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Finalmente una voce netta e chiara sull'Iraq.

Ci è voluto un po' di tempo, ma alla fine abbiamo letto un articolo sull'Iraq che condividiamo pienamente. Quello di Christopher Hitchens per "Weekly Standard", riprodotto dal "Corriere della Sera": "Una guerra di cui andare fieri".
Nella quale si sostiene che "l'unica reale strategia della menzogna è stata quella di chi crede o che finge di credere che Saddam Hussein non rappresentasse un problema". Anche il carcere di Abu Graib, dove l'America ha dato la peggiore prova di se, non è più il mattatoio che era sotto il regime del dittatore. E indipendentemente dall'assenza delle armi di distruzione di massa, i rischi in proposito erano elevatissimi,così come le affinità fra forze antitetiche come i talebani ed i baathisti. Una saldatura che il terrosismo nel paese evidenzia tragicamente, ma che certo non è avvenuta nei pochi anni della presenza americana. E' importante che l'opinione pubblica inizi, a reagire all'intimidazione del terrorismo e inizi a guardare positivamente a quanto, si è verificato. Non solo per ritrovare una compattezza occidentale che è stata messa
in discussione ma soprattutto per aiutare un popolo che cerca di affermare la sua indipendenza e la sua libertà. Noi abbiamo sempre pensato che, con la guerra all'Iraq, nella storia sarebbe rimasta la fine di un regime oppressivo ed il riscatto di un'intera popolazióne. E tanto più alto il riscatto, tanto più gravoso il prezzo pagato. Al contrario c'è chi vede solo il prezzo pagato, senza ricordare le condizioni terrificanti in cui si trovava; l'Iraq prima dell'azione angloamericana. E' importante che inizino a trovare coraggio voci come quella di Hitehens, soprattutto quando c'è il rischio che questo coraggio lo perdano fìnanco coloro che hanno sostenuto la guerra dal primo momento e, come Bush e Blair, in prima persona.

Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


Quelli che vogliono scavare un abisso con l'Occidente. La strage degli innocenti. Il fanatismo integralista giunge a mietere vittime fra i bambini.

La debita misura del terrorismo islamico, non la da l'attentato a Londra, e sarebbe un errore misurarsi esclusivamente con questo problema, che è ovviamente gravissimo. Ma riduttivo. Perché possiamo essere certi, che quali che siano i commenti del mondo islamico, il rammarico convinto che esprime la diplomazia cosiddetta moderata, nel fondo dei propri convincimenti, essa trova nell'attacco a Londra pur sempre una giustificazione razionale. Financo l'onorevole Prodi, che non è un islamico ed è pure un europeo, ha dichiarato che l'incendio a riguardo è stato appiccato dal "guerrafondaio" Blair e dagli altrettanto guerrafondai Bush e Berlusconi. Se persino un moderato cattolico italiano rivela è convinto delle responsabilità occidentali alla base delle bombe contro i cittadini inglesi, non è difficile pensare che a maggior ragione questo possa crederlo anche un arabo moderato. E del resto abbiamo proprio sentito cittadini inglesi di confessione islamica che nell'esprimere il loro dolore per le vittime, la loro condanna per le bombe, non hanno dimenticato di far presente comunque l'urgenza di ritirare le truppe occidentali dall'Iraq e di cambiare politica in Mediorìente, se davvero si vuole rendere più sicura l'Europa.
E' dunque legittimo ritenere che, se questa è la posizione che si legge all'interno dell'Europa, essa altrettanto sia presente nelle coscienze del mondo arabo. Si tratterebbe in sostanza di denunciare una precisa responsabilità occidentale. La si rimuove, ed il problema si risolve. Ma per noi il problema va esattamente trattato in una direzione opposta, e dunque non guardiamo al disastro di Londra, ma agli attentati di mercoledì a Bagdad. Nel centro della città, come si sa, di consueto avviene che dei soldati americani distribuiscano, ai bambini in particolare, dei dolciumi. E' una ricorrenza frequente e che, come è comprensibile, cattura l'attenzione dei piccoli abitanti della città, che vivono un momento lieto, tanto da radunarsi in numero cospicuo. Nell'occasione specifica si trattava di almeno di un centinaio di bambini fra i cinque ed i dieci anni, tutti rigorosamente iracheni. Ed è in questo momento che un uomo bomba comparso da un vicolo si è fatto saltare per aria uccidendone 27 e ferendone una cinquantina. Una strage degli innocenti. Ancora più grave se si pensa alla comune nazionalità. Gli inglesi colpiti infatti hanno una lunga tradizione coloniale nel mondo arabo, in Iraq soprattutto, e dunque un gesto di ritorsione vale per l'oggi, e vale per ieri. Ma la morte di tanti bambini arabi vale soprattutto per domani. Il fanatismo integralista in questa maniera ci dice che il peccato originale non è posto nei torti del colonialismo europeo, o nella presenza militare occidentale nei luoghi dell'Islam. Il peccato originale è nella contaminazione fra due culture. Il fanatismo integralista, vuole scavare l'abisso ed impedire ogni relazione positiva. Questo è il problema, tanto più grave perché non si tratterebbe solo del ritiro dei soldati dall'Iraq o dell'espiazione dell'Occidente per le sue colpe, ma anche della convivenza della comunità islamica nel nostro continente. Oltre che, in generale, della convivenza fra il mondo islamico e quello cristiano-ebraico, che evidentemente diventerebbe impossibile.
Ecco il senso profondo e disperato della Jihad, che è rivolta contro di noi e contro chi non è disposto nel mondo islamico ad accettarne le estreme conseguenze. Per questo la guerra in Iraq non c'entra, ed appare solo un pretesto dietro il quale agitare un odio mortale inesauribile. Come, in queste condizioni, si possa solo pensare di ritirare le truppe occidentali dall'Iraq e darla vinta ai terroristi, ci sembra davvero una follia.

Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


Nazioni in ordine sparso sulla Costituzione europea.

Ci siamo, la Turchia dentro e la Francia fuori;questo il possibile scenario dell'Europa di domani. Ad ottobre del 2005 inizieranno le trattative con Ankara che saggiamente dovranno durare almeno dieci anni; forse quelli necessari per recuperare una eventuale catastrofe in Francia il 29 Maggio, data del referendum sulla Costituzione Europea. Proprio così mentre cinque Paesi tra cui l'Italia hanno già detto sì alla "suprema carta", Parigi ha voluto, come suo solito, dimostrare tutta la propria grandezza chiamando alle urne l'intera nazione. Ma cosa accadrà se il popolo Francese dovesse dire "no" al futuro dell'Europa? Secondo Sergio Romano un eventuale bocciatura referendaria genererebbe l'obbligo per l'Unione Europea di aspettare, per ogni futuro passo avanti, l'ultima ruota del carro. Forse tanta febbrile ed angosciarne paura potrebbe sembrare eccessiva, ma se si va nei ricordi della memoria, è facile ripensare al 1954, anno in cui il Parlamento francese bocciò il trattato per la Comunità europea di difesa e costrinse tutti gli altri Paesi ad abbandonare la prospettiva di un'unione politico-militare e di un esercito comune.
Il voto del 29 maggio sembra essere una vera e propria roulette, e come spontanea conseguenza si ritiene che problematiche simili si potrebbero avere anche in Gran Bretagna, Polonia, Repubblica Ceca, Svezia e Danimarca.
In un momento come questo, in cui la crisi economica, la moneta unica, e le tensioni belliche di alcune aree del mondo richiedono un potere decisionale forte e repentino, i Paesi europei non riescono ad essere tutti coesi ed ottimisti sull'approvazione della Costituzione, firmata a Roma il 29 ottobre del 2004. Inoltre questa carta, se letta bene, non ha molto di rivoluzionario e sembra piuttosto il tentativo di porre rimedio agli errori fatti nel 2000 a Nizza, dove tre giorni di estenuanti trattative produssero solo timide regole insufficienti per garantire a Paesi dell'Unione di governarsi come le altre potenze mondiali.
L'Europa che dal 1° maggio 2004 è composta da 25 nazioni non può permettersi una battuta di arresto nel processo di costruzione e armonizzazione politica: un treno di 25 carrozze con a bordo 450 milioni di abitanti non può viaggiare con il passo di un interregionale. Diplomatici e giuristi avranno il duro compito di eliminare lo scetticismo che porta a considerare la cessione di sovranità, nelle scelte politiche dei singoli Stati, come un rischio piuttosto che un'occasione. 
Sempre secondo Sergio Romano, "il cuore dell'Europa deve tornare a battere con i suoi ritmi naturali e non con quelli di Londra o di Ankara".
Le ultime indagini statistiche eseguite il 27 e 28 aprile dall'istituto TNS Sofres e Ipsos sul possibile esito del referendum francese lasciano, tuttavia, trapelare piccoli segnali di speranza: i "si" avrebbero recuperato sette punti percentuali rispetto al 18 aprile, passando dal 45% al 52%.
Per il momento, dunque, non resta che aspettare con lo sguardo volto alla Senna, evitando facili entusiasmi o frettolosi catastrofismi.
Philip Cameruccì

Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


Prima che militare la vittoria fu politica.

