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La Terza via di coloro che non sono dipendenti dai vari slogan...
Da una parte c'è la Destra formata da: affaristi senza scrupoli, inquinatori impenitenti e sfruttatori della più bella specie; zerbinotti azzimati "figli di papa" con suv e palmare che non conoscono il lavoro ed il sacrificio; retrogradi paurosi del nuovo e del futuro, ricchi ed arricchiti sempre disposti a parlare dei doveri (degli altri); eredi di rendite parassitarie che corrono da un ufficio all'altro a caccia di un contributo; nostalgici che vivono con lo specchietto
retrovisore, che, "ai loro tempi..."; omertosi sempre disposti a farsi gli affari propri magari per un regalino; energumeni che risolvono tutto con la forza e la pena di morte; ignoranti che fanno dell'ignoranza una ragione di vita......e guai a chi li sveglia; quelli che votano Destra perché "i comunisti sono dei senza Dio"; le brave persone che "io non sono razzista, ma... non senti come puzzano?", ecc.
Dall'altra parte c'è la Sinistra formata da: il popolo dei "sacrosanti diritti dei lavoratori" sempre pronti a scendere in piazza (possibilmente spesati) ma non a fare un ora in più per l'azienda - magari in difficoltà; chi non conosce il significato di responsabilità; chi ritiene che "Patria" e "Bandiera" siano bestemmie; chi pretende sempre il rispetto delle regole ma non è disposto a rispettarle; chi vota da sempre a sinistra perché "è il partito dei poveretti"; chi è invidioso di chi riesce ma non è disposto al sacrificio ed all'impegno per riuscire; chi, dopo una vita comoda, agogna la pensione (possibilmente lauta) per svolgere un lavoro in nero (ma solo per arrotondare, neh?); chi non conosce la Storia ma è antioccidentale, antiamericano,
anti-Italiano, anti e basta; i buonisti che....bisogna aiutare tutti gli altri perché noi
siamo degli orchi; gli sbarbatelli inneggianti al Che, con la kefià in testa (e tre cellulari per gli sms) che bruciano le bandiere israeliane e americane ma non conoscono la Costituzione e "I Diritti dell'Uomo" perché " la scuola borghese è classista e non bisogna studiare in questa: "scuola"; gli autonominati intellettuali che, con la puzza sotto il naso, ritengono di essere gli unici depositari del vero; i furbi e furbastri che hanno capito che di politica si può vivere, e bene, l'importante è stare:con la maggioranza oligarchica che comanda non facendo necessariamente l'interesse della gente;
coloro che "qui non c'è niente che funziona, "qualcuno deve fare qualcosa", ma tocca sempre agli altri, etc.
In mezzo ci stiamo noi, che, inconsapevolmente, siamo la maggioranza. Noi che sappiamo di dover guadagnarci la vita giornalmente, senza aiuti; che vogliamo raggiungere gli obiettivi facendo il nostro e l'altrui interesse; che vogliamo migliorare -noi stessi, il territorio e là società dove viviamo; noi che viviamo senza sussidi, contributi, aiuti,
esenzioni, benefit, permessi, congedi, distacchi. .......; noi che non scendiamo in piazza perché non ne abbiamo il tempo, perché non siamo categorie protette dai sindacati o blandite" dai partiti; noi, scherniti dai dipendenti perché lavoriamo quando loro sono in ferie e osteggiati dalle Amministrazioni perché siamo "padroni"; noi schiacciati dalla burocrazia sorda e
occhiuta e mantenuta a nostre spese; noi contribuenti veri di uno Stato padrone arrogante e debole tiranno; noi che indichiamo ai nostri figli (più con l'esempio che con le parole - ne abbiamo poche) la via del lavoro, dell'onestà, dell'impegno, della dignità; noi che siamo abituati a ragionare e a guardare ai fatti più che alle promesse, ecc.
Ci hanno detto che l'Italia è "spaccata in due", è divisa. Noi non ci sentiamo ne divisi ne spaccati, forse lo saranno lóro: noi sappiamo che, come ieri e come domani, dovremo guadagnarci la vita, raggiungere gli obiettivi, allevare bene i figli, eccetera, eccetera...
Articolo tratto da "La Voce Repubblicana"
Anselmo Gusperti
Pri Cremona
A Via XX Settembre hanno quasi perso il lume della ragione
di Gianfranco Polillo
Ma quale Caporetto dei conti pubblici? Dov'è il disastro annunciato, per colpire il precedente Governo?
Governo degli evasori e dell'inconsistenza programmatica. I dati dimostrano esattamente il contrario. Sono ormai tre mesi che il deficit pubblico virtuale oscilla tra un massimo del 3,3 (maggio 2006) ed il 2,4 per cento dello scorso luglio. Che fine ha fatto, quindi, lo "spettro del 1992", evocato improvvidamente dal neo ministro dell'economia? Sì, improvvidamente: perché quelle dichiarazioni avventate avrebbero potuto determinare una reazione violenta dei mercati. Che, per fortuna, non c'è stata. Restano comunque le cattive previsioni del DPEF e le sue indicazioni catastrofiche. Con una certificazione del deficit al 4 per cento. Ottenuta sulla scorta delle indicazioni della Ragioneria generale dello Stato e della successiva due diligence, prodotta dal Prof. Faini.
Stiamo parlando di deficit virtuale. Di una grandezza, cioè, costruita sulla base dei dati che si sono resi, via via, disponibili. Non siamo, in altri termini, in grado di giurare che, a fine anno, sarà questo il valore effettivo.
Dipenderà sia dall'andamento delle future entrate fiscali sia dal rispetto dei paletti posti, nell'ultima finanziaria del Governo Berlusconi, per contenere gli andamenti della spesa. Quello che importa è che, se oggi fosse il 31 dicembre, questo sarebbe il risultato. Per calcolarlo non abbiamo fatto che aggiornare la tavola II.6 del DPEF. Vale a dire il "conto della P.A. a legislazione vigente". Abbiamo tuttavia sostituito alcune previsioni cervellotiche, almeno con il senno di poi, con i dati reali forniti dalla stesso Ministero dell'economia. Nessuna manipolazione, quindi, ma semplice aritmetica.
Questi aggiornamenti erano necessari per due motivi: l'andamento effettivo delle entrate, la maggior crescita del PIL. Le prime hanno influito sul numeratore. Il secondo sul denominatore. Secondo il DPEF le imposte dirette, nel 2006, dovevano crescere ad un ritmo del 6,5 per cento; quelle indirette del 5,3. Finora per il domani si vedrà sono invece cresciute rispettivamente del 16,3 e dell'8,3 per cento. Stesso discorso per il PIL. Doveva crescere, in termini nominali, del 3,5. Finora è invece aumentato del 3,7 per cento.
Inserendo questi dati in un personal computer e facendoli girare si giunge ai risultati che abbiamo indicato in precedenza. L'andamento declinante della previsione e la sua relativa stabilità nel tempo rappresentano un indizio consistente del possibile andamento. Che, a sua volta, è coerente con il dato del fabbisogno. Previsto pari al 4,4 per cento. A luglio è risultato invece dell'1,9, per poi risalire, il mese successivo, al 2,5 per cento.
