Consiglio, Senatore Mario Monti.

Egregio Signor Presidente del Consiglio, la manovra adottata evidenzia una strategia immediatamente operativa, sostanzialmente strutturale e realisticamente conseguibile, che fa centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 (mettendo in sicurezza i conti pubblici), e indica un primo (e quindi ancora parziale) effettivo e concreto intervento per il recupero della competitività del sistema paese e per il rilancio occupazionale.
L’esigenza di produrre "ad horas" una risposta legislativa per contrastare i rigorosissimi segnali che arrivavano dai mercati finanziari internazionali, ha necessariamente comportato l’adozione di provvedimenti che garantissero con immediatezza al Tesoro nuove risorse monetarie: da qui l’obbligata opzione dell’utilizzo consistente della leva fiscale. Ciò comporterà, necessariamente, un impatto negativo sulle prospettive del Pil, anche al di là delle già negative previsioni formulate dal governo.
Il Pri, nel confermare il proprio sostegno politico e parlamentare al decreto "Salva Italia", esprime il convincimento, in ciò anche assicurato dalle recenti dichiarazioni del presidente Napolitano, che l’esecutivo dovrà provvedere, con grande tempestività, alla formulazione ed approvazione di ulteriori concreti ed incisivi provvedimenti finalizzati ad una significativa, stabile e credibile crescita dell’Italia.
In quest’ottica i Repubblicani portano all’attenzione del Governo alcune autonome proposte, essenziali per il conseguimento dei due obiettivi prima indicati.
Di seguito illustriamo sinteticamente le proposte che, peraltro, sono compiutamente contenute nelle tesi programmatiche approvate dal nostro ultimo Congresso nazionale del partito, e che Le abbiamo consegnato in occasione del nostro incontro.
1) Ridurre drasticamente il perimetro di azione dello Stato centrale con la conseguente riduzione della spesa pubblica primaria.
2) Applicazione integrale della normativa del codice civile nella regolamentazione del bilancio degli enti locali, delle aziende sanitarie, di quelle municipalizzate e dei servizi.
3) Divieto del ripiano delle perdite di bilancio delle aziende e delle S.p.A. a partecipazione pubblica.
4) Applicazione agli amministratori degli organismi di cui al punto 2 della normativa del codice civile prevista per gli amministratori delle S.p.A.
5) Istituzione del principio dello "Zero Budget" e quindi della successiva applicazione sistematica della metodologia dello "spending review" ai bilanci, sia dello Stato che degli enti locali e delle aziende a gestione pubblica.
6) Predisposizione di un meccanismo, differente da quello vigente, per la trasparenza dell’autonomia decisionale delle aliquote relative all’addizionale Irpef regionale e comunale; aumentando così la immediata cognizione da parte dei cittadini contribuenti della responsabilità dell’entità del carico fiscale di competenza degli enti locali.
7) Appare necessario istituire uno strumento operativo nel quale far confluire tutte le partecipazioni pubbliche statali, regionali, provinciali e comunali, dirette e indirette, nonché il patrimonio edilizio e fondiario. L’obiettivo da perseguire è quello di massimizzare il valore dei singoli cespiti nell’arco temporale di tre-cinque anni, e successivamente mettere in vendita gli stessi. Contestualmente all’apporto dei vari cespiti, si potrebbe dar corso alla costituzione di un fondo di investimenti basato sul patrimonio in questione, con cedole annue di circa il 4% da usufruire attraverso un pari credito d’imposta.
8) L’inserimento del conflitto di interessi tra soggetto che paga e quello che incassa negli strumenti di lotta all’evasione fiscale, partendo dai segmenti a più alto indice di evasione, già individuati dall’agenzia delle entrate.
9) Individuare una efficace strategia di politica industriale per conseguire l’obiettivo dell’allineamento del CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) italiano, oggi ad un livello totalmente fuori mercato, a quello dei più efficienti sistemi produttivi dei paesi concorrenti.
10) Definire un piano di acquisto da parte della Banca d’Italia, concordato e correlato con la le iniziative della BCE, dei titoli del debito pubblico nazionale (sul mercato secondario), utilizzando quali risorse finanziarie sia l’attivo finanziario del Tesoro presso la stessa banca ( pari a 43,2 miliardi di euro alla data del 31-10-2011), sia un finanziamento della BCE (eventualmente garantito da quota parte della riserva aurea) per circa 150 miliardi di euro. Gli alti rendimenti attuali dei titoli sul mercato secondario renderebbero l’operazione nel suo complesso valida ed efficace da tutti i punti di vista; ed in particolar modo per il forte segnale di controllo dello spread, in vista delle nuove aste di titoli pubblici del 2012.
Il mix delle proposte, per lo più relative a riforme strutturali a costo zero, potrebbe fornire un incisivo intervento per la riduzione strutturale della spesa corrente primaria e per interessi sul debito; nonché dare consistenza al processo di ristrutturazione del sistema complessivo del paese.
Ultimo ma non ultimo, l’infrastrutturazione del Mezzogiorno, come ho avuto modo di illustrare nel corso della dichiarazione di voto sulla fiducia (e come suggerito dal Capo dello Stato ancora ieri).
Le ipotesi al riguardo, come evidenziate dal Ministro Passera, resteranno solo tali, se non sopraggiungerà una fase di reale concretizzazione.
Con grande stima e viva cordialità,

Francesco Nucara


Francesco Nucara la fiducia la darà...

[...…] Francesco Nucara la fiducia la darà, ma non gli piace quasi nulla: "E' una manovra con il 70 per cento di nuove entrate e il 30 di tagli. Non mi piace Monti che sull'Ici dice mentendo: "Non ci avevo pensato". Non mi piace la demagogia delle tasse sugli aerei. Non mi piacciono le finte liberalizzazioni. Non mi piace che Bankitalia annunci la recessione. Non mi piace che Monti riceva i sindacati, che pure fanno parte della casta, nei ritagli di tempo. Ho scritto una lettera al premier per dire queste cose. E per dire che voto sì, a prescindere, come diceva Totò. Ma se il crepuscolo della democrazia porta a questo, per il futuro non so cosa voterò".

Alessandro Trocino, dal "Corriere della Sera" di giovedì 15 dicembre 2011


Prima di assistere all’ennesimo scontro...

Prima di assistere all’ennesimo scontro, forsennato ma sul nulla, è bene, a proposito di scioperi, fissare tre paletti: a. i sindacati non rappresentano i lavoratori, visto che gli iscritti sono in maggioranza pensionati e presso la popolazione attiva si aggirano attorno al 25%, presi prevalentemente nel settore pubblico (se ragionassimo in termini di Pil, ci sarebbe da ridere), b. i lavoratori iscritti sono pochi, ma i sindacati sono tantissimi, e si fanno concorrenza fra di loro proclamando scioperi e proteste varie, non a caso demenzialmente contabilizzate per migliaia annue; c. i cittadini non sanno mai perché si proclamano gli scioperi, né gliene importa granché, subiscono il rito e ne pagano i danni.
Per capire se il governo ha imboccato la strada giusta si devono tenere fermi due principi costituzionali: 1. l’organizzazione sindacale è libera (articolo 39); 2. i lavoratori hanno diritto di scioperare (40). Siccome tale diritto deve essere regolato dalla legge, l’intervento governativo è legittimo, oltre che doveroso. Ma non chiarissimo. Per esempio: gli scioperi devono essere proclamati da chi ha almeno il 50% della rappresentanza. Letta così, è come dire: nessuno. Per “rappresentanza”, però, s’intende non i lavoratori iscritti, ma una quota fra questi. Insomma: chi ha la metà di una minoranza. Non è bello, anche perché sembra studiato per dare una mano ai grossi, anzi, li si spinge a star fra loro appiccicati.
Il problema vero è che i lavoratori non sono rappresentati. Pertanto, ho una proposta, che non si limita ai soli trasporti: applichiamo la Costituzione. Così voglio vedere la sinistra cosa s’inventa. Applichiamola dove dice (39) che i sindacati devono essere registrati e che per esserlo devono avere un ordinamento democratico e trasparente. Da noi sono monarchie burocratiche, finanziate in assenza di bilanci leggibili, con iscritti non verificabili, governate da autocrati che terminano la carriera prendendo la pensione da parlamentari. E marameo a tutti gli altri. Si fece anche un referendum sul loro finanziamento, poi aggirato con la complicità di Confindustria.
Vedrete che, una volta affrontato, seriamente, il problema della rappresentanza, anche la conflittualità diminuirà e gli scioperi serviranno a protestare, non a dimostrare d’esistere.

Davide Giacalone
Pubblicato da Libero


Pensieri di un laico, Appello all'Italia della ragione...

Per un lungo periodo di tempo – gli anni della cosiddetta prima repubblica – l'equilibrio politico italiano fu assicurato, oltre che dai due maggiori partiti (la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), dalla presenza di alcune forze "intermedie", di ispirazione laica e riformista, che svolsero una preziosa funzione di moderazione e di modernizzazione.
Furono determinanti fin dall'inizio in alcune scelte di fondo: l'adesione dell'Italia all'Alleanza Atlantica e alle prime intese europee, la liberalizzazione degli scambi, l'avvio della politica meridionalista. Contribuirono in seguito alla modernizzazione civile del paese, con la riforma del diritto di famiglia, l'introduzione del divorzio e dell'aborto, la modifica della legislazione tributaria. Ebbero sempre, nei momenti critici della nostra storia, una ruolo che fu contemporaneamente di stimolo e di equilibrio, evitando che il paese precipitasse nelle guerre ideologiche ma anche che si impantanasse nelle paludi conservatrici.
A riconoscerne la funzione fu lo stesso Alcide De Gasperi, che nel 1948 – dopo la vittoria elettorale netta della Democrazia Cristiana, che aveva conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento – ritenne indispensabile l'apertura alle forze laiche. Forze che – per riprendere l'articolo scritto trent'anni fa su "Repubblica" da Eugenio Scalfari in occasione della morte di Ugo La Malfa – cercavano di costruire "l'Italia della ragione a dispetto di quanto attorno a loro continuava ad accadere tra sbirri, frati, lazzari e camorristi".
Queste riflessioni ci tornano alla mente oggi e ci vengono suggerite da quanto accade attorno al ricordo di Eluana Englaro. L'Italia dimostra di non essere molto diversa da quella in cui Ugo La Malfa e gli altri laici avevano sviluppato la loro azione politica. Semmai, di essere peggiore. Venuta meno – con l'adozione dello schema tendenzialmente bipartitico – la funzione moderatrice e modernizzatrice delle forze "intermedie", si sono liberate tutte le contrapposizioni, tutti gli ancestrali fondamentalismi, ha ripreso vigore un sanfedismo che sembrava archiviato per sempre. E mentre il mondo si interroga sulle modalità per uscire dalla crisi noi ci consumiamo nelle guerre di religione. Il vaso di Pandora si è aperto e tutti i veleni, una volta liberati, rischiano di corrompere quanto ancora di vitale c'è nel paese.
Con le forze laiche messe in angolo si è indebolita anche l'Italia della ragione; e si è affievolita la voce del cattolicesimo liberale. E' successo, insomma, quello che temevamo quando negli anni della prima repubblica, a chi tra i nostri amici sosteneva il bipartitismo, eravamo costretti a rispondere: ma immaginate voi un'Italia divisa tra democristiani e comunisti, assoluti padroni del campo? Oggi non ci sono più né democristiani né comunisti, ma il paese si è diviso ugualmente tra guelfi e ghibellini, spesso simili tra di loro nella proposta politica ma divisi da odi personali, da lotte di potere, da scontri di camarille.
A questa Italia rissosa ed urlante, che sembra avere imboccato la strada per uscire dalla storia, bisogna tornare a contrapporre "l'Italia della ragione". E' il compito non solo di quanto resta delle forze laiche, liberali, riformiste, ma anche di quanto c'è ancora – anche al di fuori della politica – dell'Italia che vuole essere moderna e civile. Riprendendo da subito, e insieme, un percorso che inizia già con le prossime elezioni europee. Prima che sia troppo tardi, prima che il vaso di Pandora, aperto da apprendisti stregoni, divori l'intero paese.