Tanto è stato già detto e scritto a proposito della Liberazione e del ruolo fondamentale che la Resistenza ha rivestito nel processo di nascita della nostra Repubblica. Qualche tempo fa il Presidente Ciampi ha affermato: "La Resistenza è stato il modo in cui un popolo ha conservato l'onore e il rispetto di se stesso". È una fra le infinite definizioni possibili, ma coglie a pieno il senso stesso di una pagina della storia d'Italia di cui è bene mantenere sempre salda memoria.
A sessanta anni di distanza sembra ancora opportuno ricordare come, più che un mero fatto militare, la Resistenza vada ricordata, celebrata e divulgata alle generazioni future per il suo enorme spessore politico. 
Prima ancora di essere eventi di carattere militare, la guerra di liberazione e la lotta partigiana nel nostro Paese sono stati eventi di carattere squisitamente politico, nel senso più nobile del termine, ovvero movimenti interamente e profondamente rivolti al bene collettivo. 
La Resistenza fu infatti, come la definì Salvemini, una "guerra di popolo", né più né meno di quello che aveva dichiarato Parri ai primi di novembre del 1943, quando con Leo Valiani attraversò il confine svizzero per incontrare i delegati anglo-americani, che rimasero stupefatti quando egli affermò ripetutamente che puntava su una guerra del popolo italiano, condotta da un esercito del popolo: i partigiani. A quel tempo i partigiani che erano saliti in montagna ammontavano sì e no a qualche migliaio. Le vicende militari di questa "guerra del popolo" contro l'oppressore interessano soprattutto gli storici; tutto ciò che la Resistenza ha rappresentato dal punto di vista politico, sociale e culturale nel nostro Paese, è dovere di ogni cittadino conoscere e approfondire. I valori che con essa si affermarono sono e rimangono principi fondanti del nostro Paese: l'antifascismo, la democrazia, la libertà. Il frutto tangibile dell'esperienza partigiana, la nostra Costituzione, servì anche in qualche modo a codificare quei valori e a renderli inalienabili. 
All'indomani della Liberazione dell'alta Italia e della vittoria degli Alleati in Europa, si presentava in tutta la sua evidenza la necessità di ricostruire da zero il nostro Paese, promuovendo quella "rivoluzione democratica" cui il Partito d'Azione si era spesso richiamato nel suo programma e nella lotta partigiana: rottura della continuità giuridica con il vecchio stato monarchico e fascista, abrogazione delle leggi autoritarie cui esso aveva dato vita, promulgazione da parte dell'Assemblea Costituente di nuove leggi democratiche riguardanti le questioni strutturali dell'amministrazione, dell'ordine pubblico, della libertà d'espressione, della finanza pubblica, della giustizia, dell'assetto sociale. 
Per dare un significato politico, per stabilire un collegamento tra Resistenza e Costituzione, è utile ricordare il discorso di Piero Calamandrei ai giovani milanesi tenuto nel 1955, che si concluse con la forte immagine secondo la quale la Costituzione veniva presentata come un "testamento": il testamento dei caduti della Resistenza.
Negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerose "prese di coscienza", sono venuti alla luce alcuni aspetti di quel periodo storico che erano rimasti in ombra, si è fatto un gran parlare del "lato oscuro" dell'antifascismo. Forse è pleonastico ricordarlo, forse no: ricercare la completezza della verità storica non può e non deve significare mettere in discussione i valori dell'antifascismo.
Basta consultare gli atti della Costituente per trovare il senso profondo dei principi che rappresentano le fondamenta del nostro Stato. Al monarchico Roberto Lucifero, che il 4 marzo 1947 propose di definire "afascista" e non "antifascista" la Costituzione stessa, risposero Piero Calamandrei del Partito D'Azione, il comunista Palmiro Togliatti e il democristiano Aldo Moro. Quest'ultimo affermò: "Non possiamo in questo senso fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico di importanza grandissima il quale nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa nostra Costituzione emerge oggi da quella Resistenza, da quella lotta, per la quale ci siamo trovati insieme sul fonte della Resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale".
Vi è anche chi stabilisce un legame ideale, un filo morale che partirebbe dal nostro Risorgimento per arrivare alla Costituzione repubblicana passando attraverso l'esperienza fondamentale della Resistenza italiana. Ieri si è celebrato il 60° anniversario della Liberazione, e mai come in questo particolare anniversario è utile ricordare che non si può separare la Costituzione dalla Resistenza al fascismo e dal 25 Aprile, perché con la lotta di Liberazione è nata la Repubblica e con la Repubblica la carta Costituzionale. Per capire a fondo quanto quella carta è stata ed è tuttora garanzia sostanziale della nostra democrazia, da salvaguardare e rispettare attraverso un'azione di governo coerente con i suoi principi, le parole di Leo Valiani sono illuminanti: "Senza rigore morale, senza autorità dello Stato, senza onestà da parte dei governanti e dei governati, la Costituzione è solo un testo cartaceo. Nella repubblica tedesca di Weimar, la socialdemocrazia, che ne era la forza più coerente, diceva, davanti alla crescita del nazismo, che essa non avrebbe abbandonato per prima il terreno della Costituzione. Come seconda, non ebbe più il tempo di difenderla: si trovò nei campi di concentramento. Noi non dobbiamo aspettarne il collasso, per difendere la Repubblica italiana".

Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


 

 
 

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