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I Riformisti e le pensioni, quelli veri non ci stanno...
Prima o poi la resa dei conti arriva. Netta, spogliata di ogni
possibile ulteriore mediazione. E' il caso della riforma pensioni che penzola
ormai dal lato sbagliato, quello che porta al costoso "superamento dello scalone
Maroni ed apre le porte ad un futuro maligno per le nuove generazioni.
I riformisti di ogni latitudine ma soprattutto quelli che albergano nella
maggioranza di Governo a che puntano ad un Partito Democratico moderno,
dovrebbero prendere atto con una prova di realismo.
Non è più tempo di sopraccigli alzati, di allarmi preventivi, di moniti sui
rischi del dopodomani.
E' tempo, semmai, di stabilire un punto fermo, assumendosi quelle responsabilità
che sono state già prospettate all'opinione pubblica. Meglio un taglio netto ma
limpido; cioè una crisi di Governo, che una crisi politica opaca e strisciante.
Meglio, insomma, dire chiaro e tondo: a queste condizioni non ci stiamo, ne al
Governo ne nella maggioranza. Punto e stop.
Inutile usare giri di parole. Dopo un anno di rinvii e proposte rientrate
puntualmente nel cassetto (come quella dei "disincentivi", per un momento fatta
intravedere dallo stesso premier Prodi) stiamo tornando indietro. Dal primo
gennaio 2008 se passerà la linea che al momento sembra prevalente
nell'esecutivo, si potrà andare in pensione a 58 anni invece che ai 60 fissati
dalla legge Maroni e per tre anni saranno previsti incentivi (già dimostratisi
inefficaci) per chi vorrà rimanere al lavoro.
Non sono stati sufficienti i richiami dell'Europa, che ancora ieri ha invitato
l'Italia ad impegnarsi di più sulla strada del rigore.
Non è sufficiente constatare che in Francia si va in pensione a 60 anni con 40
anni di contributi e che in Germania è stata fatta una riforma che alza l'età a
67 anni.
Non è sufficiente rammentare che lo "scalone" ancorché il salto sia brusco,
significa un contenimento cumulato della spesa fino al 2013 pari a circa 40
miliardi di Euro e di 9 su base annua già a partire dal 2009.
La sinistra massimalista ed i sindacati premono, costi quel che costi,. "Lo
scalone" va superato se no cancellato del tutto, Eppure, dice il vice-premier e
Ministro degli Esteri D'Alema, "Non abbiamo soldi per abolire lo scalone".
Aggiunge il collega Di Pietro: "A 58 o 60 anni le persone sono in piena
efficienza psico-fisica, non si può pesare sulle spalle delle generazioni
future". Taglia corto il Ministro Bonino: "Superare lo scalone spendendo tra i 5
ei 7 miliardi per un problema che riguarda 120 mila persone è una follia".
Follia, si..Ma talmente a buon prezzo che anche la voce dei Ministri più
raziocinanti (a proposito la solitudine "tecnica" del Ministro dell'Economia
Padoa-Schioppa gli consentirebbe ben più di un accorta navigazione a vista)
viene sommersa dai diktat di chi, come la forte sinistra più conservatrice, in
aspra competizione con quella riformista (molto più debole), usa il terreno
delle pensioni e del Dpef per giocare di sponda con la maggiore organizzazione
sindacale del Paese, la Cgil. Nel mezzo, Prodi cerca di sopravvivere, usando la
carta della mediazione ad oltranza, tra annunci di "svolte" e rinvii che si
moltiplicano in parallelo con l'emersione di difficoltà su ogni fronte.
Insomma, è naturale che in questo quadro non si pensi al futuro. E le pensioni
sono il futuro. Perchè non ricordare che proprio Prodi, ai tempi del primo
Governo Berlusconi nel 1994 sottoscrisse l'appello del premio Nobel Franco
Modigliani per una rigorosa e non rinviabile riforma della previdenza e contro i
veti del sindacato?
Non è stato proprio Prodi nel 1996 a dire che la riforma delle pensioni doveva
partire "dieci anni prima"?
E non è stato D'Alema nel 1998 a ripetere l'identico concetto?
Eccoci nel 2007 a parlare di quanti miliardi di euro vanno bruciati sull'altare
dello "scalone" in vista di una sostanziale controriforma della previdenza che
sta lasciando senza fiato anche Bruxelles.
Ne trarranno tutte le conseguenze i riformisti della coalizione di Governo?
Che dicono, ad esempio, i Senatori Dini e Morando ed il Ministro Mastella?
E che ne dice Veltroni, leader in pectore del Partito Democratico, del fatto che
il patto generazionale sta per essere tradito una volta in più?
Gli astuti galleggiamenti non servono.
Serve una risposta politica nitida, comprensibile, coerente con la scala dei
valori riformisti che vengono dichiarati.
Nell'interesse del Paese
Guido Gentili
tratto da "Il Sole 24ore"
Le Svolte di Sarkozy - Le 35 ore sconfitte dal fisco.
I Francesi da ottobre potranno scegliere di ignorare il totem
delle 35 ore, svuotato da ogni sacralità dalla più importante proposta
elettorale di Nicolas Sarkozy, la defiscalizzazione degli straordinari,
approvata nella notte tra mercoledì e giovedì dall'Assemblea Nazionale.
Un passo avanti significativo per raggiungere tre obiettivi: dare maggiore
flessibilità al lavoro, aumentare il reddito dei lavoratori, ridurre gli oneri
per le imprese. Una rotta esattamente contraria rispetto a quella che negli anni
'90 aveva accompagnato le magnifiche sorti progressive della riduzione
dell'orario all'insegna dell'utopia, soprattutto nella realtà della
globalizzazione, del lavorare meno, lavorare tutti. Ci voleva il realismo
pragmatico di Sarkozy per far compiere un inversione ad U al dibattito sulle
politiche per l'occupazione. Il provvedimento si inserisce in un pacchetto di
tagli alle imposte per provocare nel Paese uno shock fiscale. Ma con la
rivalutazione del lavoro e del merito (ed il superamento delle 35 ore) il primo
shock che Sarkozy somministra ai Francesi è culturale. Con sicuri vantaggi per
la competitività delle imprese e quindi per il lavoro.
Tratto da "Il Sole 24ore"
Questione settentrionale: un problema di modernizzazione...
La prossima presentazione del DDL Padoa Schioppa - Lanzillotta
sul riordino dell´ordinamento finanziario di Regioni, Province, Comuni e Città
metropolitane dimostra, se mai ve ne fosse bisogno, l´insensibilità dell´attuale
governo rispetto a bisogni fortemente sentiti da parte di fasce crescenti di
opinione pubblica, imprese e istituzioni del Nord.
Se confermato quanto riportato dal giornale Il Sole 24 Ore, il governo starebbe
infatti per presentare la prima bozza del disegno di legge attuativo
dell´articolo 119 della Costituzione sul federalismo fiscale all´interno del
quale sarebbero ricompresi interventi miranti a istituire nuovi elementi di
perequazione a favore delle realtà territoriali più deboli "in cambio" di un
debole ridisegno complessivo delle attività e delle competenze finanziarie e
amministrative di regioni ed enti locali.