Italico Santoro


Hanno chiuso un ospedale perfetto....

"Era una vera eccellenza pubblica nel cuore di Roma, è stato sgomberato in due mesi: un dramma per noi medici, e per i pazienti ancora di più." Finisci di studiare medicina con un'idea: tutti i cittadini hanno il diritto a cure adeguate. Anzi alle migliori. Quindi, ti butti nella mischia della sanità pubblica. Ci lavori per trent'anni. Tutte le volte che si presenta l'occasione di cavalcare il privato, rinunci, perché credi profondamente in quello che fai. Mi chiamo Teresa Dastoli, sono un chirurgo dell'ospedale San giacomo Ex ospedale, è stato chiuso venerdì 31 ottobre: una punta d'eccellenza nel cuore di Roma. Uno di quei posti che se ci capiti ti riconciliano con le tasse che paghi. Non lo dico io, ma i pazienti. Il San Giacomo esisteva dal 1339, l'ha fondato papa Benedetto XII. Nel '500, grazie alla donazione del cardinal Salviati è stato ristrutturato. Ma il cardinale è andato oltre: ha lasciato scritto nel suo testamento che parte del suo reddito doveva servire al mantenimento della struttura, a condizione che restasse destinata alla cura dei malati. Così è stato sempre. Dalle campagne napoleoniche ai Patto lateranensi a ieri, nel corso della storia italiana l'ospedale è stato sempre gestito da chi faceva capo alla sanità pubblica. Da poco, grazie a un piano di riqualificazione è stato anche completamente ristrutturato: reparti nuovi, tecnologia nuova, mancava solo da sistemare radiologia (la parte alberghiera, perché i macchinari c'erano tutti). Però a metà agosto la regione Lazio ha preso la decisione di chiudere il san Giacomo. Cioè buttare via i 13 milioni di euro appena investiti con esiti brillanti (tra l'altro potenziando il day hospital e riducendo al minimo i ricoveri, che costano) e vendere l'edificio per recuperare fondi. Si tratta pur sempre di 30mila mq di palazzo d'epoca a pochi passi da piazza del Popolo! Un grosso affare. Pare che nel 2002 il governatore del Lazio Francesco Storace l'abbia promesso a qualcuno in cambio di credito. Mi pare si possa chiamare speculazione. Deportazione invece mi sembra la parola giusta per definire i termini della dismissione. E' come se fosse stato evacuare d'urgenza un piccolo paese. La regione ha stabilito che per ridistribuire il personale (e tutti i pazienti) negli altri ospedali sarebbero bastati due mesi. Ma come è possibile reinserire 750 professionisti in 60 giorni, rispettando la loro qualifica? Al momento alcuni di loro svolgono attività sottomansionate, sono parcheggiati in qualche struttura che non aveva nessun bisogno di personale. Altri di giorno si presentano in azienda per sapere cosa sarà della loro vita e di notte non dormono più. Mentre parlo ci sono infermieri e caposala seduti in cortile, in attesa che qualcuno dica loro dove andare. Ai pazienti non va meglio. Il giorno dello sgombero del San Giacomo alcuni hanno fatto resistenza. Un uomo anziano, degente da tempo, quando ha saputo che in poche settimane l'ospedale sarebbe stato chiuso ha iniziato a rifiutare le terapie, fino a che non è morto. Quando ancora speravamo di poter bloccare il corso degli eventi, a fine estate, ci siamo organizzati in un comitato ( il comitato Salviamo il san Giacomo) che coinvolge tutti: medici, infermieri, dipendenti, pazienti dell'ospedale ma anche cittadini del quartiere. Abbiamo iniziato a muoverci su più fronti: mentre facevamo ricorso al Tar ci siamo messi sulle tracce del testamento del cardinal Salviati, coinvolgendo i suoi eredi. L'abbiamo trovato: dice proprio così, che il San Giacomo deve essere un ospedale. Il che per il momento è servito a bloccare la speculazione, cioè la vendita (uno scritto del '500 che riesce a incidere sull'anarchia finanziaria e la mala amministrazione contemporanee, non è un buon soggetto per un libro?) ma non a far riaprire la struttura. Stiamo sostenendo una lotta impari: da una parte ci siamo noi, che consideriamo un delitto e una vergogna nei confronti dei cittadini, del territorio e del denaro pubblico ciò che sta avvenendo. Dall'altra premono interessi economici enormi. Secondo voi chi vincerà? Non ci conforta sapere che non siamo un caso isolato: ci ha contattato il Sant’Orsola di Bologna, anche lì tira aria di chiusura e di vendita, i dipendenti e i cittadini vogliono riunirsi a loro volta in un comitato, e tentare almeno di creare un fronte comune. E' inquietante che mentre si manifesta per i tagli all'istruzione, e i media di tutti i tipi hanno dato così grande spazio e risonanza alla mobilitazione e ai dibattiti, ciò che sta succedendo alla sanità pubblica passi praticamente sotto silenzio. Nessuno sta parlando di quanto accade, che dovrebbe aumentare le preoccupazioni rispetto alla tenuta del nostro sistema di wellfare. Il senso di frustrazione è aumentato dal muro che abbiamo di fronte. Non siamo riusciti ad avere un solo colloquio con un solo politico di nessuna forza, né di destra né di sinistra. Ci siamo imbattuti in un’omertà assoluta su tutti i fronti. L'attuale governatore della regione, Piero Marrazzo, è venuto al San Giacomo una sola volta, negli ultimi giorni prima della chiusura, ma non ha risposto alle domande più urgenti che gli abbiamo rivoto. Ha perso un'occasione. Non ha capito che le nostre preoccupazioni e paure non vengono dall'idea del rinnovamento, o di un ulteriore sforzo per razionalizzare le risorse, ma dal fatto che dietro questo modo istantaneo di agire da parte dei governanti non c'è un vero progetto a cui aderire, né una qualche coerenza. Io sono fortunata rispetto a molti collegi. Ora sono collocata al Sant'Anna (ci lavoravo in parte già prima) dove si pratica chirurgia diurna: per la senologia, di cui mi occupo, il day hospital è possibile, anzi serve a smitizzare certi luoghi comuni sulla chirurgia della mammella. Ma per esempio sono impedita a fare le ricostruzioni plastiche, così importanti per una donna, perché richiedono degenze più lunghe che questa struttura non può sostenere. Sta venendo a mancare il coordinamento con tutte le altre specialità, indispensabile in questo settore. Non si può lavorare come un'isola in mezzo al deserto, cercando poi di collegarsi avventurosamente con gli altri specialisti. La sensazione per noi medici è: sbaraglio. Non può non ripercuotersi sui pazienti. Il nonsenso a cui stiamo andando incontro, ora, è questo: grazie al testamento del cardinal Salviati l'edificio del San Giacomo non si venderà. Mentre le autorità cercano di risolvere la questione dal punto di vista legale, dicono di voler realizzare al suo interno qualche servizio di utilità pubblica, "tipo" ospedale. Ma evidentemente, non uguale a quel che c'era prima. Nel frattempo hanno speso già due milioni di euro in due mesi per attrezzare un nuovo poliambulatorio proprio di fronte all'ex San Giacomo. Dovrebbe dimostrare che il quartiere non viene sguarnito della sanità. Solo che Roma è già piena di poliambulatori. Un ospedale ha altre funzioni.

Marie Claire - Gennaio 2009 - Sara Del Corona


Le prospettive del Pri: sciogliersi in altri schieramenti?

"Può sopravvivere il Pri nella contingenza politica attuale in cui il sistema politico sembra incardinarsi in un bipolarismo che tende al bipartitismo? La nascita del Pd e del Pdl rispondono alle tradizioni ideali, storiche e politiche, di quella cultura laica, repubblicana, liberaldemocratica che affonda le sue radici nel Risorgimento italiano? Se si risponde a quest'ultima domanda in modo negativo, come tutti i comportamenti lasciano capire, essendo Pd e Pdl due partiti costruiti per la conquista del potere e non certo partiti con una cultura di governo fondata sull'interesse generale, allora è semplice anche la risposta alla prima domanda: il Pri deve sopravvivere per la prosecuzione di un'idea, ma anche perché quell'idea serve l'interesse generale del paese. Qualcuno pensa che si possa fare del Pri una Fondazione e poi sciogliersi nel Pdl; altri che occorra farlo verso il Pd. Dico subito che si può andare nel Pdl o nel Pd individualmente, ma nessuno si illuda che si possa liquidare il Pri, almeno fino a quando ci sono repubblicani che vogliono rimanere tali. Se qualcuno non se la sente più di combattere se ne vada, le porte sono aperte, ma nessuno può pensare di portarsi appresso la casa. E si può rimanere repubblicani anche dentro i due partiti? Si illudono coloro che pensano di essere ex Pri e rimanere repubblicani. Dove? Dentro il Pd, che vorrebbe essere il nuovo partito riformista sintesi delle tradizioni riformatrici del nostro Paese? Non è possibile, perché o si è repubblicani o si è un ibrido (comunista, socialista, liberale, cattolico). Non si può essere repubblicani e rivendicare la tradizione risorgimentale e poi essere una macedonia di tradizioni, alcune delle quali hanno addirittura combattuto il Risorgimento. E poi sarebbe anche un approccio sbagliato al nuovo partito, se ognuno degli iscritti al costituendo soggetto riformista parlasse in virtù delle proprie origini e non della nuova casa politica. Dove? Dentro il Pdl, in cui permangono posizioni nazionaliste, localiste, populiste e clericali? Le tradizioni possono rimanere nel cuore degli uomini e delle donne che le sentono; ma sopravvivono e si trasmettono solo se si è disposti anche ai sacrifici organizzativi e personali per tramandarle. Ed è un sacrificio condurre una battaglia di minoranza in un soggetto come il Pri che ha il titolo e l'eredità storica del repubblicanesimo italiano, titolo dato anche da personaggi che qualcuno intende rivendicare a simbolo della propria testimonianza politica. Mazzini, Saffi, Ugo La Malfa e Spadolini hanno operato e sono morti dentro il Pri consapevoli del ruolo che la storia aveva loro affidato. Non sono andati sotto la bandiera altrui per testimoniare la loro fede repubblicana. E lo hanno fatto col coraggio di far vivere una dialettica politica, non di andarsene quando il loro punto di vista era minoritario: lottavano anche duramente, ma dentro il Partito repubblicano. La crisi della politica richiede un confronto alto delle idee; la tradizione repubblicana e liberaldemocratica non può vivere come testimonianza individuale: deve trovare espressione politica vera. Fino a che uomini e donne rimarranno nel Partito repubblicano, nessuno di coloro che andrà altrove si illuda di poter rivendicare la nostra gloriosa tradizione. Quindi, se qualcuno pensa che non possa esistere più una cultura repubblicana attraverso una forza repubblicana autonoma, e confondesse la dignità di una posizione politica - che pur se in alleanza può essere garantita - con l'opportunismo individuale, si sbaglia. Come si può parlare di rispetto dell'avversario se non si ha rispetto delle proprie origini e di coloro che le coltivano? Quello che lo storico della letteratura Francesco De Sanctis indicava come il soggetto da cambiare attraverso "la riforma morale risorgimentale", ai giorni nostri si è trasformato nel classico "ometto" che tira a campare, chiuso nel suo scetticismo, che si ritira in un limitato orizzonte incapace di gesti generosi come l'orgoglio di lottare in minoranza. Quando si cita Ugo La Malfa, ad esempio, si sappia almeno che andò sempre controcorrente, perché ricco di quelle virtù morali che solo chi rimane coerente con se stesso può mantenere. Per fortuna ci sono ancora repubblicani che, pur divisi sullo schieramento, sono ancora capaci di serrare le file sull'appartenenza, pronti a riprendere il cammino per la costruzione di quel polo laico liberaldemocratico che prima il congresso e poi il convegno di Milano avevano individuato. E che occorre portare avanti con determinazione. E chi non ci sta si collochi dove vuole, ma lasci il testimone a chi vuole tenerlo alto": conclude Widmer Valbonesi .