Perché questi dati discordanti? I tecnici del Ministero dell'economia sono stati intempestivi. Hanno presentato il DPEF, in Parlamento, 3 giorni prima di conoscere l'andamento del gettito. E quindi errato per difetto. Semplice inconveniente? Mica tanto. A monte della svista è stata la scarsa attenzione riposta sui reali andamenti dell'economia. Ne hanno sottovalutato la ripresa, che pure si era manifestata. E, quindi, hanno assunto un atteggiamento conservativo, che non li ha ripagati. Anche perché, se si fossero comportati diversamente, avrebbero dovuto riconoscere che l'eredità del precedente Governo non era quel disastro annunciato e più volte denunciato. Inconvenienti della politica e dello scontro barbarico in atto tra schieramenti contrapposti in cui si è quasi perso il lume della ragione.
La realtà è sempre più forte di qualsiasi ideologia. Ed i dati che abbiamo fornito lo comprovano. Il miglioramento in atto si deve soprattutto a due circostanze. La migliore congiuntura ed alcune misure fiscali, contenute nella finanziaria per il 2006, che hanno dato i loro frutti. A luglio i maggiori incassi tributari sono stati pari a circa 20 miliardi di euro. Di questi, più di 3,5, derivano dalla maggior tassazione sulle aziende specialmente le grandi e le assicurazioni. Altro che lassismo fiscale. Questi sono i fatti. Il tentativo di attribuire questi indubbi successi al nuovo responsabile del Ministero delle finanze c'entra poco o nulla. Non basta una rondine a far primavera. Specie se quella stessa rondine, nella passata legislatura, aveva certificato un deficit dell'0,8 per cento. Trasformatosi, quasi per incanto, in un "buco", del 3,1 per cento: come lo stesso Padoa - Schioppa è oggi costretto a ricordare. Seppure in appendice al DPEF.
Roma, 21 settembre 2006
Articoli tratti da "www.pri.it"
Nemmeno in Svezia la socialdemocrazia sa dare più risposte.
L'onorevole Fassino, che nell'ultimo congresso del suo partito vantava il modello svedese come esemplare per la sinistra italiana al momento del governo del paese, farebbe bene a dare un'occhiata alle elezioni che si sono svolte proprio in quel
paese. Dopo 12 anni i principali fautori del modello ammirato da Fassino hanno perso le elezioni.
Per un pugno di voti, ma sufficienti ad un amaro bilancio che la società svedese ha espresso per un tipo di sistema di cui non si disconoscono i risultati economici, quanto l'esigenza di interpretare nuovi bisogni. Non si può nemmeno dire che la
destra vinca in Svezia, ma solo che la sinistra perda, proprio per una sua insufficienza a dare soluzioni alle esigenze della popolazione svedese, placando l'irrequietezza e lo scontento che l'hanno pervasa. Avevamo fatto osservare a suo tempo all'onorevole Fassino che ci sembrava un'idea bizzarra prospettare per l'Italia un sistema che godeva di una grande omogeneità sociale e si estendeva su una ridotta dimensione geografica, considerando le caratteristiche ben diverse del nostro paese. E aggiungevamo che quel modello, da tempo, anche dove veniva applicato, non era più in grado di dare le eccezionali performance degli anni '50.
Ne abbiamo avuto, con il voto in Svezia, la controprova. Si badi bene che qui non stiamo tenendo una lezione accademica,
perché il problema del progetto politico e di come realizzarlo è oggi di particolare concretezza ed attualità. Lo scriviamo
pensando alla vicenda Telecom, o all'unione Banca Intesa - San Paolo. Il protagonismo del premier ha dato fastidio, e non poco, ai suoi alleati, che appaiono di volta in volta presi alla sprovvista. Ma se i suoi alleati non hanno progetti, o ne
vantano di già superati, non deve stupire che almeno il presidente del Consiglio ne accarezzi di suoi. Quello che stupisce
è semmai che egli non ne riveli l'entità alla sua maggioranza e non la convinca della bontà di quello che si persegue. E se non lo fa, evidentemente ciò è dovuto al fatto che tali progetti non sono condivisi dalla sua
maggioranza. Da qui la situazione di oggi: un governo che non è in grado, non solo di offrire un progetto plausibile e
appetibile per la nostra società, ma nemmeno di elaborarlo e condividerlo all'interno della sua alleanza politica. In questa
maniera il paese lo si conduce allo sbando.
Articolo tratto da "La Voce Repubblicana"
Quel conflitto d'interessi che esiste solo per gli avversari.
Alla fine di un breve giallo, durato una mezza giornata, sulle dimissioni o meno di Guido Rossi dalla presidenza della Figc, finalmente abbiamo appreso che Guido Rossi ha lasciato la guida della Figc.
Ci dispiace per il ministro per le Attività Giovanili e le Politiche Sportive, Giovanna Melandri, convinta che vi sarebbe stata, invece, "ancora la possibilità di trovare una soluzione che permetta a Guido Rossi", nonostante la sopraggiunta presidenza di Telecom, di "rimanere comunque ispiratore e garante delle riforme in atto" nel mondo del calcio. Secondo il
ministro Melandri, infatti, il processo di riforme nel calcio, avviato a maggio con il commissariamento della Figc, non può essere interrotto proprio adesso. L'affanno del governo per mantenere Guido Rossi alla presidenza della Figc, oltre che oramai anacronistico è davvero singolare. Non dubitiamo affatto delle eccezionali capacità della persona, anche conoscendo il curriculum professionale di prim'ordine che, lo accompagna, e riteniamo che formalmente non vi fosse incompatibilità fra le due cariche, il problema semmai era dato dal fatto che Telecom e Tim sono inserzionisti rilevanti del campionato. Considerando che Rossi ha passato una vita a combattere il conflitto di interessi nel capitalismo italiano, anche quando solo
adombrato, deve essersi convinto che in queste condizioni di doppio incarico avrebbe potuto essere lui oggetto di un simile sospetto. Quello che è certo è che, se stiamo alle parole del ministro Melandri, imbarazzo non ne provava il governo che,
nonostante abbia aperto una campagna contro il conflitto di interessi, al contempo difendeva la presidenza Rossi alla Figc.
Quasi a dimostrare, mai ce ne fosse bisogno, che il conflitto di interessi vige solo per gli avversari politici; gli amici possono fare, come spiega la Melandri, "le riforme".
Articolo tratto da "La Voce Repubblicana"
I CENTOUNO HANNO CELEBRATO L’ATTUALITA’ DEL XX SETTEMBRE
E’ singolare ma assolutamente coerente: nel ricordare con semplicità l’anniversario della breccia di Porta Pia (un mazzo di fiori deposto alla stele ai caduti,in piazza dell’Unità, a Firenze) abbiamo pensato al Papa, Benedetto
XVI. Con sentimenti sinceri di solidarietà.
Da laici ci siamo sentiti di difendere il suo diritto a manifestare il proprio pensiero dopo le critiche fondamentaliste a lui rivolte per la lezione di Ratisbona La storia ci ha insegnato che la pace e la democrazia non si difendono compiacendo chi le attacca ogni giorno.
Del resto, cosa fecero i Padri del Risorgimento, appena qualche mese dopo la presa di Roma, se non approvare (15 maggio 1871) la legge sulle Guarentigie, a garanzia del clero e dei fedeli?