Il disegno di legge in particolare prevedrebbe, sempre secondo le indiscrezione
del giornale di via Monterosa, l´allargamento del principio di perequazione
attraverso misure volte al finanziamento della spesa per il trasporto pubblico
locale, al finanziamento della spese per il riequilibrio territoriale dei
redditi e della produzione nonché l´istituzione di un doppio fondo perequativo
per Province e Comuni. Un atteggiamento, quello del governo che confermerebbe
quanto già visto nei mesi passati rispetto ad un´interpretazione del principio
di solidarietà regionale che molto poco ha a che fare con la sussidiarietà e
molto più riflette logiche di disequilibrio e diseguaglianza territoriale tra
produzione e redistribuzione delle risorse del (e nel) paese.
Tutto questo mentre: in Lombardia Formigoni porta a casa il consenso
praticamente unanime del Consiglio regionale (con la sola eccezione di
Rifondazione comunista, ma con il voto favorevole di DS e Margherita) sui 12
punti attraverso cui la Lombardia chiede l´apertura di un negoziato con Roma per
l´attuazione del titolo V della Costituzione in materia di autonomia regionale.
In Veneto, il governatore Galan si trova a dover combattere contro la fuga dei
propri Comuni e adesso anche di qualche provincia, verso le regioni a statuto
speciale e quotidianamente non manca di affermare che le Regioni dovrebbero
poter stabilire ed applicare tributi propri con un ampio margine di
discrezionalità e di autonomia nel fissare gli elementi costitutivi dei tributi
stessi, perché il rischio è la mancanza di tenuta del sistema territoriale; e in
Piemonte la Bresso, in seguito all´approvazione da parte del Consiglio dei
Ministri dell´autorizzazione all´annessione
del Comune di Nasca (200 abitanti) alla Val d´Aosta, e dopo il fallimento della
via piemontese al federalismo lanciato nei mesi scorsi al grido di "chi mi ama
mi segua", arriva addirittura a minacciare l´avvio della procedura di richiesta
di stato speciale per la sua regione.
Ora ciò che sfugge a Roma è probabilmente il fatto che nel Nord del paese il
tema è affatto che scontato e la pressione è in costante crescita. Lo si rileva
non solo dalle lamentele dei cittadini sui gloriosi tram di Milano, ma
soprattutto dal crescere degli articoli sull´argomento, non più relegati al solo
giornale La Padania. In questo clima il dibattito su la questione settentrionale
non rappresenta l´antimeridionalismo becero e valligiano delle camice verdi, ma
disegna invece una
somma di considerazioni che si richiamano all´idea ultima che la modernizzazione
di un paese non possa essere rallentata da sacche prepotenti di inefficienza e
incrostazione corporativa. E intercetta nel federalismo fiscale una concreta
occasione di modernizzazione rispetto a tre dimensioni fondamentali: la
dimensione della responsabilità (e responsabilizzazione) delle istituzioni
locali rispetto alla gestione della spesa.
Oggi, come abbiamo avuto modo di assistere anche recentemente nel caso della
sanità laziale, il principio della responsabilità è sovente ribaltato dal
principio dello Stato assistente, che ove necessario corre a ripianare
irresponsabili voragini di bilancio (nel Lazio 9 miliardi) senza esigere in
cambio concrete misure di riorganizzazione e attenzione alla spesa. Per non
citare situazioni meridionali ancor più preoccupanti, sul modello del Comune di
Taranto.
la possibilità di una maggiore capacità di controllo e verifica da parte della
cittadinanza sulle decisioni di prelievo e di spesa locali dettata dalla
maggiore vicinanza alle istituzioni;
la dimensione della trasparenza come valore democratico per cui entità,
provenienza e destinazione dei flussi devono essere chiari.
Pensare al contentino di un federalismo fiscale debole e di facciata per
tamponare le fuoriuscite dei comuni verso le Regioni a Statuto speciale (magari
agganciando una assurda modifica al 132 come sostenuto da Giuliano Amato) e
contemporaneamente calmare un´opinione pubblica che comincia a percepire i
sintomi della vessazione sarebbe una scelta ottusa e pericolosa, sia
rispetto alla tenuta interna delle istituzioni locali, sia rispetto alla
stabilità politica e amministrativa di un pezzo consistente del paese, sia
soprattutto in termini di prospettiva di modernizzazione del paese. E´ su
quest´ultimo punto che il PRI dovrebbe dir la sua con voce più chiara e ferma.
Alternando alle richieste di "innovativi interventi" a favore del mezzogiorno,
la richiesta di una maggiore fermezza, chiarezza e equità nella gestione
dell´attività redistributiva delle risorse pubbliche. Da una prospettiva che pur
considerando giusta e necessaria per un paese civile l´attuazione di forme di
solidarietà tra le proprie regioni, non può contemplare il perdurare di metodi
che si caratterizzano sempre più per vere e proprie spoliazioni di territori ai
quali si chiede contemporaneamente di contribuire in maniera consistente allo
sviluppo del Paese.
Alessandro Papini
Federazione Giovanile Repubblicana
Garibaldi ed il patriottismo nel 2007. Una nuova speranza!
Oggi 4 luglio 2007 ha ufficialmente inizio il bicentenario della
nascita di Giuseppe Garibaldi.
Chi capita su questo sito non ha certo bisogno di conoscere la sua storia e le
sue gesta eroiche ma prendendo spunto da questa ricorrenza sento il bisogno di
sottolineare come questa possa stimolare una svolta nel cammino del nostro
Paese.
Non voglio narrare le incredibili avventure del più grande eroe che l'Italia ha
mai avuto; un eroe omerico, un moderno Cincinnato, che ha infervorato il mio
cuore quando qualche anno addietro, vagando alla ricerca della mia identità, mi
sono imbattuto nel Risorgimento durante il tiepido programma liceale.
Sento il bisogno invece di scrivere del suo patriottismo, che del resto è quello
che accomuna noi giovani repubblicani, e di quanto esso sia oggi necessario per
il nostro popolo spesso smarrito ed in balia dei suoi stessi errori.
Cosa si deve intendere per patriottismo?
"Ovunque si combatta per la libertà, lì c'è una Patria" diceva il generale; un
principio chiaro ed assoluto, come erano sempre le sue idee, che applicò a fondo
per tutta la sua lunghissima vita. Quando guidava la resistenza romana aveva più
di 40 anni, ed aveva già combattuto per le libertà dei popoli in Sudamerica.
Continuò a combattere anche quando il suo fisico non reggeva più le lunghe marce
a cavallo (soffriva di atroci attacchi di reumatismo) per molti popoli europei e
per la sua amata Italia. Era lui il vero "Che" scrivono oggi gli storici, ma sta
proprio qui la sua forza immortale: Che Guevara fu un giovane utopista che morì
per un ideale folle; prima o poi la sua figura tramonterà come il comunismo.
Garibaldi invece combatteva per la democrazia, che però doveva essere sempre
legata alla nazionalità. Solo questa rende gli uomini felici perchè come ogni
individuo si sente parte della propria famiglia, tante famiglie compongono una
Patria, e tutte le nazioni costituiscono l'Umanità (è un assioma del pensiero
mazziniano).