tratto da http://www.quotidianodelnord.i


I giovani italiani sono stati fregati dai nonni...

I giovani italiani sono stati fregati dai nonni e dai padri, che lasciano loro i debiti da pagare, un sistema formativo che fa pena ed un mercato del lavoro che li esclude. Oltre che fottuti, però, pare che ci tengano ad apparire anche scemi. Meritevoli della sorte che toccherà loro. Facciano attenzione, perché questa non è una faccenda riducibile alla politica partitica, all’essere a favore o contro la Gemini ed il governo. Qui c’è un branco di buoi che va felice al mattatoio, difendendo i diritti del boia.
I liceali avrebbero ottimi motivi per protestare. Frequentano scuole che costano un occhio agli italiani, ma ne ricavano meno che nei Paesi in via di sviluppo. Ottengono titoli di studio che non contengono valore aggiunto e conoscenza. Passano incolonnati dal primo all’ultimo anno, con perdite marginali ed assenza totale di vera meritocrazia. Dovrebbero essere arrabbiati neri, inferociti per gli anni persi. Invece occupano le scuole come se ci sia qualche cosa da conservare e contro la riforma Gemini, che non esiste! Si rivoltano non contro i padri, ma da questi sollecitati, e dagli zii, che della scuola sono dipendenti. Neanche li mandano a quel paese quando li vedono “mobilitare” i fratellini delle elementari, con un senso dell’estetica inferiore a quello mussoliniano. Né li prendono a calci, come quei genitori meriterebbero, quando organizzano le “notti bianche” contro il maestro unico. Formatisi in discoteca e non negli studi, dediti all’essere mantenuti e non al lavorare, questi immaturi invecchiati protestano la notte, e lo fanno per difendere delle assunzioni a sanatoria, non la qualità culturale dei loro figli.
Ragazzi, la spesa pubblica ha rincitrullito quelli che ne sono vissuti, ma voi siete dei pazzi se pensate di potere avere in futuro quel che i vostri maggiori si sono già mangiati. Incattivitevi con quella generazione di egoisti dissipatori, perché se vi comportate come i giornali vi descrivono sarete solo dei conservatori dell’inconservabile. Il vostro interesse è che ci sia una leale gara fra meritevoli, chi vi ha preceduto ha preteso il premio senza neanche gareggiare. Oggi protestate contro “tagli” che neanche ci sono, mentre dovreste davvero darci un taglio, rompere con l’ambiente che protegge gli incapaci e riprendervi il futuro.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it <http://www.davidegiacalone.it>
Pubblicato da Libero
Pubblicato da www.nuvolarossa.org 18/10/2008


Questa e' una riflessione fuori programma...

Questa e' una riflessione fuori programma, che terro' nell'ambito di questa lista. Mi sono giunti e-mail ed sms da parte di molti colleghi, insegnanti come me, che mi chiedono di inviare a mia volta un'e-mail al Quirinale, al Presidente della Repubblica, per chiedere la non promulgazione del decreto Gelmini, con la precisazione che basterebbero 20.000 firme per ottenere tale risultato.
Mi vedo costretto, quindi, a dare ragione a Davide Giacalone: forse bisognerebbe fare qualcosa per valutare i docenti della scuola italiana, perche' se qualcuno di loro ha partorito una simile stupidaggine, e migliaia di colleghi, tutti docenti, hanno contribuito a diffonderla, allora veramente bisogna rifare la selezione, rifare la valutazione e rimandarne a scuola qualcuno.
I miei colleghi ignorano, nell'ordine:
1) che il decreto-legge 1 settembre 2008, n. 137, (detto 'riforma Gelmini') e' stato gia' promulgato dal Presidente della Repubblica, altrimenti non avrebbe mai potuto essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrare in vigore;
2) che il disegno di legge di conversione del decreto-legge in questione, presentato dal Governo, e' stato approvato solo da un ramo del Parlamento, precisamente dalla Camera dei deputati, mentre l'altro ramo, cioe' il Senato, ne avviera' l'esame in commissione solo martedi' 14 ottobre, per cui, pur volendo, il Presidente della Repubblica in questa fase non puo' promulgare alcunche', e sembra irrispettoso per il ruolo del Parlamento pensare che ci sia gia' un testo definitivo che il Senato non possa eventualmente modificare, se non da una e-mail al Quirinale;
3) che l'eventuale non promulgazione del disegno di legge di conversione, se mai il Presidente della Repubblica dovesse optare per questa ipotesi, potra' essere fondata solo su un giudizio di non costituzionalita', cioe' di non necessita' ed urgenza o di estraneita' delle norme aggiunte o cancellate dal Parlamento al contenuto del decreto-legge scritto dal Governo; giudizio che dovra' essere pronunciato, con messaggio motivato e diretto al Parlamento, sulle sole modifiche apportate dal Parlamento stesso, quindi, e non piu' sul decreto-legge scritto dal Ministro Gelmini e gia' promulgato, sul quale il Presidente Napolitano e' gia' stato favorevole.
Sono veramente meravigliato di come i miei colleghi docenti possano ignorare le norme della Costituzione e pretendere, contemporaneamente, il riconoscimento della propria qualificazione professionale, visto che nel concorso a cattedre che dicono di aver vinto (ma molti hanno solo usufruito di vergognose sanatorie) al primo posto della preparazione c'e' sempre stato l'ordinamento dello Stato, l'ordinamento della propria professione e l'ordinamento scolastico.
cittadino Covello

Tratto da www.nuvolarossa.org del 12/10/2008


CAPITOLO II - Carissimi internauti,
Vi ricordate del precedente articolo (ora disponibile nella rubrica Archivi) dal titolo "Dove mettere i nostri soldi"

L’intenzione era quella di definire una metodologia semplice da applicare nella scelta e nella gestione dei nostri investimenti improntata ad una corretta e prudente gestione del denaro.

Riteniamo che tale esigenza sia particolarmente sentita soprattutto in considerazione del fatto che nel recente passato (2000-2003) i mercati finanziari hanno mostrato tutta la loro vulnerabilità tanto da indurre l’investitore comune a cambiare il modo di utilizzare il proprio denaro ed in particolare la propria percezione/propensione al rischio.

Le crisi finanziarie del marzo 2000 e del settembre 2001 sembravano ormai dimenticate ed a molti parevano frutto di eventi eccezionali ben difficilmente ripetibili (mi riferisco alla bolla della “new economy” ed al tragico attentato alle torri gemelle). Oggi tuttavia viviamo una congiuntura ancora più delicata, paragonabile addirittura alla famigerata crisi del 1929.

Ma da cosa sono state generate le attuali tensioni finanziarie?

Partiamo dagli USA.

La crisi del mercato immobiliare fa la sua apparizione negli USA circa un paio di anni fa e si inserisce nella più generale delicata situazione finanziaria che ha investito quel Paese e conseguentemente il resto del globo.

La politica dei tassi bassi avviata ancora dal precedente presidente della FED aveva facilitato le compravendite immobiliari con la concessione di mutui ad un gran numero di cittadini americani in certi casi anche privi dei requisiti reddituali per poterli ottenere.

Grazie a meccanismi di ingegneria finanziaria (le cartolarizzazioni) vennero creati flussi finanziari ben maggiori di quelli reali sottostanti.

Il mancato pagamento di alcuni dei mutui così accordati faceva inceppare progressivamente questo meccanismo “moltiplicatore” sino a fare mancare la liquidità necessaria al proseguimento di questa crescita, venendo meno al rispetto dei diversi impegni finanziari assunti dai vari attori in gioco (principalmente le banche d’affari americane).

Ecco allora che alcune grosse banche americane (vedi Lemahans Brothers) sono crollate mentre altre sono state provvidenzialmente salvate dal tesoro americano o dall’intervento di concorrenti che le hanno assorbite in tutto od in parte.
Come conseguenza di tutto ciò il valore del sottostante mercato immobiliare è crollato.

Pertanto, negli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra e più recentemente in Spagna, ad eccezionali incrementi di valore registrati tra il 2002 ed il 2007 (in alcuni casi pari al doppio) sono seguiti crolli repentini di valore dell’ordine del 20-40%.

Arriviamo in Italia.

Anche in Italia, sebbene la situazione economico finanziaria non sia neppure lontanamente paragonabile a quella americana, si è potuto riscontrare dall’inizio del 2008 ad oggi, dopo quasi 7 anni di incremento costante di valore degli immobili (in media), un’inversione di tendenza.
Alcune associazioni del settore immobiliare hanno registrato da inizio anno un abbassamento del valore di mercato di circa il 4% con scambi via via sempre più modesti e quindi con tempi di realizzo sempre più lunghi.
Questi storni sono stati più marcati per gli alloggi di piccole/medie dimensioni e di edilizia residenziale non di lusso.

Sino a qualche anno fa l’acquisto di immobili (da adibire ad abitazione principale o meno) appariva sicuramente una corretta opportunità di investimento.
L’investimento nel “mattone” nell’ultimo decennio ha fruttato plus valenze di tutto rispetto.
L’incremento annuo che molto spesso si registrava, almeno in località con un mercato storico (villeggiatura od importanti città) era pari al 7-9% ben al di sopra dell’inflazione che si attestava intorno al 3% annuo ed in ogni caso superiore al tasso praticato per un mutuo a tasso varabile (intorno al 4%).