Ecco perché la semplice cerimonia promossa dal Gruppo dei Centouno, con la significativa adesione di esponenti di partiti e circoli laici, liberali e socialisti di entrambi gli schieramenti (SDI, Radicali, PRI, PLI, PSDI, Nuovo
Psi, Associazione Mazziniana, Circolo Gobetti, Circolo Giuseppe Saragat) non è stata anacronistica. Non abbiamo riproposto steccati tra laici e cattolici.
Piuttosto abbiamo voluto dire che oggi è necessario un forte rilancio dei valori della laicità. Uno stimolo, dunque, ad un maggiore impegno dei liberalsocialisti ai quali spetta il dovere di rompere il conformismo prevalente, ponendosi in rapporto dialettico con la cultura cattolica e quella di matrice marxista, per dare sostanza al confronto delle idee che deve caratterizzare ogni democrazia.
Oggi più che mai- insomma- la ricorrenza risorgimentale del XX Settembre, nel ricordo dell’unità nazionale e della fine del potere temporale,è stata l’occasione per parlare ai cittadini.
Per fare prevalere gli ideali di libertà e indipendenza delle patrie sugli attacchi terroristici alle democrazie; il metodo della libertà di pensiero e di parola sui mostri dell’integralismo; il principio della separazione – e del reciproco rispetto – tra stato e chiesa, sulle religioni di stato e le dittature teocratiche.
Dunque è all’oggi che guardiamo. Perché separare rigorosamente fedi religiose e governi degli stati, dà maggiore forza alle democrazie nella guerra scatenata dal fanatismo e dal terrorismo.
E ci fa essere dalla parte dei diritti civili, della parità fra donne e uomini, delle garanzie di libertà nel rispetto delle leggi e della sicurezza dello stato.
Pronti a difenderne l’autonomia da qualsiasi ingerenza confessionale e altrettanto pronti a difendere il diritto di tutti a professare una religione, quale essa sia.
Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"
Il XX Settembre? Ha vinto il Papa.
di Mario Margiocco
II 20 settembre di ogni anno i radicali depongono una corona d'alloro a Porta Pia. Celebrano anche i liberi
muratori del Grande Oriente d'Italia di palazzo Giustiniani, ed altre affiliazioni. Qualche bersagliere con cappello piumato ricorda i 49 caduti del neonato esercito italiano, che il giorno 20 si era arrischiato a prendere a cannonate le mura del Papa. Dopo che il 2 settembre Napoleone III, improbabile ma efficace defensor fidei, era stato
sconfitto e fatto prigioniero dai prussiani a Sedan. E da vari anni, lo stesso 20 settembre, nella basilica paleocristiana di San Lorenzo in Lucina, esponenti della nobiltà "nera" romana e un nerbo di papalini irriducibili commemorano il sacrificio di 19 gendarmi pontifìci. Tanti caddero in difesa del potere temporale su un totale allora di quasi 14mila soldati del papa, per oltre un terzo stranieri, cioè anche italiani. Si opposero — non troppo aveva detto Pio IX — ai 65mila fucili e ai 100 cannoni ad avancarica del generale Raffaele Cadorna. Finivano cosi, a Porta Pia, con un numero di caduti doloroso ma più da scontro coloniale che da battaglia europea, gli oltre mille anni di potere temporale dei papi. Roma poteva diventare capitale d'Italia.
Da tempo nessuno o quasi di Porta Pia e del 20 settembre si ricorda più. Al punto che l'anno scorso, l'ultimo del suo settennato, Carlo Azeglio Ciampi sentì il bisogno di commemorare chiaramente una delle date cruciali della nascita dello Stato italiano ricordando che «il 20 settembre si compie il sogno risorgimentale».
«Oggi deploriamo tutti il legame troppo stretto che esiste nel mondo islamico fra religione e Stato, che molti islamici vedono come un'unica entità dominata dalla legge islamica. Qualcosa di analogo, tutto sommato, è avvenuto a lungo anche per la Chiesa, sia pure portatrice di un credo religioso diverso ed espressione di una cultura diversa.
Io sono quindi alla fine d'accordo con quanto proponeva paradossalmente mezzo secolo fa Giovanni Spadolini, che suggeriva anche ai cattolici di celebrare il 20 settembre perché da quel momento, nonostante le difficoltà, la Chiesa fu più libera di seguire la sua missione spirituale». Lo sostiene Pierre Milza, italianista francese, autore un anno fa presso Fayard di una corposa Histoire de l'Italie e il cui libro più noto fra quelli tradotti in Italia è il Mussolini uscito da Carrocci nel 2000.
La provocazione del laico Spadolini,lanciata per la prima volta nel 1957 quando dirigeva «II Resto del Carlino» e ripresa nel 1970 nel suo II Tevere più largo. Da Porta Pia a oggi, può essere valutata positivamente solo con il senno di poi, sostiene Roland Sarti, uno dei più noti italianisti americani, autore tra l'altro di un'importante biografia di Mazzini (traduzione italiana, Giuseppe Mozzini. -La politica come religione civile,2000). «Al momento la Chiesa ebbe molti problemi, e solo col tempo vennero risolti. Ma comunque, sì, alla fine si può dire che quelle cannonate, a parte i poveretti che morirono, non furono le peggiori della Storia». Sarti non vede un nesso chiaro, come invece vedeva il gesuita americano John Courtney Murray (1904-1967) che dedicò pagine importanti all'incontro fra la Chiesa e il mondo moderno, tra la fine del potere
temporale e l'inizio della moderna dottrina sociale della chiesa avviato da papa Leone XIII eletto nel 1878. «Leone XIII rispondeva alla necessità di avvicinare la Chiesa alle nuove masse urbane, ed espresse in teoria nelle encicliche quello che ad esempio Don Bosco con i suoi oratori faceva in pratica. Certamente non avere più uno Stato da governare, con tutti i problemi e i condizionamenti, semplificò», conclude Sarti. «Su quanto detto da Spadolini sono assolutamente d'accordo», afferma Piero Melograni, uno dei maggiori storici italiani; con il suo La modernità e i suoi nemici ha analizzato le caratteristiche fondamentali dell'era moderna, che presuppone tra l'altro la giusta collocazione e i giusti rapporti tra sfera civile e sfera religiosa. «Nell'estate del 1858, a Plombières, Cavour e Napoleone III tracciarono le linee di un'Italia
federale dove al papa sarebbe rimasto il governo della parte centrale della Penisola, con Marche e Romagna oltre al Lazio. Ce lo immaginiamo un papato costretto a occuparsi ogni giorno di sindacati, di immigrati, di giustizia penale o di televisioni? Meglio delegare ad altri il potere temporale, e dedicarsi allo spirituale».