La sua figura fu abusata da tutte le forze politiche (non clericali): comunisti,
fascisti, socialisti, monarchici. Mi dispiace per tutti ma Garibaldi era un
repubblicano! Era un mazziniano per la precisione, anche quando negli ultimi
anni di vecchiaia contestava Mazzini ed i suoi fallimenti. Le loro idee di
Nazione erano le stesse, differivano solo sui mezzi per conquistarla. Se
vogliamo usare un' appropriata definizione essi erano "Pensiero e Azione".
Purtroppo Mazzini spesso fu tutto Pensiero e Garibaldi molto più spesso fu solo
Azione, ma il Profeta rimase sempre l'ideale Maestro del Generale.
Per chi ama le definizioni il Patriottismo di cui stiamo parlando è quello
"democratico". Per capire perché solo questo possa favorire l'avvenire dei
popoli e perché oggi gli italiani ne abbiano un disperato bisogno si deve subito
distinguerlo dal Nazionalismo. Nei libri di Storia e nell'uso comune spesso i
due concetti si confondono. Per esempio durante la guerra civile italiana sia i
fascisti che i partigiani (della compagine democratica) si dichiaravano
"patrioti". Se per questa definizione si intende semplicemente colui che ama la
propria Patria notate che entrambi hanno la stessa legittimità a definirsi
tali... ma non è così! Da un punto di vista teleologico solo i partigiani erano
veri "patrioti" mentre i fascisti erano nazionalisti.
Entrambi volevano un certo tipo di Italia ma il patriottismo desidera benessere
nel proprio Paese come anche nei paesi vicini e così passando da Stato a Stato,
desidera il Bene per tutta l'Umanità (non come il fascismo che mira ad aumentare
la supremazia sui più deboli). Un vero patriota ama la propria Patria ma ama
anche quella degli altri perché aspira al Bene per ogni essere umano.
L'individuo che abbraccia questo modo di pensare è figlio dell'illuminismo e può
sentirsi un po' partecipe di tutti i grandi eventi che da lì sono derivati dalla
Rivoluzione americana ad oggi. Gli esempi storici sono tantissimi nella nostra
tradizione democratica, per tutti basti ricordare oltre a Garibaldi, non a caso
"eroe dei due mondi", Mazzini che costituì la Giovine Italia ma poi anche la
Giovine Europa per aumentarne il contesto politico e Carlo Rosselli che negli
anni '30 mentre combatteva fra le fila delle brigate internazionali nelle
torride campagne iberiche tuonava: "Oggi in Spagna, domani in Italia!".
Parlare però di patriottismo solo come di un atteggiamento nei confronti delle
ricorrenze e dei simboli nazionali è riduttivo e questo sì che può facilmente
sconfinare nella più opprimente retorica, che tanti giovani hanno odiato ai
tempi del "pelatone".
Il patriottismo non deve annoiare, deve appassionare! Pensate a tutti quei
ragazzi che seguirono Garibaldi e costituirono le sue legioni di volontari sul
Gianicolo o nelle due Sicilie, nessuno di loro avrebbe barattato il loro posto
nella Storia; la loro passione li portava a rischiare la morte ma non avevano la
minima titubanza. Gli assalti famosi alla "garibaldina", assalti alla baionetta
spesso in inferiorità numerica, portavano alla vittoria perché le camicie rosse
erano composte da uomini che lottavano per ideali magnifici, motivati
dall'esempio del generale che come un leone si gettava sempre in prima linea sul
campo per guidarli di persona; i soldati di franceschiello invece scappavano
perché loro combattevano solo per una gelida paga. I mille forestieri, quasi
tutti del nord, che sbarcarono a Marsala divennero sul Volturno più di 30000,
per la maggior parte giovani meridionali, volontari di qualsiasi ceto sociale
uniti per la causa nazionale; non per soldi o per la gloria ma per la dedizione
in un ideale superiore alla loro stessa vita. E' lo stesso spirito che spinse
gli americani allo sbarco in Normandia o gli europei democratici a combattere in
Spagna le forze franchiste.Per me il miglior esempio di questo spirito
garibaldino è nell'immagine di Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, quando
nella battaglia di Palermo si batté con coraggio per tutto il tempo dei
combattimenti con una pallottola in pieno petto, incitando gli uomini, memore
dell'ordine del generale "qui si fa l'Italia o si muore!"; episodio epico e
vittorioso alla quale il genovese sopravvisse eroicamente nonostante la grave
ferita!
Questo è il tipo di patriottismo democratico in cui crediamo! Oggi, finiti per
fortuna i tempi degli spargimenti di sangue, questa filosofia rispettosa di
tutte le patrie è facilmente riscontrabile in tutte le organizzazioni
internazionali di pacifica cooperazione (ONU, UE ecc.). Magari non tutti quelli
che lavorano o credono in queste istituzioni sanno che Mazzini ne andava
parlando 150 anni fa' ma questo ci dimostra la forza e la giustizia di questi
principi, al di là dei tempi, e questo non può che renderci orgogliosi.Perché il
patriottismo oggi potrebbe essere fondamentale per gli italiani?Mi sembra chiaro
che l'Italia di oggi abbia perso le sue radici ideologiche e morali. La
maggioranza dei cittadini, soprattutto nelle giovani generazioni, cerca dalla
vita solo il successo personale, convinti di trovarsi in una giungla dove esiste
solo la legge del più forte e dove le leggi della Repubblica, la polizia o i
professori sono nemici che ostacolano le loro vuote prospettive.
Tangentopoli, mafiopoli, bancopoli, vallettopoli sono i sintomi di una società
malata ormai da tempo in cui l'egoismo ed i leccapiedi hanno fatto strada e dove
il rischio del fallimento sembra sempre più vicino. C'è un confine molto stretto
fra una democrazia fondata sulla legge ed una società anarchica: la democrazia
sopravvive solo se i cittadini ci credono e la rispettano; la Costituzione o le
leggi sono solo pezzi di carta che non possono difendersi da soli.
Certo le cose andrebbero meglio se la situazione attuale del Paese fosse
migliore. Per rendere felice la cittadinanza, o meglio per facilitare la ricerca
della felicità, tutti sanno che cosa occorrerebbe, soprattutto chi fa' politica:
un sostanziale benessere economico (posti di lavoro e costo della vita
sostenibile) ed anche una giustizia sociale funzionante (diritti civili concreti
ed attuali e quindi sicurezza pubblica e giustizia operative). Una società che
funziona
difficilmente partorisce cittadini ostili alla legalità.
Oggi invece è furbo chi non paga le tasse, o chi trova le raccomandazioni per
fare carriera! Spesso si dice che è "il sistema che non regge più perché non ci
sono più i valori di una volta". Più in generale si è persa una coscienza civica
del rispetto delle regole della Repubblica, un preciso complesso di valori che
deriva anche dal grado di patriottismo dei cittadini.
Attenzione! Questo complesso di valori può essere però sempre riacquistato, in
diversi modi.
In modo tragico: subire una guerra nazionale o una catastrofe naturale rende un
popolo più compatto. Spesso chi è sopravvissuto al dolore ed alla miseria sa
apprezzare di più la vita che riacquista alla fine della tragedia e quindi i
"valori" entrano nella sua coscienza senza nessuna imposizione. Ovviamente non
potendo augurarci simili scenari dobbiamo guardare altri metodi.