La crisi internazionale con l’impennata del costo delle materie prime ha cominciato a manifestarsi nell’estate 2007 portando l’inflazione (ufficiale) ad oltre il 4%. La BCE incrementava allora il tasso di sconto contribuendo così all’aumento dell’euribor e quindi delle rate dei mutui.

Gli ultimi gravi crack avvenuti in America hanno cagionato ulteriori squilibri a livello internazionale inducendo le autorità nazionali ad intervenire con pesanti immissioni di liquidità non più recuperabili dal sistema finanziario.

Giocoforza gli investitori devono ridurre il più possibile gli oneri finanziari, sempre più difficili da sostenere, oneri che spesso rendono dubbia la stessa bontà dell’investimento immobiliare.

Contrariamente al passato questi interventi correttivi (proprio per la valenza “sociale” che essi hanno) sono stati supportati, per non dire stimolati, dalle stesse autorità di Governo.

Sia il precedente governo, con il “decreto Bersani”, che l’attuale, con l'ancor più incisivo “decreto Tremonti”, hanno dato la possibilità, ad una larga parte di coloro che hanno in corso un contratto di mutuo, di alleviarne il peso sul proprio bilancio familiare.

D’altronde un buon investitore deve perseguire l’obiettivo di massimizzare i ricavi e minimizzazione i costi. Quindi occorre non solo valutare la redditività dell’investimento ma anche cercare di contenere al massimo i costi che questo comporta.

Ecco le opzioni attualmente praticabili per “alleggerire” il peso dell’ammortamento di un finanziamento.

A - ESTINZIONE ANTICIPATA DEL MUTUO
Presupponendo di avere liquidità a disposizione, e in mancanza di opportunità di investimento che possano permettere un’allocazione delle risorse particolarmente conveniente e quindi superiore agli oneri finanziari (al netto degli eventuali benefici fiscali sugli interessi) che il mutuo comporta, questa è sicuramente la strada più semplice da seguire.

L’estinzione anticipata può prevedere delle “penali” da pagare all’istituto finanziatore.
In tal caso è di rilevante interesse il decreto “Bersani” (Legge 40 del 2007) nella parte in cui si stabilisce che per l’estinzione anticipata del mutuo non possono essere richiesti compensi.

Ecco cosa recita l’art. 7 della legge testé richiamata:
“Estinzione anticipata dei mutui immobiliari divieto di clausole penali
1 E' nullo qualunque patto, anche posteriore alla conclusione del contratto, ivi incluse le clausole penali, con cui si convenga che il mutuatario, che richieda l'estinzione anticipata o parziale di un contratto di mutuo per l'acquisto o per la ristrutturazione di unità immobiliari adibite ad abitazione ovvero allo svolgimento della propria attività economica o professionale da parte di persone fisiche, sia tenuto ad una determinata prestazione a favore del soggetto mutuante.
2 Le clausole apposte in violazione del divieto di cui al comma 1 sono nulle di diritto e non comportano la nullità del contratto.
3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano ai contratti di mutuo stipulati a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
4. (omissis)
5. L'Associazione bancaria italiana e le associazioni dei consumatori rappresentative a livello nazionale, ai sensi dell'articolo 137 del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, definiscono, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le regole generali di riconduzione ad equità dei contratti di mutuo in essere mediante, in particolare, la determinazione della misura massima dell'importo della penale dovuta per il caso di estinzione anticipata o parziale del mutuo.
6. In caso di mancato raggiungimento dell'accordo di cui al comma 5, la misura della penale idonea alla riconduzione ad equità è stabilita entro trenta giorni dalla Banca d'Italia e costituisce norma imperativa ai sensi dell'articolo 1419, secondo comma, del codice civile ai fini della rinegoziazione dei contratti di mutuo in essere.
7. In ogni caso i soggetti mutuanti non possono rifiutare la rinegoziazione dei contratti di mutuo stipulati prima della data di entrata in vigore del presente decreto, nei casi in cui il debitore proponga la riduzione dell'importo della penale entro i limiti stabiliti ai sensi dei commi 5 e 6.”

Proprio alla luce di tale decreto l’Abi e l’Associazione dei consumatori hanno raggiunto un accordo in base al quale per i mutui stipulati prima del 2 febbraio o del 3 aprile 2007, a seconda dei casi, le penali per estinzione anticipata e per il rimborso parziale sono stati ridotti secondo i seguenti parametri:

In conseguenza dell’estinzione anticipata del finanziamento l’ipoteca non ha più efficacia e pertanto deve essere cancellata.

Anche in tale materia è intervenuto il già citato decreto Bersani (decreto del 31 gennaio 2007 n.ro 7 – convertito nella legge 2 aprile 2007, n.ro 40 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.ro 77 del 2 aprile 2007 supplemento ordinario n. 91).

Detto decreto ha reso automatico e non costoso il provvedimento di cancellazione dei mutui immobiliari.

Ecco cosa recita l’art. 13 comma 8 sexies:
“8-sexies. Ai fini di cui all'articolo 2878 del codice civile, ed in deroga all'articolo 2847 del codice civile, se il creditore è soggetto esercente attività bancaria o finanziaria, l'ipoteca iscritta a garanzia di obbligazioni derivanti da contratto di mutuo si estingue automaticamente alla data di avvenuta estinzione dell'obbligazione garantita.”


B - RINEGOZIAZIONE O MEGLIO RICONTRATTAZIONE (TASSO, PARAMETRO, DURATA,)

I - Rinegoziazione libera

Con accordo tra le parti a mezzo corrispondenza tra le stesse e, se del caso, con scrittura privata con firma autenticata.

Con tale accordo possono essere modificati:

l’entità del tasso;
la tipologia del tasso (fisso/variabile);
le spese incasso rata;
la durata del contratto;
l’importo del finanziamento.

II - Rinegoziazione sulla base del decreto “Tremonti” (Decreto Legge 25 giugno 2008 n.ro 112).

In base a tale recente decreto è stata sottoscritta una convenzione tra il Ministero dell’Economia e della Finanza e l’ABI.
Detta rinegoziazione consiste nella possibilità di ottenere, a partire dal gennaio 2009, una rata mensile costante calcolata sulla media del tasso d’interesse pagato nel 2006, o equivalente all’importo della prima rata pagata qualora il mutuo sia stato stipulato dopo il 2006. La differenza tra la rata teorica e quella costante ricalcolata viene accantonata in un apposito conto di finanziamento accessorio sul quale andranno a sommarsi mese dopo mese le differenze tra le due rate.
Tale conto maturerà interessi calcolati sulla base del tasso IRS a dieci anni maggiorato di uno spread dello 0.50 (che alcune banche hanno però deciso di non applicare).

C - SURROGAZIONE (LA C.D. “PORTABILITA” DI BERSANI)

La surrogazione è puntualmente disciplinata dal Codice Civile agli artt. 1201/1205 e consiste pertanto in una facoltà preesistente ai recenti interventi del legislatore; interventi che ne hanno cercato di agevolare l’applicazione azzerando gli oneri a carico del consumatore.
Infatti, sull’argomento è intervenuta la già richiamata Legge Bersani (legge 40 del 2007) e successivamente, la finanziaria 2008 che ai commi 450 e 451 ha reso possibile il trasferimento del mutuo alle condizioni stipulate tra il cliente e la banca subentrante, con l’esclusione di penali od altri oneri di qualsiasi natura (spese notarili, spese di perizia, penali di estinzione od altre commissioni).
Attenzione, però, la durata non è modificabile.

D - SOSTITUZIONE PURA E SEMPLICE DEL FINANZIAMENTO.

In tale caso si provvede all’ordinaria estinzione del mutuo presso la banca originaria ed alla successiva stipula di un nuovo mutuo presso una nuova banca a condizioni migliori delle precedenti

Per tale fattispecie valgono le considerazioni già espresse in merito all’estinzione anticipata circa il sostenimento di eventuali penali e della necessità di procedere con la cancellazione dell’ipoteca del vecchio mutuo (cosa che non si verifica per la surroga ex decreto Bersani).
Tutti gli altri oneri bancari rimangono oggetto di una libera contrattazione tra le parti (oneri notarili, spese di perizia) mentre alcuni oneri di natura fiscale vengono nuovamente sostenuti (iscrizione ipotecaria, ecc).
In conclusione, il vantaggio di ottenere un finanziamento con scadenza più lontana ed a condizioni di tasso migliori rispetto a quelli praticati dalla banca originaria deve essere attentamente comparato con i costi che si debbono nuovamente sostenere.