Cosa che non è ancora avvenuta nel mondo islamico, dove l'aspirazione del potere religioso ad essere anche potere politico o superiore al potere politico è evidente, creando confusione di ruoli, esasperazioni inutili, e restando espressione di una fase di sviluppo più indietro nel tempo rispetto a quella vissuta dalle società europee. «Ed è anche per questa sfasatura temporale che il dialogo è diffìcile», osserva Melograni. Sanati con il Concordato del '29 molti problemi pratici, stabilito sia pure gradatamente un rapporto proficuo con l'Italia repubblicana, aiutata dalla forte presenza dei cattolici nella politica italiana, la Chiesa potrebbe non aver avuto molto a dolersi, «col senno di poi», dei fatti di 136 anni fa. Murray, il cui tema di fondo fu la
compatibilità fra costituzionalismo americano e cattolicesimo, faceva negli anni 50 una sua lettura della constitutio civitatum tratteggiata da Leone XIII nella sua enciclica Immortale Dei, sull'ordinamento cristiano della società, e su come questa fosse una risposta ai tentativi pre-totalitari del Kulturkampf bismarckiano e della religione di Stato esasperatamente laica della Francia di Jules Ferry. La Chiesa poteva meglio opporsi allo Stato eccessivo e rivendicare le proprie libertà perché non aveva più uno Stato proprio da governare.
Che da quel momento in poi tutto sia stato più semplice sarebbe una semplifìcazione eccessiva. «Non credo che Leone XIII capisse il mondo moderno — sostiene Melograni — Nel 1888 accusò i liberali di essere gli emuli di Lucifero, perché in nome della libertà praticavano un'assurda licenza». E nemmeno con i cattolici più affidabili, una volta in politica e rappresentanti dello Stato, il rapporto fu sempre facile. Resta da manuale, in tutti i sensi, il dissidio fra Pio XII e Aloide De Gasperi che non voleva nel '52 l'utilizzo caldeggiato dal Papa anche dei voti missini per bloccare la strada dei socialcomunisti al Campidoglio. Mesi dopo De Gasperi chiese un'udienza con la famiglia per ricorrenze familiari, e gli fu rifiutata. Come cattolico accetto, rispose, come presidente del Consiglio italiano chiedo spiegazioni. E fu il più cattolico, sicuramente, di tutti i capi di Governo italiani.
Articolo tratto da "Il Sole 24ore"
Le tenniste azzurre sul tetto del mondo.
Ragazze irresistibili...

di Giulia Zonca
RESISTERE a un pooroopopópo cantato contro. Questo hanno fatto le ragazze del tennis vincendo la prima Fed Cup.nella storia dell'Italia. Sarebbe la Coppa Davis al femminile, però senza la diretta e il commento tv, senza le fanfare/i superlativi, le attese e le vigilie. Senza tifo, perché Francesca Schiavone, Roberta Vinci, Flavia Pennetta e Mara Santangelo hanno battuto il Belgio, fuori casa, a Charleroi dove il coro dei white Stripes, il pporoopopopo, inno degli azzurri ai Mondiali, ha un altro significato. Un'altra direzione, ti tifa contro e fa pure male.
Sono stati i belgi i primi a rubarlo al rock e importarlo negli stàdi. A noi è arrivato dopo una trasferta Uefa della Roma a Bruges e si" è trasformato in altro, in forza pura. È diventato Italia, il modo per spingere una squadra a dare più di quanto ha, il sistema con cui il pubblico alza volume e sostegno e dopo quest'estate, sentirselo gridare contro è come sentirsi soli. Le ragazze erano proprio così, sole: un vuoto desolante di attenzione e interesse reso ancora più sproporzionato dallo sciopero audio che ha lasciate anche in silenzio. Andavano in onda solo sul satellite, seminascoste nella programmazione di RaiSportSat e i canali nazionali non hanno nemmeno strappato due minuti al palinsesto per riprenderle in tripudio, mentre alzavano le coppe e saltellavano avvolte nelle bandiere. Oscurate, ma epiche lo stesso perché sono arrivate al trionfo resistendo. È una vita che lo fanno, ignorate dagli ascolti che hanno perso di vista il tennis da quando gli uomini si sono messi a perdere. Francesca Schiavone l'ha sempre saputo e ha mancato una finale dopo l'altra senza che nessuno si accorgesse della sua presenza. La chiamano la leonessa, una che combatte e lo fa sulle lunghe distanze, una donna che sa mostrare il
sedere non per fare carriera, ma per prendersi in giro e riesce a scherzare sulla fissa nazionale, il sesso. Lei è quella che ha ringraziato l'allenatore, che la incitava in prima fila, con un ironico «dopo trombiamo». È stata l'unica volta in cui ha sentito il suo nome nei titoli di un tg. Tutte le altre imprese, le ore a correre, le occasioni sfumate per un pugno di punti, i sorpassi nella classifica delle migliori, non le sono valsi neanche un primo piano. Ieri la leonessa ha giocato due partite in un giorno per sostituire l'amica Pennetta. Ha perso il singolo, ma ha stretto i denti come al solito.
Queste ragazze sono dignitose, non si lamentano, neanche per l'abbandono mediatico e non stanno a chiedersi cosa è andato storto. Ripartono. A Charleroi si sono presentate al doppio in parità, 2-2: decideva quello scontro a quattro che è diventato subito bolgia. Alle belghe mancava Kim Clijsters, quarta nel ranking mondiale, alle italiane Flavia Pennetta, numero 19 nelle classifiche generali. Dagli spalti battimani, tric e trac, rumore poco adatto ai gesti bianchi del tennis. E il pooroopopopo diabolico, diventato improvvisamente nemico. Le ragazze hanno perso il primo set, vinto il secondo e quando stavano lì in bilico, con il servizio in mano e la convinzione di potercela fare in testa, Justine Henin, la più forte delle atlete in finale, si è rotta. Si è seduta, ha piegato e allungato il ginocchio tra le smorfie e ha scosso la testa: basta.
L'Italia ha vinto per abbandono, perché come al solito ha resistito di più.
Articolo tratto da "La Stampa"
La conferenza stampa del Pri a Montecitorio.
Istituzione presso il Ministero dell'Interno di un Consiglio delle associazioni islamiche italiane, con funzioni consultive. Lo prevede la proposta di legge dei parlamentari del partito repubblicano (Nucara, La Malfa, Del Pennino), volta a regolamentare il ruolo e la partecipazione alla vita democratica del Paese delle associazioni musulmane. La necessità di intervenire con una legge, ha spiegato il segretario del Pri, Francesco Nucara, è emersa dopo le polemiche a seguito dell'inserzione pubblicitaria dell'Ucoii, che paragonava le stragi naziste agli attacchi israeliani nel Libano. Fanno parte della consulta, si legge nell pdl, le associazioni più rappresentative del territorio italiano individuate, ogni due anni, con decisione del Ministero dell'interno tenendo conto di precisi criteri. Si tratta di associazioni che nel loro regolamento si impegnino a far rispettare ai propri aderenti gli atti internazionali come la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e altri trattati cui l'Italia ha aderito nell'ambito delle Nazioni Unite, dell'Unione europea, dell'Ocse. L'articolato del testo è pubblicato di seguito.