C'è "l'esempio": dei padri sui figli, dei professori sugli alunni, dei politici
sulla cittadinanza. Ma è chiaro che anche questi oggi non sono sufficienti, anzi
spesso questi esempi sono quanto di più negativo possa desiderarsi.
Paradossalmente la Chiesa che noi illuministi e laicisti attacchiamo per la sua
strategia del terrore per tenere in pugno le coscienze almeno prima era un
veicolo di buoni valori, quelli evangelici, che all'Italia del dopo guerra
furono molto utili.
Ricordate Totò nel film "i tartassati" che alla fine accetta di non evadere più
le tasse non perché preso dal senso di colpa di non adempiere al suo dovere
civico ma bensì perché morso dal peccato religioso, che un cardinalone gli fece
venire. Al punto in cui ci si ritrova sarebbe meglio una morale religiosa che
nessuna morale ma come il sistema dimostra anche questa è scomparsa.
Ma noi siamo illuministi del "Coraggio laico" e non possiamo arrenderci quindi
dobbiamo costruire una Morale efficiente, laica e moderna. Soprattutto siamo dei
ferventi patrioti e proprio su quel patriottismo, che ho cercato di illustrare
in questo articolo, dobbiamo puntare le nostre speranze. Se riuscissimo a
rendere operativa la filosofia di questo complesso di ideali avremmo dato un
notevole contributo alla coscienza civica del Paese. Se riuscissimo a fare del
figlio di un sovversivo padano un sincero patriota italiano, nessuna ETA potrà
mai nascere in Italia.
In una parola serve l'Educazione nazionale che sforni un numero sempre maggiore
di cittadini onesti che sappiano amare i propri fratelli e la loro Patria.
E quale tipo di Stato può garantire il benessere dei cittadini, sul piano dei
diritti e della giustizia sociale, se non una repubblica democratica che è "la
migliore forma di Stato" (Garibaldi)?
Ed allora visto che per fortuna oggi, grazie alle fatiche di 200 anni di
generazioni di patrioti, ci ritroviamo questo bel regalo ancora in piedi, la
Repubblica italiana, abbiamo il dovere di continuare a renderle onore.
Garibaldi, Mazzini, Mameli, Bixio e tutti i martiri della causa democratica
italiana dal Risorgimento alla Resistenza (ed anche oltre se pensiamo a Falcone
e Borsellino oppure a l'ispettore Raciti) sono vissuti e morti per un'Italia che
non lì ha mai reso abbastanza onore. Anzi troppo spesso c'è chi infanga i loro
nomi e la loro memoria. C'è chi strumentalizza un episodio triste della nostra
storia per ingiusti attacchi che rasentano il vilipendio alla nazione.
E' necessario che il tricolore, l'inno nazionale e la memoria storica tornino
nei cuori del popolo. Dobbiamo farlo noi giovani generazioni del duemila; loro
hanno fatto l'Italia noi ora dobbiamo fare gli italiani, prima che sia troppo
tardi.Come? Facendo in modo che gli italiani tornino ad amare il loro glorioso
Paese come lo amano quando da bambini seguono la nazionale ai mondiali di
calcio. Quel patriottismo genuino che francesi, britannici, americani hanno nel
loro dna e che noi non avremo mai se non ricominciamo dal punto in cui i nostri
illustri predecessori erano arrivati. Per colpa del fascismo e poi del '68 il
patriottismo italiano fu sepolto ma ora deve trovare un "nuovo Risorgimento". E
sta già accadendo grazie alla globalizzazione, che aumenta il senso di
appartenenza alla propria nazione; grazie alla presidenza Ciampi, mazziniano di
grande spessore; sicuramente è di buono auspicio anche la vittoria degli azzurri
ai mondiali nell'estate scorsa.
Sta quindi anche a noi giovani repubblicani accelerare questa rinascita.
Oggi comincia il bicentenario di Garibaldi, è un caso? Io dico di no!
Concludendo. Chi legge si chiederà: "Vabbé ma che cosa di preciso dovremmo fare?
Quale sarebbe la ricetta giusta?" Io qualche idea me la sono fatta ma mi riservo
ancora un po' di tempo per esporre le mie proposte. Mi piacerebbe che al
prossimo congresso programmatico della FGR, dopo l'estate, questo tema,
importante per tutti noi, riceva la giusta attenzione ed il contributo di
ognuno.
Emanuele Vaccaro - FGR - ROMA
Spesa iniqua e clientelare
Nulla è più antisociale dell’alimentazione della spesa corrente,
nulla è più iniquo del trasformare lo stato sociale in stato assistenziale e
clientelare. Chi abbia a cuore gli interessi dei lavoratori dovrebbe oggi
avvertire governo e sindacati che spendere anche un solo euro per abbassare,
rispetto a quanto già previsto dalla legge, l’età pensionabile, è un gesto da
irresponsabili. Oltre tutto ho l’impressione che non sia chiaro quanto segue: i
giovani ci rimettono, i lavoratori non vicini alla pensione ci rimettono, i
pensionati non ci guadagnano e tutta questa stupida discussione sullo scalone
riguarda un numero piccolo di lavoratori, che i sindacati s’incaponiscono a far
figurare come fossero l’universo per la sola ragione che, oramai, non sono più
sindacati dei lavoratori, ma dei pensionati e pensionandi.
La discussione è stupida perché lo scalone non è ingiusto per l’improvviso
innalzamento, calibrato in tre passaggi, dell’età pensionabile, semmai è
criticabile perché porta ad una soglia ancora troppo bassa e si sarebbe dovuto
far partire prima.
Quindi chi oggi ha 57 anni e vuole andare in pensione non è portatore di un
ingiustizia, ma di un ingiustificato privilegio.
Se si guardano le curve demografiche dei principali Paesi europei si vede che
l’incidenza della popolazione pensionabile, rispetto a quella in età lavorativa,
è massima in Italia. Lo si deve al fatto che la mortalità si abbassa (ed è un
bene), ma la natalità è crollata e gran parte della manodopera immigrata è
irregolare, pertanto non contribuente al sistema previdenziale. Siamo, insomma,
quelli che hanno più interesse e bisogno a sollecitare la permanenza nel mercato
del lavoro, ma mentre tutti gli altri vanno in tale direzione noi abbiamo
governo e sindacati che minacciano di spingerci in quella opposta. Così facendo
bruciano ricchezza di tutti a favore di pochissimi, e costringono i cittadini a
continuare a subire una pressione fiscale mostruosa per finanziare un sistema
inefficiente e sprecone. Il tutto lasciando intatto il debito, che è il vero
nostro problema.
Questo succede a mandare al governo il peggior risultato dato dalla somma di
clientelismo democristiano e sinistra avversione alle regole del mercato. Un
binomio che, complici i sindacati, porta male a chi lavora e produce.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
Diminuire le tasse: una battaglia di tutti...