Al prossimo appuntamento.
Alessandro Canessa
7 ottobre 2008


I REPUBBLICANI PER LE MARCHE

Perché i repubblicani per le Marche? Perché le Marche sono una terra felice segnata da uomini illustri che si rifanno al Partito repubblicano, solo la città di Ancona ha visto passare ben quattro sindaci dell’Edera e risale a pochi giorni fa la dedica del Comune di Ancona all’indimenticabile Guido Monina.
Essere qui oggi, in prima linea in questa campagna elettorale, con l’esponente più importante del Partito e una delle personalità più illustri e competenti della scena politica italiana, l’On. e amico Giorgio La Malfa, vuol dire credere nel giusto valore di questa terra che ha le radici nel repubblicanesimo.
E il titolo “I repubblicani per le Marche” si riferisce non solo a ciò che il partito ha fatto ma soprattutto si riferisce all’impegno futuro, al contributo d’idee, di programmi, di lungimiranza e di rettitudine che il partito ancora oggi darà a questa bellissima Regione.
In questi giorni di campagna elettorale che ci vede alleati col Popolo delle Libertà, un militante di FI della Valmarecchia mi ha fatto questa domanda. Come mai i repubblicani non si fondono nel Popolo della Libertà, e come lo giustifichi che per venire eletti al Parlamento ci si avvale dei voti di Forza Italia.
Ebbene io gli ho risposto che il contributo repubblicano dato al Popolo della Libertà è ben superiore ai pochi parlamentari repubblicani che verranno eletti. In poche parole al Partito repubblicano italiano non viene regalato nulla. Forse potremmo pretendere di più dai nostri alleati. Ma l’aspetto più importante non è tanto il numero dei parlamentari che vengono riconosciuti nel momento di una alleanza ma soprattutto capire se la politica italiana sia più ricca o più povera con una omologazione generalizzata delle forze politiche, come vorrebbe l’amico di FI.
E’ vero, ci sono troppi partiti in Italia, chi può negarlo, ma si possono considerare dei veri partiti quelli che si presentano con il nome del proprio leader? Quelli non sono dei veri partiti, non hanno alcuna storia e dipendono esclusivamente dal destino del proprio fondatore. Noi repubblicani abbiamo una lunga storia alle spalle e la nazione sarebbe sicuramente più povera se una forza liberal democratica come la nostra non avesse più voce. Noi non siamo uno dei tanti partitini nati in questi anni e il cammino per una repubblica più repubblicana non è certo ancora finito.
Al militante di FI della Valmarecchia gli chiesi se conosceva la Repubblica Romana e se avesse letto i Doveri dell’Uomo e la risposta come potete immaginare fu un semplice no.
Ecco cari amici qual è il nostro compito. Trasmettere l’importanza , l’amore e la fiducia per la politica, che una società cresce o rovinosamente decade attraverso scelte politiche giuste o sbagliate e che una forza come la nostra, alla quale la storia e i fatti hanno dato ragione, ha tutte le carte in regola per contribuire alla crescita del nostro paese.
E’ per questo motivo che ancora oggi portiamo orgogliosi il nostro simbolo e non abbiamo alcuna intenzione di cambiarlo.
All’interno del Popolo delle Libertà porteremo le nostre idee come ad esempio la riduzione delle spese, vedi la nostra posizione già dal 1970, in tempi non sospetti, di abolire le province quando furono istituite le regioni, o sulla politica fiscale, possiamo vantare l’imprimatur della politica dei redditi, e attualmente con l’On. Giorgio La Malfa, esperto di economia, siamo in grado di avanzare proposte serie per risollevare l’Italia.
Come abbiamo avuto e abbiamo idee precise sull’energia: chi non ricorda la nostra posizione a favore del nucleare e l’opposizione contro quello scellerato referendum dell’87.
E ancora amici, dopo 20 anni di errori, dopo che l’Italia è in ginocchio con la crescita a zero, ieri Veltroni arringava le folle dicendo che l’Italia è il paese del sole ed è naturale risolvere i problemi energetici con il fotovoltaico.
Ma a Veltroni nessuno gli dice che solo per soddisfare il 10% dei consumi elettrici italiani occorre investire 240 miliardi di euro in pannelli FV da allocare in un estensione di 200 Kmq? E che l’energia fotovoltaica non conviene neppure se i moduli FV fossero gratis?
Nessuno gli dice che con il nucleare, per produrre la stessa energia, basterebbero 4 reattori del costo complessivo di 10 Miliardi di euro e una durata di esercizio più del doppio?
Cari amici con lo stesso spirito di sempre i repubblicani marchigiani si dovranno impegnare per cambiare questo governo regionale. La nostra regione è riuscita a portare le tasse tra le più elevate d’Italia, con una carenza di servizi inaudita. Un esempio tra i tanti è quello sul Piano energetico: ormai sono più di due anni che è praticamente in stallo poiché all’interno della giunta non c’è accordo di vedute, Giaccaglia e Amagliani
Noi questa inefficienza l’abbiamo denunciata più volte al punto di chiedere le dimissioni dell’ass. Giaccaglia. Mentre i cittadini marchigiani pagano l’energia elettrica più cara d’Italia e quindi d’Europa, in regione pensano di risolvere il deficit energetico con microimpianti e un parco eolico. Siamo davvero al paradosso. Quel parco porterà solo ulteriori spese.
E poiché molto presto l’Europa ci sanzionerà per non aver rispettato il protocollo di Kyoto, le Marche con un deficit energetico elevato saranno tra quelle più penalizzate.
Più volte si è parlato dell’atteggiamento ostruzionistico che questo centro sinistra ha tenuto contro il governo Berlusconi. Chi non ricorda gli attacchi sconsiderati che sono stati fatti quando tutti noi ci impegnavamo per la realizzazione della “Quadrilatero”?
Al presidente Pieralisi, che voglio ringraziare per il grande impegno che ha profuso nell’avviare questa opera, gli fu dato il ben servito appena possibile.
Oppure chi non ricorda l’ostruzionismo fatto per la realizzazione dell’ente di ricerca internazionale sulla talassemia a Pesaro? Purtroppo in quel caso riuscirono nel loro intento e oggi quell’istituto è a Roma.
Ora cari amici dobbiamo interrompere questo stallo amministrativo che il centro sinistra ha instaurato negli anni.
E’ una maggioranza che non riesce ad andare d’accordo al proprio interno, e ancora peggio, è una coalizione che in modo pregiudiziale e fazioso mette come primo obiettivo l’ostruzionismo viscerale contro il centro destra senza pensare ai veri problemi della nostra regione.
Il nostro impegno dovrà essere quello di cambiare maggioranza in questa regione e il Partito repubblicano italiano può dare un forte contributo in questo senso. I repubblicani marchigiani dovranno riunire i propri sforzi per portare avanti un’azione incisiva e determinante per il cambiamento. Sono sicuro che potremo farcela poiché la presenza del nostro amico Giogo La Malfa è una grande opportunità per i repubblicani e per i marchigiani tutti.

Teatro delle Muse
Ancona, 8 aprile 2008
Giuseppe Gambioli
Segretario PRI Regione Marche


Pd, le ragioni di una sconfitta - Sono troppe le analisi inconcludenti e fuori dalla realtà - I liberali hanno battuto l'Italia del declino - La parte più dinamica della nazione ha votato per il Popolo della libertà.

di Gianni Ravaglia
Goffredo Bettini si consola dichiarando che il Pd "ha insediato la più grande forza riformista che sia mai esistita in Italia". In realtà l'attuale 33% del Pd, che pure ingloba radicali e una parte considerevole della vecchia Dc, non raggiunge quel 35,4% che toccò il Pci nel 1976. La scomoda verità per questa sinistra è che, in 32 anni di svolte, esperienze di governo e di opposizione, assorbimento di classi dirigenti di altri partiti, pur avendo dalla sua gran parte della stampa, dei poteri bancari, universitari, della magistratura e della burocrazia statale, si ritrova con meno voti di quanti ne aveva raccolto Berlinguer.
Eppure, gran parte di quelli che si ritengono i più intelligenti, non hanno ancora capito le ragioni di una sconfitta. D'Alema, con supponente arroganza, pensa ancora che "se votassero solo quelli che leggono libri e giornali, non ci sarebbe partita". Giorgio Bocca, stordito dagli anni e dalla batosta, giudica mafiosa mezza Italia. Per gli ammazza cervelli di "Annozero" la maggioranza degli italiani è ignorante. Il fior fiore dei commentatori della carta stampata continua a ritenere che senza comunisti in Parlamento la nostra democrazia sia zoppa. Epifani si dice contrario all'abolizione dell'Ici e alla detassazione degli straordinari. Cremaschi, leader dei puri e duri della Fiom, sparla di una Lega "marxista di destra". Cofferati vuol fare un Pd federale nel Nord. Ecco: se si vuole capire perché i democratici hanno perso e i liberali hanno vinto, conquistando non pochi voti tra gli operai, basta leggere il florilegio di tali insensati commenti post elettorali.
E pensare che una risposta al perché del risultato del 14 aprile l'ha scritta, su "Repubblica", Ilvo Diamanti: "con un Pd forte soprattutto fra gli impiegati pubblici e i pensionati e un Pdl che lo supera nettamente fra gli imprenditori, i lavoratori autonomi, i dipendenti del privato e i giovani", questa sinistra non va da nessuna parte. E come mai la parte più statica e assistita della nazione sta a sinistra mentre quella più dinamica ed europea sta al centro? Scalfari, uno di quelli che, credendo di capire tutto, non legge nemmeno ciò che scrivono, sul suo giornale, i suoi colleghi, insiste: "Si può correttamente parlare di riformisti che puntano alla modernizzazione del paese, dell'economia, dello Stato, ai quali si contrappongono coloro che vogliono recuperare l'identità e la sicurezza. Il popolo sovrano che si è manifestato il 14 aprile è più localistico che nazionale, vive più il presente che il futuro, è più identitario che innovativo, più protezionista che liberale". Mieli invece, dal "Corriere", correggendo quanto ha scritto due anni fa, ha saputo cogliere ciò che lo schematismo scalfariano nega: "la sinistra non ha solide basi culturali di riferimento, le manca un Tremonti che produca analisi innovative". Alla buon'ora! Anche il "Corriere" riconosce che la palla dell'innovazione, della modernizzazione del paese, sta nel campo dei liberali, anche perchè questi hanno compreso che non si ha modernizzazione se non si recupera identità e sicurezza.
Al contrario, lo scalfarismo non comprende che se il popolo del lavoro, delle professioni, dell'impresa non assistita, decide di cambiare un'Italia statalista che succhia soldi e li sperpera senza fornire adeguati servizi, fa una scelta per l'interesse nazionale e il futuro della Nazione. Se vince chi denuncia l'insensatezza di avere, nella regione Lombardia, un dipendente ogni 2500 abitanti e nel Molise uno ogni 250, si può cominciare a sperare che si arrivi a ridurre il debito pubblico e a liberare risorse per la crescita dell'economia. Solo, poi, fighetti salottieri terzomondisti possono aprire le frontiere ai clandestini, lasciarli in libertà anche quando delinquono, senza capire che in tal modo si fa strame dello stato di diritto, oltre a creare pericoli e timori, soprattutto tra i ceti più indifesi. Né si può dire che sia scelta localistica quella di chi produce e, dovendo stare ore e ore sulle strade italiane ingolfate, si ribella al blocco delle infrastrutture. Né che guarda solo al presente chi si oppone alle politiche della decrescita che hanno scientificamente imposto l'aumento dei costi dell'energia per ridurre la competitività del sistema paese. Solo chi è obnubilato da schemi mentali può non capire che una globalizzazione non governata e i prezzi cinesi colpiscono in primo luogo i ceti più poveri. Dopo di che, gli insulti, il Pd del nord, la difesa corporativa del sindacalese, sono tutte fughe dalla realtà. Il problema è di avere cultura, progetti, politiche per aggredire questa, difficile, di realtà. I liberali hanno dimostrato di averli, i democratici no. Nonostante la positiva svolta veltroniana. D'altra parte, è una costante che, ai grandi appuntamenti con la storia del nostro paese, la sinistra arrivi in ritardo.