La conferenza stampa tenuta a Montecitorio dai repubblicani è diventata anche un'occasione di un giro d'opinione a tutto campo degli esponenti del Pri sulle principali questioni politiche. Il segretario del Partito, Francesco Nucara, intrattenendosi con i giornalisti a margine della conferenza, ha detto a proposito del conflitto di interessi: "Non so se ha più un problema di conflitto di interessi Berlusconi con le sue aziende o Rutelli con sua moglie" A Nucara, infatti, "viene da pensare che il problema vero è quello di Rutelli. Buon senso consiglierebbe di non mandare la propria moglie a una della trasmissioni più ascoltate d'Italia". Il segretario del partito ha anche annunciato nuovi scenari possibili: "Perché Capezzone sta con il centrosinistra e noi con il centrodestra? La pensiamo allo stesso modo sulle liberalizzazioni, sulla politica estera, sull'assistenzialismo o, meglio, sul non assistenzialismo. La situazione deve cambiare, forse già a partire dalle prossime elezioni, che saranno le Europee". E ha riferito che "ci sono già stati contatti con i Radicali su questa opportunità". Nucara ha incontrato anche il leader dell'Udeur Mastella. Giorgio La Malfa, che sarà presente alla riunione della Commissione Difesa di mercoledì sulla missione in Libano, ha detto invece: "Questo governo ha dimostrato con la missione una dose insopportabile di vanagloria, che lo ha portato a mandare in Libano i nostri soldati senza avere una idea chiara e comune di cosa andranno a fare". Il Pri, comunque, esprimerà un voto positivo sulla missione "perché noi siamo le forze responsabili del Paese e non faremo mancare il nostro sostegno ai nostri uomini".
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Riproduciamo il testo della proposta di legge di iniziativa dei parlamentari del Pri relativa alla istituzione del Consiglio delle associazioni islamiche italiane.
Art. 1.
(Consiglio delle associazioni islamiche italiane)
1. È istituito, presso il Ministero dell'interno, il Consiglio delle associazioni islamiche italiane, di seguito denominato: "Consiglio", organismo collegiale con funzioni consultive del Governo e della Pubblica amministrazione, al fine di stabilire un forum permanente di coordinamento tra la Repubblica italiana e gli organismi maggiormente rappresentativi del mondo islamico italiano.
Art. 2.
(Composizione)
1. Il Consiglio si compone degli esponenti nominati dalle associazioni islamiche maggiormente rappresentative nel territorio italiano.
2. Le associazioni di cui al comma 1 sono individuate, ogni due anni, con apposito decreto del Ministro dell'interno sulla base dei criteri di cui all'articolo 4.
3. Il Ministro dell'interno, al fine di procedere all'individuazione delle associazioni componenti il Consiglio, può sottoporre al parere del Consiglio di Stato i relativi statuti.
4. Sono membri di diritto del Consiglio, oltre al Ministro dell'interno, i Ministri dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per i beni e le attività culturali, del lavoro e delle politiche sociali, della salute, o loro rappresentanti.
5. Il Consiglio è presieduto dal Ministro dell'interno ed elegge come vicepresidente un esponente delle associazioni componenti.
Art. 3.
(Associazioni islamiche)
1. Le associazioni islamiche rappresentate nel Consiglio sono formazioni sociali costituite nel pieno rispetto delle leggi italiane e degli atti internazionali di cui all'articolo 4.
2. Gli appartenenti alle associazioni di cui al comma 1 possono essere cittadini italiani o stranieri regolarmente residenti in Italia.
Art. 4.
(Criteri di adeguamento)
1. Le associazioni islamiche partecipanti al Consiglio si impegnano solennemente, fin dal loro atto costitutivo, nonché nel proprio Statuto, a rispettare, e a far rispettare ai propri aderenti, le seguenti disposizioni:
a) la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948 nonché il patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, nonché del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, con protocollo facoltativo, adottati a New York il 16 e 19 dicembre 1966 ratificati ai sensi della legge 25 ottobre 1977, n. 881;
b) la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e successivi Protocolli, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848;
c) la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979, ratificata ai sensi della legge 14 marzo 1985, n. 132;
d) la Carta di Parigi per una nuova Europa, relativamente alla sezione "dimensione umana", firmata, il 19 novembre 1990, nell'ambito dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE);
e) la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, firmata il 7 dicembre 2000;
f) le Dichiarazioni finali di Vienna, Berlino e Cordova sull'antisemitismo, adottate, rispettivamente, il 20 giugno 2003, il 29 aprile 2004, il 9 giugno 2005, nell'ambito dell'OSCE.
2. Al fine di cui al comma 1, è fatto obbligo alle associazioni di cui all'articolo 3 di dotarsi di uno Statuto, approvato dal rispettivo congresso o assemblea costituente, conforme ai princìpi fondamentali di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, in particolare delle norme di cui al comma 1 indicando in particolare:
a) gli obiettivi dell'associazione, il numero, la composizione e le attribuzioni degli organi deliberativi, esecutivi e di controllo;
b) gli organi competenti a decidere sull'ammissione e sull'esclusione dei singoli membri;
c) le idonee forme di garanzia per la convocazione, il funzionamento e la verbalizzazione delle riunioni degli organi statutari.
Art. 5.
(Compiti)
1. Il Consiglio si riunisce almeno quattro volte l'anno ed è convocato, su iniziativa del presidente o di almeno un terzo dei rappresentanti delle associazioni accreditate, per la trattazione delle seguenti questioni:
a) scambio reciproco di informazioni e documentazione inerenti, in generale, ogni tipo di programmi, progetti e attività autonomamente svolti dalle associazioni o predisposte dalle autorità italiane, miranti all'integrazione, alla migliore comprensione e al dialogo interreligioso e interculturale;
b) formulazione, previa richiesta del Ministro dell'interno, di pareri sulle proposte, di natura legislativa e amministrativa, concernenti lo "status" e la condizione dei musulmani in Italia, ivi compresi il loro inserimento sociale a tutti i livelli e l'applicazione, nei loro confronti, del principio di non discriminazione;
c) indicazione e programmazione di eventi e manifestazioni miranti al superamento dei pregiudizi riguardanti la cultura e la religione islamiche;
d) elaborazione di studi comparati sull'integrazione del mondo musulmano nelle società occidentali.
Art. 6.
(Segreteria del Consiglio)
1. Il Ministro dell'interno, con proprio decreto da emanare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, costituisce una segreteria operativa incaricata di curare il funzionamento del Consiglio.
2. Il Ministro dell'interno può istituire, con apposito provvedimento, nei capoluoghi di provincia, le sezioni territoriali del Consiglio che si riuniscono su iniziativa del prefetto, seguendo la composizione e l'esercizio dei compiti delineati, a livello nazionale, dalla presente legge.
Articolo tratto da www.pri.it
Una diciottenne ad Ankara è stata violentata dal cognato, ripudiata dal marito, uccisa dal
fratello.