Oscar Giannino in un pamphlet sostiene che «si può, si deve e
non è affatto di destra»
Secondo il giornalista in Italia si pagano molte più imposte rispetto agli altri
Paesi europei. Si scaglia contro la «tassazione vorace» che sembra divorare le
nostre risorse economiche. Il richiamo a Norquist e il parallelo tra Bush padre
e Berlusconi
Centosette voti contrari e 0 a favore. È stato questo il risultato del voto alla
Camera dell'Illinois sulla proposta del governatore democratico di aumentare le
tasse un mese fa. Nel frattempo, grazie ai tagli delle tasse di Bush, sono
arrivati i dati record delle entrate per l'Erario americano, l'aumento della
spesa pubblica e la diminuzione del deficit. Sono di questi ultimi giorni,
inoltre, i dati, ripresi dal Wall Street Journal, che vedono oltre 40 dei 50
Stati americani trovarsi in cassa surplus superiori al previsto, soprattutto
grazie ad un'economia che continua a crescere e ad entrate fiscali in aumento.
Ben 23 governatori hanno in progetto sgravi delle tasse e nuovi programmi
pubblici. Texas, Florida, New Jersey, Alaska, Oregon e New York sono gli Stati
che guidano la speciale classifica del surplus in eccesso.
E in Italia? Qual è la situazione per quanto riguarda il dibattito sulle tasse?
Un libro che affronta questo attualissimo e spinosissimo tema è il volutamente
provocatorio Contro le tasse. Perché abbattere le imposte si può, si deve, e non
è affatto "di destra" (Mondadori, pp. 127) di Oscar Giannino (nella foto
piccola). Il direttore di Libero Mercato è una delle figure più contese da «Matrix»
e «Porta a Porta» quando i temi delle puntate sono finanza e tasse. Il
giornalista italiano dallo stile dandy riprende lo spirito di Edmund Burke che
scriveva oltre duecento d'anni fa che "nella storia della civiltà da sempre le
più grandi battaglie per la libertà si sono combattute intorno a questioni di
tassazione". Tutte le democrazie, in effetti, sono nate da rivolte fiscali; il
nocciolo stesso della svolta alla base delle tre grandi rivoluzioni, l'inglese,
l'americana e la francese è stato il famosissimo principio no taxation without
representation, che stabiliva che senza consenso democratico nemmeno un penny
poteva essere estorto dalle tasche del contribuente.
Giannino offre molti spunti interessanti e, a proposito della tassazione
italiana, scrive: "L'Italia è e resta un Paese ad alto prelievo. In quel 2004 al
quale si riferiscono i dati definitivi delle dichiarazioni dei redditi, il 41,8%
di pressione fiscale sul Pil italiano faceva riscontro al 27,5% della Lettonia,
al 30% della Slovacchia, al 32% dell'Irlanda, al 35% della Polonia, al 37% della
Spagna, del Portogallo e del Regno Unito, al 39 di Grecia, Olanda e Ungheria, al
40,6% della Germania. A superarci, solo gli iperstatalisti come Francia,
Danimarca, Finlandia e Svezia".
Secondo Giannino in Italia si pagano molte più tasse rispetto agli altri paesi
europei e 40 milioni di contribuenti sono vessati e spremuti in misura
crescente. Ogni anno le imposte aumentano sulla spinta di necessità di bilancio
impellente. Eppure, per l'autore, diminuire le tasse è ancora possibile, come
sta succedendo nella maggior parte delle nazioni dell'area dell'Ocse. Giannino
si scaglia contro la "tassazione vorace" che sembra divorare le risorse
economiche del popolo italiano e delle imprese. L'autore chiede con forza che
anche in Italia vengano messe in atto delle strategie volte ad allentare il peso
fiscale. "L'obiettivo di un sistema del prelievo a due sole aliquote - scrive
Giannino - posto dalla legge delega di riforma fiscale approvato da Berlusconi e
Tremonti è stato realizzato poco e male. Poi è stato stravolto da chi ha vinto
le elezioni dell'aprile del 2006".
Giannino ricorda che tagliare le tasse, però, non è una prerogativa esclusiva di
una sola coalizione di governo. Non si tratta di una scelta "di destra" o "di
sinistra". In Europa e nel mondo intero esecutivi composti da moderati di destra
ed esecutivi riformisti di sinistra hanno imboccato la via della riduzione
progressiva delle tasse raggiungendo buoni risultati.
Giannino cita opere molto interessanti di autori americani ("Barrier to Riches"
del premio Nobel Edward C. Prescott e "Good & Evil" di Charles Adams) ma anche
studi di Università italiane come "Andamenti e ragioni dell'avversione
all'ineguaglianza nella società italiana" del dipartimento di Economia di Tor
Vergata, di Federico Perali, dell'Università di Verona, e di Jay Coggins della
Minnesota University. Giannino parla di un numero elevatissimo di lobby, di
partiti, di gruppi e gruppuscoli di pressione che sono contro l'abbassamento
delle tasse e, a questi, l'autore risponde che i tagli alle imposte non creano
deficit, ma sono le spese pubbliche incontrollabili ad accrescere inerzialmente
i disavanzi. Elogia Bush figlio, il quale ha sempre puntato sul taglio delle
tasse, e contrappone l'economia americana cresciuta del 20%, con la nostra
invece meno di un quinto.
Giannino parla di Grover Norquist, fondatore e deus ex machina dell'American for
Tax Reform (www.atr.org) come il paladino dei contribuenti americani, l'erede
intellettuale del Boston Tea Party da cui nacque la rivolta delle tredici
colonie americane contro Sua Maestà britannica. Norquist con la sua
organizzazione ora ha un forza contrattuale tale da riuscire ad impegnare i
neoeletti a non aumentare di un centesimo il prelievo fiscale, e quando le
promesse vengono rotte sa scatenare una tempesta politica che non risparmia i
compagni di trincea repubblicani.
Molti magari diranno che noi non siamo l'America (vedi i risultati ottenuti
dalla Life di Fabio Padovan) e per fortuna, perché abbiamo un modello sociale
più coeso e meno darwinista. Eppure è singolare il parallelo di due uomini
politici: uno americano e l'altro italiano: il primo è Bush padre che, alla
convention repubblicana di New Orleans del 1988 che lo incoronava candidato alla
presidenza, aveva promesso "Read my lips. No new taxes" (Leggete le mie labbra.
Non ci saranno nuove tasse); il secondo è Berlusconi che, al convegno di
Confindustria del 3 aprile 2004, sosteneva che "se entro la fine della
legislatura non saranno in vigore le due aliquote non mi ricandiderò". Bush
padre venne attaccato da Buchanan nelle primarie proprio per il fatto d'aver
aumentato le tasse e, nel 1992, perse le elezioni contro il giovane governatore
dell'Arkansas Bill Clinton.
Berlusconi, invece, perse, secondo Giannino perché non aveva tagliato le tasse e
proprio quella mancata promessa è stata tra gli argomenti più decisivi nella sua
sconfitta. Se Giannino non è tenero con il leader della Casa della Libertà, sono
memorabili le pagine dedicate a Vincenzo Visco. Ma, per fortuna, il libro di
Giannino sfugge alla logica partigiana e locale e, a tratti, costituisce un
piccolo contributo per fare delle imposte una grande questione di libertà, prima
che di ogni cosa.