tratto da http://www.politicaonline.net


Veltroni, ecco i trucchi dell'imbonitore finto giovane

Cita:
Scritto in origine da Paolo Arsena

Si comincia a dire che Veltroni è come Berlusconi.
In realtà è per certi aspetti peggio. Molto peggio. Veltroni sta superando l'odiato maestro, perché sta cambiando la politica italiana, riducendola in farsa. Uno spettacolo per il popolino, che naturalmente gradisce, essendo la vecchia politica qualcosa di indigeribile.
Vediamolo all'opera questo neo-imbonitore di sinistra, e vediamo se questo cambiamento è davvero una conquista, o se invece segnerà un ulteriore scadimento della situazione.
Come ministro dei Beni Culturali, il buon Veltroni ci ha regalato il cinema a prezzi ridotti il mercoledì. Non si ricordano altre mirabili riforme, che so, di rilancio del turismo o di tutela e salvaguardia del patrimonio.
Come segretario Ds, credo sia ricordato con orrore da tutti i militanti (almeno questa è la voce corrente): un leader evanescente, sostituito in fretta perché stava liquefacendo il partito.
Poi, re di Roma. Sono anni che la grancassa della propaganda asserisce che Veltroni è stato il miglior sindaco di Roma. E qualcuno osa sbilanciarsi estendendo il primato a livello planetario. Una cantilena preconfezionata, e mai supportata da argomenti, che gira già dai primi mesi dopo il suo esordio.
Eppure Roma non è cambiata di una virgola nel passaggio dalla giunta Rutelli alla nuova amministrazione. Stessi problemi, stesse caratteristiche, stessi cantieri, stessi progetti. Più o meno. Non si può certo dire altrettanto di Rutelli, che invece la città l'ha trasformata sul serio. Si potrebbe fare un lungo elenco di novità corpose e tangibilissime, ma non è "er piacione" il tema in questione. Emblematica, però, è la vicenda della Stazione Termini, che riassume benissimo la differenza tra un sindaco del fare e un sindaco dell'apparire. Rutelli ha avviato, eseguito e completato un grande progetto di riqualificazione del sito, che è diventato un moderno e vivo centro commerciale, oltre che un punto di snodo più efficiente tra il trasporto nazionale e quello urbano. Veltroni si è limitato ad attrarsi le simpatie delle gerarchie vaticane e dei cattolici intitolandola a papa Wojtila. Qui passa la differenza tra i due, tra chi si rimbocca le maniche e chi resta fermo ma incassa furbescamente.
D'altronde, allo stesso modo Veltroni si è impadronito del PD.
Fermo, seduto a guardare, ha sempre parlato di un partito all'americana senza alzare mai un dito per costruirlo. La fatica l'hanno fatta gli altri (e che fatica!), e lui riscatta la rendita. L'emblema in questo caso è il povero Fassino, che ha portato la croce fino a ieri, ed oggi finisce in panchina, e conta come il due di picche.
Dunque, Veltroni abile parassita. Che scrive romanzi, si diletta di cinema, si finge missionario africano, e segue attentissimo la politica, pronto a muoversi da animale furbo ed esperto. Questo Veltroni piace alla gente, perché piace il sorriso, piace l'affabilità, piace il linguaggio, piacciono le illusioni delle speranze infondate e delle facili propagande.
In un mondo in cui tutto è apparenza e niente è sostanza, Veltroni è tutto.
Scavando scavando nella coltre fumogena, però, un po' di sostanza deve venire fuori. Eccola, infatti: guai a dirlo, ma Veltroni è stato comunista. Segetario nazionale dei Giovani Comunisti, la FGCI, quadro e poi dirigente del PCI, Walter quando era ancora giovane marciava con la kefiah al collo e il pugno chiuso. Come tutti e più di tutti, anche se oggi chi osa scriverlo o dirlo in tv, viene fulminato dalle sue saette.
Eppure "mai stato comunista" dice lui. Sembra Berlusconi che dice "mai pagato i giudici".
Per smacchiare e camuffare l'onta, Veltroni ti fa l'americano. Cita Kennedy, Clinton, Obama. Li scimmiotta pure, con stomachevole sfacciataggine. E vuole trasformare la politica italiana nella stessa kermesse circense della politica d'oltreoceano. Lo sa Veltroni che in America vota solo la metà dell'elettorato, perché l'altra metà è schifata da quel tipo di politica, o non si riconosce nei due soli contenitori? Lo sa che le primarie americane, più ancora delle presidenziali, sono una grande macchina spettacolare, uno showbusiness più che un confronto politico? Certo che lo sa, ma è quello che vuole. E' ciò che più si attaglia ad uno che non sa governare e si trova a suo agio solo nella frivolezza ludica. Ancora una volta come Berlusconi, d'altronde. Magari peggio, dal momento che, diplomatosi alla scuola di cinema (e basta), forse non ha mai introiettato una realtà più vera della fiction.
Veniamo al PD. A questo nuovo insulso contenitore di uomini e donne (altra definizione sarebbe impropria) di cui si è incoronato capo, grazie ai 3.500.000 di voti concordati a tavolino con i suoi amici. Gli italiani si sono scomodati per una domenica, felici di essere presi per i fondelli, hanno votato due o tre volte ciascuno (con o senza documento), hanno votato anche i bambini, anche il clandestino ambulante che si è preso una pausa, e comunque la cifra finale era lì ad aspettare. Veltroni stravince, e questa giostra ridicola delle primarie fatte in casa diventa uno standard dotato di valenza paraistituzionale. Appena un assaggio di quello che la politica diventerà presto: populismo e demagogia senza regole.
Nella cabina di regia veltroniana, figurano subito le migliori teste d'uovo della politica internazionale: Lella Costa, Antonello Venditti, Liliana Cavani, Stefano Bartezzaghi, Angela Finocchiaro (l'attrice comica), il jazzista Paolo Fresu, lo scrittore Paolo Fois, gli architetti di grido padre e figlio Cini Boeri. Fino al mago Goffredo Bettini, lui sì un politico di stazza, che ha lanciato la brillante idea di far scrivere il programma del PD ai cittadini, mediante una consulenza permanente e non meglio precisata, di cui si può immaginare l'inizio ma non l'esito finale.
Morale della favola, alla fine Veltroni si è scelto un vice. Uno che difficilmente può impensierire chicchessia, perché limitato e limitante. Però uno giovane, un faccino fresco, uno che può piacere alle mamme e, nell'accoppiata, svecchiare l'età non proprio florida del leader.
Dario Franceschini. Uno che si vedeva spesso in tv, e di cui non si ricorda una sola dichiarazione interessante o non banale, all'epoca della Margherita. Uno che oggi fa il verso al capo, ripetendo a memoria le imbeccate del leader, e che quando si prende la licenza di fare di testa sua, semina disastri. La proposta di legge elettorale alla francese, fatta quando un accordo sulla bozza Bianco sembrava ormai alla portata, poteva uscire solo dalla bocca di uno sprovveduto, o di uno disposto a fare la figura del fesso su ordinazione.
Il Veltroni-capo perde l'aura di uomo simpatico e generoso, e diventa una belva. In un delirio di onnipotenza, come a uno cui si consegna l'arma letale tra le mani, il Bruco comincia a brandirla con voluttà, a pregustarne gli effetti, a mostrarla come una minaccia e poi ad affondare colpi su tutti i fronti.
Dentro al partito, anzitutto. Ignorando la democrazia interna, e comportandosi come un monarca. La Bindi ed Enrico Letta, avversari dignitosi durante la farsa-primarie, spariscono di scena. Il gruppo dirigente non si riunisce, decide solo il capo e i suoi fedelissimi.
Anche la cagata del loft è una sua scelta. Uno spazio suggestivo ma impratico, sia perché situato a Inculonia, sia perché ridotto nelle dimensioni. Così il PD è costretto ad integrare con una nuova sede: doppio affitto, doppie ristrutturazioni, doppi spostamenti. Però la facciata, è la facciata che conta....
Ma la Belva fa uso dell'arma letale a tutto campo. Punta al referendum liberticida e alla successiva caduta di Prodi. Ma qui fa un errore di troppo. Dichiara che correrà da solo, getta la maschera nei confronti degli alleati e, complice il reticolo di trabocchetti che il Professore si è sempre creato nel suo percorso, il governo cade subito. Troppo presto.
Allora, bisogna accelerare il processo di distruzione dei partiti, di tutti i partiti, e puntare subito all'omologazione nel calderone: sfruttando i meccanismi perversi della legge elettorale, la utilizza come referendum comanda. Il PD va da solo. "O entrate, o morite", questo lo slogan di fatto. Una regola da usare però a discrezione, a seconda delle convenienze. Di Pietro la passa liscia, perché fa comodo, col suo pacchetto virtuale del 5% (e perché da solo sarebbe l'unico a resistere ed esistere). I radicali se li sceglie ad uno ad uno, come si sfogliano i petali di una margherita. Ne salva una manciata, Pannella e gli altri possano invece crepare. I socialisti no. Quelli sono troppo pericolosi, possono conquistarsi lo spazio lasciato sguarnito dai Ds, meglio annetterli o distruggerli. E per Boselli non c'è speranza.
Da Re Sole del centrosinistra, Veltroni ha potere di vita o di morte su tutti. Decide le grazie da concedere e le condanne alla forca.
Non c'è che dire.... l'ambigua ipocrisia regna sovrana: dici Partito Democratico e leggi Listone Fascista.
Nel frattempo il Nostro si dedica alla campagna elettorale, in perfetto american-style, sfruttando il precedente berlusconiano.
L'italiano medio ha già dimostrato ampiamente di cascare come un gonzo sulle promesse elettorali. Lo fece inseguendo il milione di posti di lavoro, lo fece pregustando il contrattone a caratteri cubitali firmato da Vespa con tanto di svolazzi. Veltroni dunque rilancia, sicuro che il popolo bue, malgrado tutto, sia sempre lo stesso. In fondo, se il cittadino perde fiducia nel Gatto, non resta che la Volpe.
Ebbene ecco le nuove bufale in arrivo.
Una dote massima di 2.500 euro a figlio per tre anni o fino al compimento della maggiore età. Minchia. E quanto deve tirare fuori lo Stato per una cosa del genere? La copertura finanziaria c'è, assicura Veltroni. Crederci non costa nulla. Basta pendere dalle labbra dell'imbonitore.
Stipendio minimo di 1.000 euro per precari e disoccupati. Ottimo, evviva! Un Paese che paga le pensioni ai 58enni si può anche permettere il lusso di ammortizzatori sociali di primo livello. Non sapevamo di vivere in Svezia, ma tutto si impara nella vita.
Si prosegue: 700.000 nuove case a prezzi d'affitto stracciati..... il problema è sempre lo stesso... i soldi. E poi di che case parliamo? Vogliamo tornare ai falansteri-bunker, gli squallidi casermoni popolari che imperavano negli anni '70 e '80, sotto il regime intellettuale e creativo comunista, che tanto scempio ha fatto delle nostre periferie?
E poi, 100 nuovi campus universitari entro il 2010. Costano un patrimonio e non servono a nulla se non a fare casino, quando ci sono già troppe università che attendono solo di essere riqualificate e rilanciate nel prestigio. Ma bisogna parlare ai "giovani", e la sparata sembra d'effetto. D'altronde da uno che all'università non ci ha mai messo piede, cosa ci si può aspettare?
Sempre ossessionato dal giovanilismo di facciata, Veltroni dà il meglio di sé anche sulle candidature.
Tutti giovani, meglio se donne, belle, sorridenti, referenziate. Anzi, più che referenziate, raccomandate. Prendiamo l'esempio della più strombazzata, Marianna Madia, quella che si è vista sprizzare gioia in tv a fianco del suo protettore. Per il popolo bue, è una nuova risorsa, un visetto pulito che rigenera il vecchiume della politica. Per i più informati, invece, è la figlia di un caro amico del buon Walter, un amico scomparso recentemente, in pratica un piacere fatto alla famiglia in perfetto spirito mastelliano, con una briciola di sentimento in più. Non solo, ma la Madia è anche la ex del figlio di Napolitano. Insomma, una introdotta e ammanicata, una di casa. Altro che giovane virgulto della società civile, altro che partito aperto, che premia e miracola i giovani cittadini..... questa è la facciata: la sostanza è un italianissimo cliché.
Del resto, non è l'unico esempio. Altri giovani figli di papà introdotti in massa parlano coi cognomi: Matteo Colaninno, Alessandro Benetton, Martina Mondadori, Rossella Sensi.... c'è pure il figlio di De Mita, per chi non lo sapesse.
Insomma, c'è un'aria di conformismo beota che ricorda quello seguito alla marcia su Roma. All'epoca il fascismo fu vissuto come momento ineluttabile, cui l'italiano borghese si piegò senza troppe storie, contento di affidarsi al nuovo. Senza badare troppo al sottile. Oggi, cade a sinistra l'argine contro il neopopulismo di destra, incarnato da Berlusconi. Cade l'argine e il modello si replica con maggior vigore, con smalto inedito, quindi con rinnovata insidia.
All'epoca, i benpensanti che si opposero, diventarono martiri o eroi, ma dopo vent'anni. Oggi, purtroppo, rischiamo la stessa sorte. Perché la storia si ripete sempre, e con parole nuove racconta i suoi corsi e ricorsi.