Articolo tratto da "Iucifero" - "www.pri.it"
Un Continente debole - La strada non può essere quella di tenersi buoni gli estremisti islamici
di Gianni Ravaglia
In una recente intervista ad Al Jazeera, Gheddafi ha constatato: "Abbiamo in Europa cinquanta milioni di musulmani e la trasformeremo in un continente islamico fra pochi decenni, senza spade o fucili". A Stoccolma, i giovani musulmani, portano magliette con la scritta "2030 - poi prendiamo il controllo", fatte stampare dalle potenti organizzazioni islamiche che, tra l'altro, hanno chiesto leggi separate per i musulmani, moschee in tutti i sobborghi e la presenza degli imam nelle scuole pubbliche. In Svezia siamo arrivati al punto che giovani che portavano zaini con la bandiera svedese sono stati espulsi da scuola in quanto, ha sentenziato il preside, "quel gesto offende i non svedesi". Secondo un sondaggio del "Daily Telegraph", il quaranta per cento dei musulmani inglesi vuole la sharia in Inghilterra. Nel maggio scorso l'Unione Europea ha sponsorizzato una conferenza sull'islamofobia a Vienna, ove, su pressione del mondo islamico, è stata tolto dalla discussione il tema dell'antisemitismo. In Francia ci sono più praticanti musulmani che battezzati cattolici. In Olanda nei giovani sotto i quattordici anni, i musulmani sono già in maggioranza. In Norvegia il mullah Krekar, fondatore di un gruppo terroristico, invece di essere espulso o imprigionato, se ne va liberamente in televisione a denunciare i mali della democrazia e dei diritti delle donne. In Inghilterra la più grande associazione di insegnanti, con oltre 67 mila aderenti, ha chiesto di boicottare Israele. Ci si rende conto di ciò che sta avvenendo nella nostra Europa? Bruce Bawer, scrittore libertario e omosessuale, intervistato da "Il Foglio", ha detto che, emigrato dagli Usa per vivere nella "libera" Olanda, si è reso conto che gli americani volevano negargli il matrimonio ma gli imam vogliono lapidarlo. Ed ha aggiunto: "La maggior parte degli europei vede chiaramente il pericolo islamista, ma non ne parla, altri pensano di poterlo pacificare con il compromesso e le concessioni. Infine c'è chi non vuol vedere, perché ostile all'America e al capitalismo". In effetti risulta che, alla Fiera del libro di Francoforte, a fronte dei molti libri sulla distruzione di Israele, erano assenti quelli sul pericolo islamico.
Peraltro, basta entrare nelle nostre librerie per vedere in bella mostra, magari scontati, i libri sul presunto pericolo americano, mentre quelli che aiutano a capire il fenomeno islamista e le sue possibili conseguenze sono nascosti, e a prezzo intero. Scarse, poi, sono anche le traduzioni. Claire Berlinscki, giornalista che vive a Istanbul, ha appena pubblicato "Menace in Europe", non tradotto in italiano, ove si legge: "Gli europei sono allarmati dall'imperialismo americano e non da quello islamista. Affascinati dalla decadenza, amano la burocrazia, le corporazioni, ma l'Europa si avvia ad essere la terra dei morti viventi".
Mi chiedo se è questa l'Europa che vogliamo. Quando i Prodi e i D'Alema ci dicono che ci hanno "riportato" in Europa, a quale Europa si riferiscono? Ad una Europa senza identità e senza politica che non sembra credere più in se stessa, nei suoi valori, nella sua storia, pure tragica, a volte, di conquista della libertà; ad un'Europa che sembra voler rispondere alla sfida islamica con il solo compromesso, magari pagando con il danaro e la sottomissione il diritto dei propri figli a vivere un futuro di stabilità ma non di libertà. Oppure pensano ad un'Europa la cui democrazia non sia più erosa dal suo interno, ad un'Europa che, come ha scritto Christian Rocca nel suo "Cambiare regime", inizi a lottare contro il proprio declino politico, demografico, sociale e di diritti, e che si allei con le altre democrazie impegnate a vincere la sfida contro il nuovo totalitarismo islamista e a battersi per liberare i popoli oppressi. La nostra fuga dall'Iraq, la volontà di allargare le maglie da cui può passare l'immigrazione clandestina, l'enfasi che viene data a nuovi rapporti con le associazioni islamiche in Italia, l'allentamento dei rapporti con Blair e con gli Usa, la richiesta - avanzata dal ministro degli Esteri D'Alema - di ridurre la potenza nucleare occidentale, pure a fronte della minaccia iraniana di costruirsi l'atomica per colpire Israele e i suoi alleati, rappresentano chiari sintomi di dove il governo di questa sinistra vuole portare l'Italia. Sotto il manto del dialogo, il governo si accinge a pagare prezzi enormi, sperando di garantirsi una tranquillità che, comunque, sarà effimera. Con la conseguenza di portarci a forme di sempre più spinto vassallaggio verso la sharia. Decisivo, per le stesse prospettive democratiche della nazione che, con la denuncia degli errori di queste classi dirigenti, si rafforzino i presidi che possano rendere possibile la prospettiva di un'altra Italia, di un'altra Europa.
Roma, 21 giugno 2006
Articoli tratti da "www.pri.it"
Non c'è un panorama univoco a proposito della scelta istituzionale
di Francesco Nucara
Torna d'attualità, alle soglie del voto referendario, la rinnovata variegatezza delle posizioni esplicitate nel corso del passato dibattito sulla riforma costituzionale. La discussione relativa alle riforme federali dello Stato (ed alla loro approvazione) è divenuta oggi - capovolti gli equilibri politici - l'inquietante quesito circa l'avallo di una "Repubblica federale italiana" o il suo rifiuto esplicito, con il ritorno alla pessima riforma approvata, nel 2001, dalla sinistra.
La libertà di pensiero e di espressione che sottende la chiamata di tutti al voto del 25 giugno, è l'unica, quasi banale, garanzia di scelta di quella che è "la forma dello Stato". Perché, si badi bene, senza nulla togliere alla sacralità della dialettica tra le parti, senza che mai debba venire meno il confronto incessante delle opinioni, strada obbligata alla conoscenza, è difficile fare passare, attraverso la cruna dei partiti della sola maggioranza, il cammello del sentire politico più profondo.
Scegliere l'assetto della nostra Repubblica - che è il nostro futuro più prossimo - esige la necessità di una riflessione più silenziosa e discreta che non le dichiarazioni urlate o le imposizioni di giudizio.
E' antica tradizione del Partito repubblicano la capacità di autolimitare l'invadenza del meccanismi di consenso, nonché dell'influenza, da parte delle strutture di vertice, rispetto all'autonomia decisionale dei singoli militanti. E' acquisita componente del genoma di un laico il rispetto dell'altrui pensiero nei momenti in cui occorre conciliare passione d'intenti e coerenza dell'agire.
Ma è ancor più "materia" dei repubblicani, loro patrimonio storico, urna ideologica demandata, nella penombra, a custodire gli esiti di battaglie trascorse, questa nostra Costituzione che siamo chiamati a cambiare e che, in parte, è già stata modificata.
Nulla del nostro irrinunciabile assetto democratico deve essere esposto al benché minimo rischio: affinché ciò avvenga è, tuttavia, necessario l'adeguamento coraggioso di un dettato costituzionale che va comunque adeguato a nuove esigenze culturali e sociali, politiche ed economiche. L'Italia è già regione europea in un federalismo di beni, di servizi e di etnie.
Sarebbe imperdonabile – ed esiziale - disattendere come l'interesse generale e l'unità ordinamentale siano destinati a sopravvivere all'inevitabile avvicendarsi delle maggioranze politiche.
Non esiste, purtroppo, un panorama univoco in ambiti di tale portata; non può esistere, di conseguenza, alcun diktat decisionale. Abbiamo assunto posizioni di condivisione moderata all'epoca della riforma costituzionale elaborata dal centrodestra: abbiamo espresso la nostra adesione alla Casa delle Libertà ed apparteniamo alla rappresentanza parlamentare di opposizione. La lealtà strutturale dei repubblicani non consente, nemmeno nella delicatezza del tema referendario, di assumere tout - court "ruoli" contrastanti con la nostra presenza fisica a Montecitorio.