Simone Incontro
Articolo tratto da "www.larena.it"
Il Pd è la holding con cui Ds e Margherita controlleranno il
potere (e i soldi del finanziamento pubblico) Il Partito democratico? Una
truffa...
la Voce svela tutte le sigle che servono solo a nascondere una
ragnatela di scatole cinesi
Negli ultimi tempi va di moda affermare che si è creato un abisso tra la
politica ed i cittadini. Lo sostengono gli stessi esponenti dei partiti. La loro
soluzione? Il Partito democratico. Con questa holding gli azionisti del Pd
sperano di riuscire ad ingannare gli elettori, né più, né meno di come hanno
fatto i vari Tanzi, Ricucci, Coppola & C. Una miriade di scatole cinesi, sulla
falsariga della Telecom di Tronchetti Provera, che ne era presidente
controllando solo lo 0,8% del capitale sociale.
All´inizio erano la Dc ed il Pci, poi venne Tangentopoli, e dal crollo dei
partiti nacquero "nuovi soggetti" (nel nome, ma non negli uomini che, a parte
rare eccezioni come Craxi e Forlani) rimasero gli stessi. Dal crollo della
"balena bianca" uscì una miriade di soggetti: nel 1994 vide la luce il Partito
popolare italiano, tenuto a battesimo da Mino Martinazzoli (il liquidatore della
Dc), il Centro cristiano democratico (Ccd), fondato da Pier Ferdinando Casini, i
Cristiani democratici uniti (Cdu), partito fondato l´anno seguente da Rocco
Buttiglione. Dall´unione di Ccd e Cdu, nel 2001 è nato il Biancofiore, alleanza
elettorale naufragata alle politiche di quell´anno, a cui si aggiunse Democrazia
europea, fondata per l`occasione dall´ex segretario generale della Cisl Sergio
D´Antoni, poi trasmigrato nel centrosinistra che gli ha garantito nel 2006 un
seggio a palazzo Madama. L´unione dei tre soggetti neocentristi ha generato
l´Udc, da cui quest´anno si è staccato l´ex segretario Marco Follini, fondatore
dell´Italia di mezzo, subito approdata sulla più sicura sponda governativa.
Sul versante di centrosinistra, i "moderati" sono raggruppati dal 2002 sotto il
marchio Democrazia è libertà - La Margherita, meglio nota come La Margherita
(Dl). Questo simbolo è nato dall´unione del Ppi, a cui si è aggiuto Rinnovamento
italiano, movimento fondato da Lamberto Dini, aprofittando della visibilità
acquistata mentre sedeva a palazzo Chigi nel 1995-96 alla guida del governo
tecnico (in realtà di centrosinistra) che aveva sostituito il Berlusconi I. A
questi si erano aggiunti I Democratici, partito ispirato da Prodi, nel quale era
confluito anche Antonio Di Pietro, oltre all'Udeur (Unione democratici per
l'Europa) fondato nel 1999 da Clemente Mastella, reduce dalla deludente
esperienza dell'Udr, Unione democratica per la Repubblica, il progetto politico
ispirato dall'ex Capo dello Stato Francesco Cossiga per pilotare Massimo D´Alema
ai vertici del Governo al posto di Prodi, con Buttiglione e Scognamiglio
co-presidenti del movimento.
Fin qui, in linea di massima, la galassia centrista. Veniamo ora al Pci. Questo
si trasforma, con la svolta della Bolognina di Occhetto del 1991, nel Pds, "la
Cosa", come venne prontamente ribattezzata. La svolta provoca la scissione di
Sergio Garavini e Armando Cossutta, che danno vita al Partito della rifondazione
comunista, dal quale, nel 1998, in concomitanza con la crisi del Governo Prodi
I, si staccano lo stesso Cossutta e Diliberto, al quale la creazione del
minipartito, nato per sostenere un nuovo governo di centrosinisra guidato da
D´Alema, e scongiurare così le elezioni anticipate dopo il ritiro di
Rifondazione dal Governo, fruttò l´incarico di ministro della Giustizia.
Nel 1998 anche il Pds cambia ragione sociale, e si trasforma nei Ds (Democratici
di sinistra).
Per sfidare la coalizione guidata da Berlusconi, nel 1995 viene costituito
l´Ulivo, che ha come azionisti Ds e Margherita, e frutta la vittoria alle
elezioni dell´anno successivo (la Lega si presentò da sola, provocando la
sconfitta del centrodestra).
Per affrontare le elezioni regionali del 2005, il centrosinistra da vita alla
Grande alleanza democratica (Gad), subito sostituita dalla Federazione
dell'Ulivo (Fed), allargata allo Sdi di Enrico Boselli, ed al Movimento
repubblicani europei di Luciana Sbarbati, che in questo modo viene rieletta al
Parlamento europeo dopo la rottura con il Pri di Giorgio La Malfa (di
centrodestra).
Per garantire l´elezione al Parlamento degli esponenti dei partiti-bonsai che
compongono la vasta galassia di centrosinistra, in seguito alla nuova legge
elettorale approvata dal centrodestra, nel 2005 viene varata l´Unione,
costituita da Ds, Margherita, Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Sdi,
Verdi, Popolari-Udeur, Italia dei Valori, Repubblicani europei. A questi
(titolari del simbolo dell´Unione) vengono apparentati movimenti e partitini di
ogni sorta, con l´obiettivo di raccimolare ogni voto possible (il centrosnistra
vincerà infatti alla Camera per soli 24.000 voti di differenza). Vengono così
imbarcati il Partito socialista democratico italiano (ricompensato con un posto
da deputato regalato al segretario nazionale Giorgio Carta), la Lista
Consumatori, Il Partito pensionati, i Democratici cristiani uniti, i movimenti
regionali Südtiroler Volkspartei, Lega per l'autonomia-Alleanza lombarda, Liga
fronte veneto, e I Socialisti di Bobo Craxi che, pur non eleggendo nessuno (la
lista ha raccolto soli 115.066 suffragi, equivalenti allo 0,30%), diventa
sottosegretario agli Esteri. Una menzione particolare la merita la Lega per
l'autonomia-Alleanza lombarda, presentatasi solo in Lombardia, ma i cui voti
(44.589 pari allo 0,12%) sono stati deteminanti per la vittoria della coalizione
guidata da Romano Prodi. Il segretario delle Lega per l'autonomia-Alleanza
lombarda, Elidio De Paoli, è stato premiato con un posto da sottosegretario allo
Sport, nonostante sia in possesso della sola licenza media. Nel febbraio 2006
aderiscono anche I Socialisti di Bobo Craxi, mentre a novembre il Partito
pensionati lascia la coalizione per riprendere l'alleanza con il centrodestra
(non avevano avuto alcun incarico di governo dal centrosinistra, nonostante
avessero portato al Professore 333.278 voti, pari allo 0,87%), e parallelamente
viene riconosciuto il movimento della Democrazia cristiana di Giuseppe Pizza,
uno dei numerosissimi partitini che si contendono l´eredità dello scudo
crociato. Il 5 maggio, a seguito della scissione dai Democratici di sinistra
della componente guidata dal ministro dell´Università Fabio Mussi, contraria al
Partito democratico, viene fondato il nuovo movimento Sinistra democratica per
il socialismo europeo. L´ennesima sigla nella sterminata galassia del
centrosinistra.