Arrampicarsi sugli specchi - Con le sole tasse non si esce da una crisi economica profonda

Va riconosciuta al ministro Ferrero una certa capacità di arrampicarsi sugli specchi. Egli ha detto che sulla base di quanto è stato fatto, il suo partito, Rifondazione comunista, potrebbe già uscire dal governo oggi; ma in un quadro che il ministro definisce "dinamico", le possibilità politiche sono tali da consentire un affondo sui salari tale da imprimere una svolta all'azione del governo in senso sociale.
E visto che le risorse a questo fine non ci sono, (i conti del paese sono senza dubbio migliorati, ma per mantenere l'attuale livello di spese non consentono interventi di sostegno al lavoro e alle famiglie, come ha subito fatto sapere nell'ultimo vertice di maggioranza il ministro dell'Economia Padoa Schioppa), Ferrero impugna il programma dell'Ulivo ed in particolare la tassazione delle rendite finanziarie: la tassazione delle rendite dei da fare ora, non a giugno. Ovviamente Ferrero non distingue se nell'ambito delle rendite finanziarie vi siano anche quelle dei semplici lavoratori piuttosto che degli speculatori di assalto e non distingue perché una distinzione di questo genere non si può fare. Oltre tutto, se fosse possibile escludere dal provvedimento i piccoli risparmiatori, la tassazione dei soli grandi rentiers non sarebbe particolarmente utile, a meno che si decida di spogliarli di tutta la rendita. Cosa che non crediamo possibile: la proprietà privata è ancora una prerogativa costituzionale, grazie al cielo, e non lo diciamo enfaticamente perché con questi chiari di luna, non ci stupiamo più di nulla. Per cui se passasse la linea Ferrero vedremmo una tassazione generalizzata della rendita che potrebbe incidere comunque, e pesantemente, sulle famiglie che percepiscono un salario.
Purtroppo per il governo di centrosinistra, il semplice miglioramento dei conti pubblici non è una condizione di ripresa economica sufficiente, considerando il livello della spesa pubblica. Si conferma insomma che l'unica idea che sorregge il governo è quella dell'aumento delle tasse, ora anche sulle rendite; e non c'è nessuna terapia più efficace per deprimere l'economia. Walter Veltroni, che è un ammiratore del presidente John Kennedy sa bene che per rilanciare l'economia il leader statunitense giunto alla Casa Bianca pensò bene di abbassare subito le tasse. L'Italia dovrebbe seguire una ricetta del genere e contemporaneamente intervenire in maniera strutturale, sulla previdenza ad esempio, o come propone anche Dini abolendo le province. Poi servirebbe un monitoraggio degli enti inutili e così via. Il governo Prodi ha proceduto su una strada che è esattamente l'opposto. Il risultato è un impoverimento generale della condizione del paese: se con il governo Berlusconi non si arrivava a fine mese, ora non si arriva a metà, come certifica l'Istat. Non c'è verso che nel governo si rendano conto di questa situazione. Chiedere un'Italia nuova, come pure non rinuncia a fare il partito di Veltroni, in queste condizioni appare molto difficile. Il primo passo sarebbe quello di porre fine all'attuale governo che, nonostante il malcontento generale, i rifiuti e quant'altro, vuole proseguire il suo cammino. Non osiamo pensare fino a che punto si possa andare oltre.

Roma, 15 gennaio 2008
tratto da http://www.politicaonline.net


Laici e cattolici - Dall'Università una nuova ferita che si poteva evitare

Comunque la si rigiri, la vicenda che ha portato il pontefice a rinunciare alla sua presenza all'Università di Roma appare come una netta sconfitta dello Stato laico e dei principi di libertà e di democrazia ai quali dovrebbe ispirarsi.
Non se ne sono accorti i docenti firmatari della lettera di protesta al rettore per l'invito a Ratzinger, non lo capiscono gli studenti che giubilano convinti di aver ottenuto una grande vittoria. Beata e illusa gioventù! Erano liberi, docenti e studenti, di non ascoltare il Pontefice o di esprimere in modo civile il loro dissenso su quanto detto da Benedetto XVI; e gli strumenti per farlo non nancavano di certo. E invece il pensiero del pontefice è diventato oggetto di censura, e lo Stato laico non si è preoccupato, non è stato capace, di garantire la libertà di espressione al dignitario di un altro Stato, oltre che al messaggero universale della spiritualità cristiana. In parole povere: una catastrofe.
E' pure comprensibile che un docente o uno studente non abbia piacere di avere il pontefice nella sua aula universitaria, sia essa di fisica o di lingua latina; ma se non è in grado di impedire l'invito alla fonte (ed è evidente che di questo, a ragione o a torto, si tratta) le eventuali contestazioni andavano mosse, all'indomani della visita all'interno degli organismi accademici e senza prevaricazioni di minoranza esigue sul volere della larga maggioranza di professori e studenti. La democrazia liberale, sarà bene ricordarlo, è ispirata - lo ha sottolineato nel suo intervento in aula il segretario del Pri Francesco Nucara - al principio volterriano che garantisce all'avversario fino in fondo, di esprimere il suo pensiero. E invece questo caso si è data l'impressione che ci si sarebbe battuti fino alla morte pur di non vedere parlare il pontefice, a prescindere da quello che il pontefice si riprometteva di dire.
Complimenti al governo che, mentre si alzavano i toni della polemica, è riuscito a brillare per la completa assenza. Non ci stupiamo, perché l'elastica maggioranza che lo sostiene comprende docenti che contestano, studenti arrabbiati e papisti ortodossi. E così è intervenuto solo quando si è sentito preso per il collo: a giochi fatti, quando già il Vaticano aveva rinunciato alla visita. A quel punto serve a poco rammaricarsi per l'affronto subito dal papa. Era meglio attivarsi prima per far sapere che la visita era gradita e sarebbe stata garantita nella sua sicurezza. A proposito della quale, già Prodi si era espresso con una infelice battuta, affidandola in toto alle guardie svizzere. Temiamo che quella battuta non sia stata dimenticata nemmeno OltreTevere.
E così i rapporti fra laici e cattolici subiscono una nuova ferita di cui proprio non si sentiva il bisogno. Con i laici messi sotto accusa per la loro intolleranza perché non si può impedire al pontefice, o a chiunque altro, di accettare un invito che si è ricevuto. Ne va di mezzo, oltretutto, la buona creanza.

Roma, 16 gennaio 2008
tratto da http://www.politicaonline.net


Riceviamo da Paolo Montesi - Libertà di parola per il Papa - Caro Josef - atto II -

"Non condivido ciò che dici, ma morirò affinché tu possa dirlo" (Voltaire)
- 17 gennaio 2008 - Come ben sa non condivido praticamente nulla della sua politica, non ripongo in lei fede ne tanto meno fiducia, non sopporto che attacchi Galileo, non accetto che detti le norme del mio Paese, non sono dalla sua parte né sui Pacs né tanto meno sulla 194.
Ma oggi devo lottare affinché lei possa parlare.
In questo concetto risiede forse uno dei cardini di quella cultura laica a cui mi sono sempre rifatto e, son convinto tutto ciò non faccia parte di coloro che l'aspettavano alla Sapienza.
Non credo che quella gente abbia nulla a che fare con noi laici. Sin da piccolo mi hanno insegnato che laico non significa anticlericale. Se essere laico significa non avere dogmi, allora perché dovremmo sempre e comunque essere anticlericali? Ci scontriamo contro la Chiesa perché molto spesso non condividiamo le sue posizioni, perché la ragione e non il dogma ci impone lo "scontro".
Se così non fosse non saremo nulla più che un gruppo di invasati, istruiti a pennello, che rinnegano i dogmi della Chiesa per quelli dello stato.
Leggo che alcune sue posizioni sono ritenute inaccettabili, perché troppo spesso s'intromette sulle questioni del nostro Stato o perché dieci anni fa ha tirato fuori qualche eresia su Galileo. Certo pure io condanno e non condivido queste posizioni, ma la mia battaglia va pure a vostro favore, la libertà di parola non è solo per gli amici, ma anche e soprattutto per i nemici.
Laico non è colui che ha una verità assoluta; clericale o meno che sia è una verità personale, che da tutti deve esser rispettata ma non condivisa.
Qualche mese fa Ahmadinejad fu invitato all'università di Boston, ripeto Ahmadinejad quello che tiranneggia su un Paese che alimenta metà del caos mediorientale, che impicca persone a giorni alterni, che vuole eliminare dalla cartina Israele e che riabilita con orgoglio l'olocausto.
Bene questo soggetto indipendentemente dalle sue posizioni, che mi trovano palesemente contrario, aveva comunque il diritto di parlare. Se non avessi voluto ascoltarlo non sarei stato di certo obbligato ad andarci.
Più che un programma politico il laico sostiene le regole che permettono di presentare ogni genere di programma.
Credo le sia chiaro non avesse a che fare con laici ma con qualche studente, troppo imbevuto di comunismo e sessantotto, accompagnato da 67 fra i 5.000 docenti che costituiscono il corpo insegnante della Sapienza.
Mi chiedo come sia possibile che nel momento in cui si torna a discutere la 194 vi sia qualcuno che le offra sul piatto d'argento la possibilità di screditare con ragione i suoi avversari.
Ora per giorni dovremmo sorbirci la patetica scenata di un gigante che si medica per le ferite inflittegli da qualche lillipuziano. Ora che potrà far la parte dell'agnello sacrificale lasciando a noi la parte del lupo cattivo e antidemocratico credo sarà ancor più difficile promuovere le nostre battaglie di civiltà e, per ciò ringrazio i collettivi comunisti della Sapienza per il grande aiuto culturale, ma sopratutto politico che la loro azione ha offerto a noi laici.
Per concludere, Santo Padre, lei oggi ha vinto una battaglia, ma ricordi che la guerra è ancora lunga.