Non voglio negare, con questo, la difficoltà estrema della scelta, la cui conferma deriva proprio dai padri repubblicani alla Costituente e, più recentemente, dalla delineazione della "Repubblica probabile" di Ugo La Malfa. Nel bel saggio del 1972, La Malfa ritiene che la Costituzione "richieda solo di essere corretta e adattata alla mutevole realtà sociale e politica ed alle esigenze contemporanee di efficienza, nell'assoluto rispetto della sua ispirazione fondamentale e della intima logica che la sorregge".
D'altronde, era proprio Giuliano Amato – a suo tempo relatore del disegno di legge da cui aveva preso le mosse la riforma del Titolo V – a domandarsi se fosse auspicabile l'ingresso del federalismo nella nostra Costituzione e se ciò corrispondesse tanto ad una effettiva volontà popolare quanto al nostro medesimo essere italiani in ragione della nostra storia ed in forza del nostro patrimonio di tradizioni e di pensiero.
Già nelle aule parlamentari i repubblicani hanno posto problemi relativi all'impianto costituzionale. Giorgio La Malfa osservava, nel corso della seduta del 15 ottobre 2004: "Dico ai colleghi che io ho votato con piena convinzione la riforma del Titolo V della Costituzione, che secondo il mio avviso è migliorativa". E, di seguito: "Ma non sono convinto che l'elaborazione sia stata sufficiente sui poteri del Senato e su quelli della Camera".
E per queste, ed altre motivazioni, La Malfa ha pronunciato un voto di astensione in prima lettura del provvedimento.
D'altro canto, così affermava il Senatore Del Pennino al Senato, il 16 novembre 2005, in seconda lettura: "Il mio voto non è solo testimonianza individuale, ma rappresenta l'espressione di una forza politica che fa parte di questa maggioranza. E, sapendo che la nostra scelta può essere determinante, non riteniamo di poterci assumere la responsabilità del mancato raggiungimento del quorum, con il risultato di consolidare la normativa vigente, di cui diamo un giudizio assolutamente negativo". E così concludeva: "Voteremo a favore, pur mantenendo le riserve già manifestate e ribadendo la necessità di porre mano ad ulteriori interventi legislativi di natura costituzionale che affrontino e risolvano i problemi cui l'attuale disegno di legge non dà adeguata soluzione, anche tenendo conto che il voto di oggi non è definitivo. Seguirà, infatti, l'appello referendario, rispetto al quale il Partito repubblicano italiano si riserva di definire la propria posizione alla luce del divenire e delle auspicate correzioni".
Questi sono i presupposti sulla base dei quali i repubblicani dovranno prendere posizione.
Articoli tratti da "www.pri.it"
Dn Pri: "Sì" al referendum con libertà di giudizio
La Direzione Nazionale del Pri, riunitasi il 12 giugno 2006, per esaminare il problema posto dalla scadenza referendaria;
ribadisce le sue riserve sul testo approvato dal Parlamento e sottoposto ora al voto popolare, ma al contempo sottolinea come l'abrogazione della riforma proposta comporterebbe il ripristino della normativa sul Titolo V, approvata dal centrosinistra nel 2001, che ha rappresentato e continuerebbe a rappresentare un'occasione permanente di conflitti tra lo Stato e le Regioni.
La Direzione sottolinea altresì come la conferma del testo sottoposto a referendum obbligherebbe l'attuale maggioranza a rivedere la normativa entrata in vigore e aprirebbe la possibilità di utili e necessarie correzioni, mentre il ripristino del Titolo V che scaturirebbe da un successo del no, ridurrebbe il centrosinistra a difendere acriticamente quel testo, rinunciando ad ogni ulteriore innovazione.
Per questi motivi, pur riconoscendo ai singoli iscritti libertà di giudizio, ed esprimendo con forza l'esigenza che comunque all'indomani del referendum, in caso di approvazione della riforma, debba essere profondamente rivisto il testo entrato in vigore, ritiene di sostenere l'indicazione a favore del Sì.
Articoli tratti da "www.pri.it"
Prodi e l'elettrosmog - Inquinamento inventato, buono per la
propaganda
Quando me l'hanno detto non volevo crederci e, a costo di passare per scortese malfidato, ho controllato. A pagina 148 del programma dell'Unione - quello titolato "Per il bene dell'Italia" - sta scritto, testualmente: "Si rende necessario ritornare ai princìpi della legge quadro sull'elettrosmog approvata dal governo di centrosinistra, applicando il principio di precauzione e modificando radicalmente i decreti attuativi varati dalla maggioranza di centrodestra".
Innanzitutto, ricordiamo che l'elettrosmog non esiste. Fu, esso, un'invenzione, approvata quasi all'unanimità, appunto, dal governo di centrosinistra. La genialità l'ebbe uno dei Ds, poi prontamente premiato viceministro, che fece notare che interrare le linee di trasmissione elettrica sarebbe stato un affare di 2 miliardi di vecchie lire a chilometro: una torta da 50 miliardi di euro. Bisognava solo inventare la scusa per incartarla e portarla a casa.
Cominciarono col raccontare alla gente, attraverso tutti gli organi d'informazione che controllavano, che vivere vicino alle linee ad alta tensione fa venire il cancro. E l'elettrosmog fu. Poi, siccome non c'era nessuno in tutto il mondo col cancro
per via dell'elettrosmog, dissero che bastava il sospetto per destare l'allarme (piuttosto, fu l'allarme ad essere procurato dai sospetti insinuati dallo stesso governo), e approvarono la legge - quadro. Quasi all'unanimità, dicevo: il ministro (e,
internazionalmente stimato, oncologo) Umberto Veronesi osservò che non solo non si prende il cancro, ma neanche aumenta il rischio di cancro a vivere dentro una tenda sotto un traliccio dell'alta tensione.
Ma era uno contro tutti e la legge - quadro passò. Ma si era alla fine della legislatura, non passarono i decreti attuativi che Veronesi aveva rifiutato di firmare, giudicandoli "immorali": spendere 100.000 miliardi di lire con la scusa di proteggersi da un inesistente rischio di tumore è immorale - disse e scrisse l'oncologo - perché con la stessa cifra, tanto essa è colossale, si sconfiggerebbe definitivamente il cancro, quello vero.
Contemporaneamente, alcune centinaia di scienziati (oncologi, radioprotezionisti, pediatri, biologi, fisici) scrissero al presidente Ciampi pregandolo di adoperarsi per bloccare quella vergognosa cuccagna. Da parte sua, il presidente Ciampi, esaminata la questione e con ammirevole determinazione, pose quegli scienziati sotto l'aia protettiva del Suo
alto patronato.
Il nuovo governo istituì due commissioni: una internazionale di illustri radioprotezionisti, oncologi, epidemiologi e fisici, e l'altra nazionale, presso l'Agenzia dell'Ambiente, presieduta da Renato Ricci, professore emerito di fìsica e presidente onorario della Società italiana di fisica. Entrambe le commissioni dissero che l'elettrosmog non esiste, la legge - quadro sull'elettrosmog è stupida, e che i decreti attuativi che il precedente governo aveva proposto (ma non approvato per
opposizione di Veronesi) avrebbero creato un colossale buco di bilancio senza alcun ritorno sanitario. Il governo di centrodestra approvò così decreti attuativi tali da rendere inoffensiva la legge - quadro: ad esempio, pose la soglia di campo magnetico a 3 microtesla anziché ai 100 suggeriti dalla comunità radioprotezionista internazionale e adottati in tutto il mondo. Il centrosinistra voleva adottare 0.2 microtesla, giusto il valore che serviva per confezionare l'appetitosa torta.