La diaspora socialista merita un capitolo a parte. Schiacciato dall'offensiva
giudiziaria e da una feroce campagna giornalistica, e dopo una temporanea
alleanza con Alleanza democratica, il Partito socialista italiano di Bettino
Craxi si scioglie definitivamente 13 novembre 1994. Subito dopo lo scioglimento,
nascono diverse formazioni socialiste distinte. Enrico Boselli fonda i
Socialisti italiani, che daranno vita, nel 1998, insieme a Psdi e a settori
della Federazione laburista e del Partito socialista, ai Socialisti democratici
italiani (Sdi). Fabrizio Cicchitto (poi entrato in Forza Italia, di cui è vice
coordinatore nazionale) ed Enrico Manca (l'ex presidente della Rai in quota Psi,
poi confluito nello Sdi, e infine nella Margherita) invece, con un gruppo di
giovani provenienti dal Psi e dal Psdi, fondano il Partito Socialista Riformista
(Psr). La Federazione laburista di Valdo Spini, invece, si fonde nel 1998 al Pds,
per dare vita ai Democratici di Sinistra (Spini, in questo modo, si garantisce
ripetutamente l´elezione a deputato, e entra poi al Governo come ministro
dell'Ambiente negli esecutivi guidati da Amato e Ciampi). L´ex segretario
nazionale della Uil Giorgio Benvenuto (attualmente senatore Ds) entra in
Alleanza democratica prima, e nell'Unione democratica poi. Tra il 1998 e il 1999
gli ex-Psi di Unione democratica si dividono tra coloro che entrano a far parte
dei Ds, i Riformatori per l'Europa, e coloro che decisero di aderire al progetto
de I Democratici. Altri socialisti guidati da Gianni De Michelis, in dichiarata
continuità con l'esperienza politica di Bettino Craxi, e nel contempo più vicini
all'area centrista, danno vita nel 1996 al Partito socialista (Ps), e nel 2001
si uniscono alla Lega socialista di Claudio Martelli e Bobo Craxi e ad altre
liste laico-socialiste, per formare il Nuovo Psi, che, abbandonata la storica
collocazione di sinistra, si alleò da subito con la Casa delle libertà. Nei
primi mesi del 2006 un gruppo di militanti e dirigenti del Nuovo Psi esce dal
partito per fondare I Socialisti di Bobo Craxi, che entrano nella coalizione di
centro-sinistra.
Lo Sdi di Enrico Boselli, invece, ha dato vita nel novembre 2005 alla Rosa nel
pugno, insieme ai Radicali italiani, all'Associazione Luca Coscioni, e alla
Federazione dei giovani socialisti. Tuttavia, la federazione esaurisce la sua
esperienza subito dopo le elezioni politiche.
Nati nel 1955 con la denominazione di Partito radicale dei liberali e
democratici italiani (Prldi), per effetto di una scissione delle correnti di
sinistra del Partito liberale italiano, i Radicali si presentano nel 1994 con la
Lista Pannella a sostegno al governo di centrodestra guidato da Silvio
Berlusconi ma, anche a seguito di dispute interne, si presenta al di fuori dei
poli alle elezioni regionali del 1995.
Anche tra i radicali, le scissioni cominciano negli anni ottanta, dapprima a
opera della corrente facente capo all'ex Segretario radicale Giuseppe Rippa (che
si costituì successivamente in Movimento federativo radicale) e successivamente
della componente verde (poi confluita nella Federazione dei verdi, a cui
Pannella accordò il diritto a utilizzare l'attuale simbolo del Sole che ride).
Nel 1996 viene promossa l'esperienza della Lista Pannella-Sgarbi, e nel 1999, a
seguito della considerevole visibilità acquisita da Emma Bonino come commissario
europeo ed alla candidatura della stessa a Presidente della Repubblica, nasce la
Lista Pannella-Bonino che raggiunge il suo massimo storico (8,5%) alle elezioni
europee e si presenta, al di fuori dei poli, alle elezioni politiche del 2001
senza tuttavia eleggere rappresentanze parlamentari.
Più facilmente individuabile l´azionariato della Casa delle libertà, fondata
alla fine del 2000 da Silvio Berlusconi. La coalizione viene costituita alla
vigilia delle elezioni politiche del 2001 sulla base dei precedenti accordi che
avevano riunito, nel 1994 e nel 1996, partiti moderati, conservatori, liberisti,
autonomisti e di destra sotto le insegne del Polo delle libertà e del Polo per
le libertà. La Casa delle libertà dà origine al governo più longevo della storia
della Repubblica (il Berlusconi II).
I soci fondatori della Casa delle libertà sono Forza Italia, Alleanza nazionale
(il vecchio Msi-Dn uscito dalla "svolta di Fiuggi" di Fini e Tatarella), Lega
nord, Udc (formato da Ccd e Cdu, oltre a Democrazia europea), Nuovo Psi, e
Partito repubblicano italiano.
La composizione della coalizione rimane invariata nel corso degli anni ma,
soprattutto alla fine del quinquennio di governo, quando la CdL si candida per
la seconda volta alla guida del Paese, acquisisce il sostegno di nuovi partiti e
movimenti ed è interessata da lievi modificazioni della sua geografia: nel
gennaio 2006, aderisce alla coalizione la Democrazia cristiana per le autonomie,
guidata da Gianfranco Rotondi (fuoriuscito dall´Udc e presentatosi con il Nuovo
Psi alla Camera), e nello stesso periodo, la CdL si accorda con forze
dell'estrema destra quali Alternativa sociale, guidata da Alessandra Mussolini
(uscita da An), e frutto dell´unione di Azione sociale della stessa Mussolini
(già Libertà di azione), Forza nuova (guidata da Roberto Fiore) e il Fronte
sociale nazionale (guidato da Adriano Tilgher), oltre alla Fiamma tricolore di
Luca Romagnoli (che aveva collaborato con As nelle regionali 2005, per poi
staccarsene).
La Fiamma Tricolore, nota anche come Movimento sociale fiamma tricolore, era
inizialmente guidata da Pino Rauti (ex segretario dell´Msi) dopo lo scioglimento
del Movimento sociale italiano nel 1995 in seguito alla "svolta di Fiuggi". A
seguito di una sentenza del Tribunale civile di Roma del 2003, però, lo stesso
Rauti è stato espulso dal partito, ed il simbolo del partito è rimasto nelle
mani del segretario nazionale della Fiamma tricolore Luca Romagnoli (eletto così
eurodeputato nel 2004 con 234.101 voti, equivalenti allo 0,7%, come Alessandra
Mussolini, entrata a Strasburgo con soli 396.504 voti, pari all'1,2%).
Sostengono la coalizione anche i Riformatori liberali dell´ex europarlamentare
radicale Benedetto Della Vedova, e il Movimento per l'autonomia di Raffaele
Lombardo (uscito dall´Udc).
Nel 2006 la CdL riceve anche l'appoggio del Partito liberale ltaliano, dei
Pensionati uniti, dei Verdi verdi, di No euro, di Sos Italia, di Italia di
nuovo, del Partito sardo d'azione e dei Riformatori sardi, del Patto per la
sicilia, Nuova sicilia e Patto cristiano esteso. Dal novembre 2006, rientra a
far parte della CdL il Partito pensionati di Carlo Fatuzzo che, alle elezioni
politiche, aveva appoggiato invece il centrosinistra, dando un apporto decisivo
alla vittoria. In occasione delle elezioni amministrative del 2007 aderisce alla
coalizione il Centro popolare europeo.