Michele Bertaccini - Federazione Giovanile Repubblicana - Romagna -

Il segretario del M.R.E di Gravina in Puglia
Vincenzo Artal
Il segretario del P.R.I. di Gravina in Puglia
Giuseppe Loglisci
Il Consigliere Comunale M.R.E.
Gioacchino Carone
L´Assessore Comunale all´Ambiente
Emanuele Digennaro


Adamo, Eva, il serpente e la mela-monnezza

C’era una volta una bella e ridente città di nome Napoli, capoluogo di una Regione antica, ricca di storia e conosciuta in tutto il mondo per le sue bellezze artistiche e naturali. Le bellezze di Napoli e della Campania esistevano ed esistono ancora, ma da troppo tempo ormai convivono con cumuli di rifiuti di ogni genere.
Purtroppo la vera “monnezza” non è solo nelle piazze e per le strade ma è radicata nei “palazzi” e mentre le montagne d’immondizia crescono a dismisura, i “reali” sono diventati eccelsi giocatori dello “scarica barile”. In fondo è nell’indole umana cercare di trovare un colpevole per liberarsi da ogni responsabilità. Non dimentichiamo che fin dai tempi della famosa mela, Adamo incolpò Eva la quale a sua volta accusò il serpente e, mentre i tre protagonisti cercavano di trovare un alibi, la mela rimase per sempre il simbolo del peccato commesso che non poteva essere cancellato.
Per anni in Campania Adamo ed Eva, ovvero Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino , hanno permesso che la loro mela marcisse per le strade e diventasse il simbolo di una politica che fa finta di non sentir la puzza di marcio. Questo pseudo-Paradiso in Terra, però, non poteva durare per sempre e finalmente è giunto il momento del giudizio. Come da copione l’uomo e la donna, di fronte alle domande e alle richieste del popolo sovrano, hanno individuato e additato il colpevole serpente: Alfonso Pecoraro Scanio.
La mela marcia dei rifiuti si esibisce nelle strade perché il Ministro dell’Ambiente ha impedito la realizzazione di discariche e inceneritori. Il giudizio implacabile del popolo, però, non può essere manipolato soltanto da una pubblica accusa. Quando Dio scoprì la verità sulla mela di Adamo ed Eva analizzò la situazione criticamente e senza lasciarsi abbindolare dalle parole dei colpevoli. La mela era stata mangiata e tutti ne erano responsabili. Adamo ed Eva per la vergogna cercavano di coprirsi e di evitare il giudizio del Signore ma a nulla servì il loro tardivo pudore. Nessuno fu risparmiato dalla punizione: Adamo, Eva e il serpente dovettero condividere la loro sorte per sempre e da allora l’umanità lotta ogni giorno per sconfiggere la sua mela.
L’eredità lasciata da Bassolino, Rosa Russo Iervolino e Pecoraro Scanio è un fardello troppo grande da portare. Nessuno aveva chiesto di vivere nella monnezza e la popolazione è stanca di pagare per le colpe degli altri.
In un’intervista al TG1 lo scrittore Luciano De Crescenzo, ostentando un finto ottimismo, ha affermato che “tanta monnezza” è sintomo di ricchezza. Questo atteggiamento tipicamente napoletano può far comodo soltanto al “palazzo”. Nelle umili case dei poveri cittadini campani e napoletani si è persa da tempo la speranza di una redenzione.
Anni di rassegnazione hanno portato ad una situazione di estrema crisi e nessuno crede più alla favola di Adamo, Eva e del serpente: ormai la mente è offuscata da un cumulo di “monnezza”.

Barbara Maurano
Federazione Giovanile Repubblicana - Campania


Repubblicani e liberaldemocratici, sempre più critici verso Prodi, potrebbero presto unirsi in un unico partito - Dini e Nucara insieme a destra

di Aldo Torchiaro
Una serie di telefonate, di quelle che si fanno tra vecchi amici. Poi un primo incontro, cui segue a breve distanza un secondo. Lamberto Dini e Francesco Nucara si sono riuniti, presenti i rispettivi staff, prima delle festività natalizie. Ha preso così le mosse, al riparo dall’occhio indiscreto dei retroscenisti, l’accordo tra il senatore che ha dato vita ai Liberaldemocratici e il Partito Repubblicano Italiano, i cui rappresentanti, eletti in parlamento con la Casa delle Libertà, confermano la loro fedeltà al centrodestra. “C’è un rappporto che si può stringere ancor di più, andando avanti. Noi del Pri e Lamberto Dini siamo in asse praticamente su tutto, e d’altronde Dini proviene da una tradizione culturale laica e repubblicana”, conferma Nucara a L’opinione.
Nessuna titubanza da parte dell’anziano senatore, fuoriuscito dalla Margherita all’indomani della nascita del Pd, e sempre più critico verso il governo Prodi.
“Dini ha detto a chiare lettere di ritenere conclusa la sua esperienza di appoggio alla maggioranza di centrosinistra, così come ha annunciato con la dichiarazione di voto per la Finanziaria a Palazzo Madama”, dice ancora Nucara. E quindi è stato naturale il loro incontro. Nel quadro generale di razionalizzazione della politica, una struttura univoca potrebbe mettere presto insieme Pri e LibDem. “Con un appuntamento ravvicinato”, indica il segretario repubblicano. “Andremo alle elezioni europee insieme, con una lista comune; in Europa sono già tanti i parlamentari del gruppo liberaldemocratico, l’Eldr. L’Italia è un Paese che dà pochi rappresentanti a quel gruppo; dobbiamo invertire la tendenza e rovesciare questa ennesima anomalia italiana”.
D’accordo su tutto, il Pri sposa i sette punti di Dini e del senatore D’Amico e li invita a immaginare ben più di un accordo elettorale. “Dobbiamo andare oltre, perché non può essere il nostro unico obiettivo quello delle Europee. Qui dobbiamo far vincere una cultura politica diversa, nel momento in cui Berlusconi lega il Popolo delle Libertà al Partito popolare europeo e la maggior parte del Pd rimane ancorata al Pse, dobbiamo dire a tutti i laici, liberali e repubblicani che il loro posto è con noi, nell’Eldr ma soprattutto nella vita politica di tutti i giorni”. Quanto al futuro, Francesco Nucara crede che il referendum sia ormai inevitabile. “Poi, però, si deve andare a un accordo. Anche perché le leggi non sempre sono rigidamente in linea con quanto emerge dai quesiti referendari, e starà al Parlamento, tenendo presente la volontà degli elettori, normare sulla materia”.
L’ipotesi che prende corpo potrebbe essere quindi quella del sistema tedesco. “Un sistema che noi repubblicani abbiamo caldeggiato già con Vannino Chiti e con Prodi, e che deve garantire anche le minoranze di storica e radicata tradizione, come quella che noi rappresentiamo”, dice Nucara. “Peccato che alle nobili minoranze la storia di questo Paese non ha mai accordato troppo credito”, aggiunge. “Noi oggi non abbiamo dubbi sulla nostra collocazione nel centrodestra. Il problema non è dove siamo, ma come stiamo”. E come stanno i repubblicani, non ne fa mistero: “Siamo dei rifugiati politici, noi nel centrodestra e i diniani nel centrosinistra. Ed è ora di mettere insieme questo nostro mondo. Ci troviamo sempre in asse con Benedetto Della Vedova e con Alfredo Biondi, perché non dobbiamo dare vita ad una iniziativa davvero nuova per costruire una forza liberaldemocratica in Italia?”

tratto da http://www.politicaonline.net


Nella pattumiera - Smaltire i rifiuti ma anche le presunzioni di una certa sinistra...

nsieme con i rifiuti di Napoli finiscono nella pattumiera le ultime presunzioni di certa sinistra italiana. Nella pattumiera della storia, giudice implacabile che in questi giorni sta pronunciando la sua sentenza definitiva. Eravamo cresciuti nel mito delle amministrazioni di sinistra.
Efficienti, puntuali, rigorose. Per decenni il modello emiliano, o quello toscano, erano stati sbandierati come il prodotto non di una evoluzione locale (che peraltro da qualche tempo mostra le sue crepe) ma di una impostazione politico-ideologica; come il risultato di un modo di governare sconosciuto alle altre forze politiche, nella prima come nella seconda Repubblica. E ora, come la mettiamo? Dove sono, a Napoli e dintorni, l'efficienza, la puntualità, il rigore? E non solo sul tema drammatico dello smaltimento dei rifiuti. Qualcuno, per esempio, dovrà pur spiegare quanto è costata e a che cosa è servita la società che avrebbe dovuto individuare a Bagnoli la destinazione delle aree dismesse dall'Italsider. E che sono ancora lì, in attesa di un'idea che continua a latitare.
Ci avevano spiegato, sulle orme di Enrico Berlinguer, che la sinistra era "diversa". Forse. Nel senso che era peggiore. Quello che succede oggi non si era mai visto in passato, nella Napoli di Gava o di Cirino Pomicino. E neppure - duole doverlo dire - nella Napoli di Achille Lauro. E' un altro mito che affonda, con le frottole raccontate da un abile segretario di partito che - vedendo naufragare la barca su cui avevano navigato le sue truppe * le aveva trasferite dal rigore dell'ideologia a quello della moralità. E anche questa cambiale, scaduta da tempo, va oggi in protesto.
E infine ci era stato raccontato, da eminenti uomini politici che da tempo gravitano intorno al governatore della Campania - e di cui sono ascoltati consiglieri - che la camorra era organica al potere della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati di governo. Che sarebbe bastato rimuovere quell'assetto politico per eliminare la delinquenza organizzata.
Sono quindici anni, a Napoli, che quell'assetto politico non esiste più. Ma la camorra continua a proliferare, l'ordine pubblico è diventato la prima emergenza, nella città partenopea come in buona parte della Campania.
Quindi, delle due l'una: o la sinistra al governo è organica alla delinquenza organizzata; o questa vive di vita autonoma e realizza quando è necessario i suoi compromessi con i potenti di turno. E quindi la tesi su cui si fondava la "diversità morale" di certa sinistra in Campania era clamorosamente sbagliata.
Di fronte ai disastri compiuti a Napoli - la terza città italiana, non dimentichiamolo - è venuto il momento, per l'intera sinistra e non solo per quella partenopea, di ritornare con i piedi per terra. Non sono più efficienti degli altri, non sono diversi dagli altri. Non può esserci un pregiudizio etico-politico in loro favore. Sono, talora, peggiori. E non basta - per salvarsi l'anima - chiedere oggi, come fa il sontuoso Scalfari, le dimissioni di Antonio Bassolino, dopo averne magnificato l'opera ed avere intonato i peana alle "magnifiche sorti e progressive" della città partenopea da lui guidata. Dopo avere inneggiato, inventandolo di sana pianta, al nuovo rinascimento napoletano.
E fino a quando non tornerà a poggiare i piedi per terra, con questa sinistra tronfia e presuntuosa, con i suoi dirigenti, con i suoi giornali faziosi e i suoi giornalisti di regime, con i suoi mediocri intellettuali, neppure val la pena di misurarsi sul terreno della dialettica politica. Non resta che dirgli - visto che si parla in primo luogo di Napoli - le parole del grande Antonio De Curtis, meglio conosciuto come Totò: "Ma mi faccia il piacere...".

Roma, 8 gennaio 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org


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