Ci fecero pure un referendum, poi snobbato da tutti, visto che ormai tutti avevano capito.
Le leggi antielettrosmog" approvate dal centrosinistra, senza aver salvato nessuno da nessuna malattia, sono responsabili di parte del ritardo nell'installazione di quel radar la cui assenza contribuì al disastro aereo del 2001 all'aeroporto di
Linate (119 morti); sono responsabili dell'assenza di campo che impedì, a chi ci provava col telefono cellulare, di invocare i soccorsi, sempre nel 2001, per un incendio in una struttura per disabili nel salernitano (19 morti) e, l'anno dopo, per un malore in acqua di un bambino di un centro estivo nel pescarese (poi morto, assieme alla maestra che tentava di salvarlo, per
annegamento). Quelle leggi, infine, sono responsabili della condanna per concorso in omicidio subita dai dirigenti di Radio Vaticana: una condanna che allunga la lista degli innocenti condannati dalla politicizzata magistratura italiana.
Dovessero andare al governo, la prima e forse unica cosa su cui tutti - da Rutelli a Pecoraro Scarno, da Di Pietro a Bertinotti - si troveranno d'accordo sarà realizzare quel punto dì programma. "Per il bene dell'Italia", naturalmente.
Presidente Ciampi, La imploro in ginocchio, non deluda le mie manifestazioni di ammirazione per la Sua determinazione: completi quel Suo lodevole impegno e gli faccia cancellare almeno quella sciagurata frase da quel programma. Lo faccia, stavolta sì, per il bene dell'Italia.
Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"
"Docente di Chimica dell'ambiente, Università di Modena"
D'Alema s'illude - l'innovazione di Diliberto e Bertinotti si chiama ritorno alla scala mobile.
Financo Massimo Giannini, nell'ampia intervista che la "Repubblica", suo tramite, ha fatto all'onorevole D'Alema, è dovuto sbottare in un "lei la fa troppo facile". La sindrome dell'Annunziata si propaga anche a sinistra, oppure davvero il presidente dei Ds le spara grosse. Ad esempio, D'Alema sentenzia roboante che soltanto la sua coalizione offre agli elettori "scelte qualificanti ed innovative". Non abbiamo nemmeno finito di leggere questa frase che alle agenzie l'onorevole Sgobio
del Pdci rilancia la proposta del suo partito e di Rifondazione comunista di abolire la scala mobile per difendere i salari.
Vorremmo davvero capire come l'Ulivo pensa di rilanciare la competitivita e la produttività del paese con parole d'ordine di questo genere, e se.. alla luce delle stesse davvero D'Alema ritiene possibile dare per scontata un'intesa con la sinistra radicale. Perché, anche ammesso che il centrosinistra voglia liberalizzare e privatizzare, come dice D'Alema, per
ridare fiato all'economia (e Rifondazione comunista non opporrà ostacoli), se poi si reintroduce il salario come variabile indipendente, si torna di colpo indietro di trent'anni, e altro che ripresa, altro che patto con Confìndustria.
Fra l'altro può anche essere che la caldeggiata ipotesi di un patto fra sindacati ed imprenditori possa conquistare l'interesse della categoria degli industriali. Ma quando D'Alema dice che vi è convergenza di analisi con la Cgil, bisognerebbe poi che ci dicesse anche se ne condivide la terapia avanzata che esce dal suo congresso, perché se è così salta subito l'intesa con la Confìndustria, che ha opinioni ben diverse in merito.
Per questo il programma del centrosinistra non solo non è una proposta di governo, ma non è nemmeno una proposta seria.
E' una semplice presa in giro, e lo è troppo scopertamente per essere creduta. Poi anche a noi, come a D'Alema, non piacciono i ragazzoni che sfilano con le croci celtiche e facendo il saluto romano. Ma almeno non hanno messo a sacco la citta di Milano, come hanno fatto i compagni di Caruso. E ci sarà una qualche preoccupazione da parte di D'Alema, se deve ammettere che lui Caruso non l'avrebbe candidato. Anche perché, se gli estremisti di destra nella Cdl restano un numero esiguo, cifre alla mano Caruso si troverà in una compagnia talmente ampia, fra Verdi, Rifondazione e Pdci, da mettere allo stremo ogni intenzione riformatrice del centrosinistra, fino a disinnescarla o a paralizzarla.
Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"
Menzogne in diretta
Il centrosinistra prepara una vera e propria patrimoniale
di Giorgio La Malfa
E' stato smentito da molti esponenti del centrosinistra che l'aumento della tassazione sulle rendite fiscali possa riferirsi ai titoli di Stato. E ancor più è stato smentito che esso si applichi alle cedole già in circolazione. In particolare, ciò è avvenuto durante la trasmissione televisiva "Porta a Porta", cui hanno assistito milioni di italiani che posseggono titoli di Stato.
"Il Sole 24 Ore" scrive in un articolo che vi sarebbe invece un piano "in fase di elaborazione" dell'Ulivo che prevede esattamente ciò che ieri veniva sdegnosamente negato, e cioè l'aumento dell'imposizione fiscale sui titoli di Stato. E non solo su quelli di nuova emissione, ma anche su quelli già in circolazione.
Del resto, se l'obiettivo è ricavare 2,5 miliardi di euro per finanziare la riduzione del cuneo fiscale – come ha dichiarato il Prof. Prodi – il solo modo per avvicinarsi a questa cifra è colpire tutti i titoli di Stato in circolazione, i vecchi come i nuovi.
Se così è, l'altra sera da Bruno Vespa, due esponenti del centrosinistra hanno detto una gravissima menzogna a milioni di italiani.
Nel merito, possiamo dire che l'aumento sulla tassazione dei titoli di Stato avrà conseguenze devastanti. Esso rappresenta in primo luogo una violazione dell'impegno assunto dallo Stato con i risparmiatori, all'atto dell'emissione dei titoli oggi in circolazione, di tassarli con una certa aliquota.
In secondo luogo, è probabile che il più alto prelievo fiscale sulle nuove emissioni debba essere compensato dall'offerta da parte dello Stato di un maggiore rendimento. In questo caso risulterebbero annullati gli effetti sul gettito previsti da Prodi. Questa è la ragione per la quale la sinistra sarà costretta a tassare i titoli già in circolazione.
Se lo farà, i risparmiatori non saranno protetti da un aumento dei rendimenti, ma subiranno una riduzione del valore capitale dei loro titoli. Subiranno così una vera imposta patrimoniale.
Quanto, infine, all'esenzione dei piccoli patrimoni, essa comporta l'introduzione della nominatività dei titoli di Stato. Se è l'idea portante per rilanciare l'economia del nostro paese, gli italiani sono avvertiti e faranno bene a pensare per chi e cosa votare il prossimo 9 e 10 aprile.
Roma, 22 marzo 2006
www.pri.it
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