Al Partito democratico hanno aderito i Democratici di sinistra, La Margherita,
il Partito democratico meridionale (fondato dal governatore della Calabria,
Agazio Loiero, ex ministro Udeur), il Movimento repubblicani europei, il
movimento Progetto Sardegna (fondato dal presidente dell´isola Renato Soru), il
gruppo Alleanza dei riformisti (associazione socialdemocratica, scissasi dallo
Sdi, e guidata dall'ex socialista Ottaviano del Turco, presidente dell´Abruzzo)
e il movimento Italia di mezzo di Follini (ex Udc, proveniente dalla Dc). Tra le
altre forze dell'Unione, si è detta disposta ad entrare nel Pd, ma solo in un
secondo momento, l'Italia dei valori, che attualmente sta trattando con Udc e
Udeur l´ipotesi di una federazione di centro.
Ed ecco dei 45 componenti del comitato promotore del Pd: Giuliano Amato, Mario
Barbi, Antonio Bassolino, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Paola Caporossi,
Sergio Cofferati, Massimo D'Alema, Marcello De Cecco, Letizia De Torre,
Ottaviano Del Turco, Lamberto Dini, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Piero
Fassino, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Dario Franceschini,
Vittoria Franco, Paolo Gentiloni, Donata Gottardi, Rosa Iervolino Russo, Linda
Lanzillotta, Gad Lerner, Enrico Letta, Agazio Loiero, Marina Magistrelli, Lella
Massari, Wilma Mazzocco, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Arturo Parisi,
Carlo Petrini, Barbara Pollastrini, Romano Prodi, Angelo Rovati, Francesco
Rutelli, Luciana Sbarbati, Marina Sereni, Antonello Soro, Renato Soru, Patrizia
Toia, Walter Veltroni e Tullia Zevi.
Provate ad individuare, come sulla Settimana enigmistica, dove si nascondono gli
esponenti della cosiddetta "società civile".
Sigle, siglette, partiti, partitini, scatole cinesi, tutto questo è la politica
italiana. Perchè? Per garantirsi qualche candidatura al Parlamento, o un posto
al Governo, o per spartirsi la lucrosa torta del mai abolito finanziamento
pubblico ai partiti (nonostante il referendum del 1993 lo avesse abrogato) o del
finanziamento pubblico ai giornali di partito, o per lottizzare le nomine negli
enti pubblici. Benvenuti nel Partito democratico, ma attenti ai junk bond.
Marco Marsili
Articolo tratto da "www.voceditalia.it"
Nervi saldi - Il fantasma della crisi non è stato ancora
scongiurato
Quando i tempi diventano particolarmente difficili bisogna
sapere tenere i nervi saldi. Abbiamo visto nella sola giornata di giovedì la
folla di un Comune del napoletano dare la caccia al responsabile per i rifiuti
della Campania Bertolaso. A poche ore di distanza il ministro Bersani veniva
accolto dai fischi della Confartigianato. Non fosse sufficiente tutto questo, un
gruppo di deputati leghisti aveva la bella idea di occupare i banchi del governo
a Montecitorio.
Che il clima ribolla nel paese è dunque certo. Bisogna trovare un po' d'acqua
fredda.
Per questo il segretario del Pri Francesco Nucara, che ha incontrato il leader
dell'opposizione Silvio Berlusconi nella stessa giornata di tante escandescenze,
ha raccomandato calma e gesso. E se è vero che il Capo dello Stato riceve ed
ascolta volentieri, in particolare, i leader dei principali partiti politici,
non è il caso di chiedergli cose che non può fare, come sciogliere le Camere. Ci
ha fatto dunque piacere sapere che il presidente Berlusconi non voglia salire al
Colle per chiedere il voto anticipato, quanto per illustrare lo stato d'animo
che muove l'opposizione e la valutazione della situazione politica della stessa.
Cosa questa che riteniamo opportuna ed utile, nella nostra convinzione che il
capo dello Stato sappia cosa lo aspetti in caso di una crisi di governo. Perché
il fantasma della crisi di governo non è affatto scongiurato. Anzi, forse si è
rafforzato. Perché fino a ieri esso era agitato solamente dai dissidi fra i
cosiddetti riformisti ed i cosiddetti massimalisti. Ora c'è uno scandalo delle
intercettazioni ad aprire un nuovo fronte anche nel campo moderato, e tale da
porre un nuovo problema al governo.
I Ds sono usciti da questa esperienza molto più sensibili, e si sono ricordati
come il premier non abbia voluto dare loro retta nel momento in cui chiesero un
cambio di passo del governo: di converso ottennero il nulla. Non solo: Prodi per
loro la mette giù troppo pesante, visto che se non si fa come egli dice, è
pronto ad andarsene.
I Ds quindi non esprimono solo una divergenza rispetto alle posizioni della
sinistra radicale, come disse D'Alema all'indomani della visita di Bush a Roma:
"basta con il partito di lotta e quello di governo".
I Ds hanno anche avvisato il premier che con il "cesarismo" non si va avanti. O,
peggio, in tal mondo si accrescono i problemi e non si vede la ripartenza del
Paese. Ed anche la Margherita, con il suo quotidiano "Europa", è pronta a
riconoscere che il futuro partito democratico "non può essere la dependance di
un governo in difficoltà". Per cui l'ala riformista del centrosinistra è tornata
ad agitarsi e si agiterà ancor di più se non troverà un punto di convergenza
sulla leadership del futuro partito.
E chissà se, dopo le intercettazioni, questo punto di convergenza è ancora più
difficile da trovare rispetto a prima. Per questo una situazione così confusa,
delicata, capace di offrire colpi di scena imprevisti, pretende particolare
cautela, evitando strappi e fughe in avanti. Noi crediamo che questo governo
abbia dato una manifestazione di sé, tale da non consentire particolari prove
d'appello.
E' la prima volta che leggiamo il giudizio poco lusinghiero * per usare un
eufemismo - di Pippo Baudo nei confronti di un ministro della Repubblica: e
soltanto ciò è sufficiente per dare il senso della misura.
Ma i numeri del Parlamento restano quelli che sono e non saranno le piazzate a
modificarli. Serve invece una politica capace di sconfiggere una maggioranza in
agonia. Questa politica - ancora ci dispiace dirlo - non si vede.
E' vero invece che l'opposizione sta seduta sulla sponda del fiume aspettando il
cadavere. Ma non basta questo atteggiamento per essere certi che il cadavere del
proprio avversario passi davvero, piuttosto che l'opposizione cada - anch'essa -
nel fiume. Il centrodestra semmai proponga un programma alternativo al governo,
cominciando dal Dpef, ad esempio. Dia esso il senso all'Italia che si saprebbe
dove andare - e con successo - con un'altra guida politica rispetto all'attuale.
Si prepari alla battaglia parlamentare, potendo contare magari su qualche falla
dell'attuale coalizione. Rinunzi al sogno della spallata, tanto sono altri a
voler sognare. Ecco allora che davvero si aprirà la possibilità di operare un
cambiamento radicale dell'attuale governo a poco più di un anno dal suo
insediamento. E di questo si sente davvero bisogno..
Tratto da "www.pri.it"
- pagina successiva -
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