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Passo importante all'Onu - I Paesi occidentali respingono le
provocazioni libiche. Il segretario del Pri Francesco Nucara si è
congratulato vivamente con l'ambasciatore italiano all'Onu Marcello Spatafora,
che ha chiesto la sospensione della riunione del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite appena il rappresentante libico ha equiparato le operazioni
militari effettuate a Gaza ai campi di sterminio nazisti.
Più esattamente, per il rappresentante della Libia, le prime sarebbero peggiori
dei secondi. E' molto rilevante che gli altri rappresentanti occidentali del
Consiglio di sicurezza, udita una tale nefandezza, abbiano abbandonato
immediatamente la riunione, consentendo così all'ambasciatore italiano di
chiederne la sospensione. La situazione di Gaza, lo vogliamo dire una volta per
tutte con chiarezza, è una vergogna per il popolo palestinese che, a fronte di
una disponibilità israeliana molto generosa - considerando le vittorie militari
conseguite sul campo - finalizzata alla costruzione di due Stati vicini e con
buoni rapporti, ha preferito l'Intifada. Altrettanto vergognoso è che, davanti
al ritiro della colonizzazione israeliana in Cisgiordania, si sia risposto
spostando in avanti la linea del fuoco contro i confini israeliani. Una
vergogna, lo ripetiamo, è che non ci si renda conto di questa situazione che
perdura da decenni, dove Israele è un piccolo territorio e i suoi abitanti una
minoranza rispetto alle masse arabe e alla stessa popolazione palestinese, se si
effettuasse il rimpatrio.
Come oggi nel mondo arabo, gli ebrei erano una minoranza nel 1930 in Germania,
nonché nel complesso dei paesi europei in cui vivevano. La sola differenza
autentica che vi è fra la Germania nazista e il mondo arabo nei confronti della
questione ebraica, è che gli ebrei in Medioriente oggi sono armati e coesi nella
difesa di un loro Stato, tanto da dimostrarsi capaci di tenere testa a qualsiasi
aggressione. Se qualcuno avesse dei dubbi, il diritto ad una loro nazione nasce
dal fatto che gli Stati europei, di cui pure erano cittadini a tutti gli
effetti, non li hanno difesi nel momento del bisogno, anzi li hanno lasciati
nelle mani dei loro carnefici nella prima metà del secolo scorso. E il loro
Stato è Israele, perché sotto la spianata delle moschee di Gerusalemme ci sono
le rovine delle mura della città di re David.
Il rappresentante della diplomazia libica può ignorare anche tutto questo, ma
non può ignorare che, se non fossero colpiti i confini israeliani dalle milizie
integraliste di Hamas, Gaza vivrebbe in pace e potrebbe prosperare. Perché non è
interesse di Israele opprimere nessuno, al contrario dei regimi arabi (incluso
quello libico), che sull'oppressione hanno eretto il loro potere. Israele ha
invece come solo interesse la sua sicurezza: e l'Onu ha finalmente dato il segno
tangibile di volersene preoccupare, considerando non solo la minaccia
rappresentata di Hamas, ma anche quella atomica iraniana. Giudichiamo, quello
avvenuto alle Nazioni Unite, un passo avanti importante. Vogliamo sperare che la
Farnesina non solo sostenga con il dovuto riconoscimento l'ambasciatore
Spatafora, ma chieda anche al governo libico i necessari chiarimenti e pretenda
le scuse nei confronti di Israele e dei paesi che gli sono vicini ed amici.
Roma, 25 aprile 2008
Tratto da http://www.politicaonline.net
Benvenuto Mr. Bush Arriva Mr Bush in Israele,
si stanno gia' srotolando i tappeti rossi all'aeroporto Ben Gurion e Gerusalemme
e' gia' vestita a festa ma chi ha pensato di dare in anticipo il benvenuto al
Presidente degli Stati Uniti e' stato Hezbollah che oggi ha gia' sparato due
missili in Galilea, Israele, colpendo la cittadina di Shlomi.
"Benvenuto Presidente, dicono quei missili, noi hezbollah siamo qui, siamo
pronti a ricominciare fino a quando non raggiungeremo il nostro sogno, la fine
dell'esistenza di Israele, intanto riscaldiamo un po' l'ambiente in suo onore,
Presidente."
Quei missili, episodio gravissimo, sembrano la ciliegina sulla torta dopo la
notizia della visita a hezbollah fatta da quella specie di ebreo , tale Norman
Finkelstein l'antisemita, che ha dichiarato:
" Gli hezbollah lottano per difendere la loro patria".
Evidentemente l'esimio professore pensa che Israele, pardon l'entita' sionista,
debba scomparire per diventare araba e islamica e, dopo aver dato le dimissioni
dalla DePaul University di Chicago, ha trovato un'altra occupazione,
presumibilmente molto redditizia, che gli si confa': ambasciatore di odio
antiebraico presso il mondo arabo-islamico.
Molto meglio i soldi e l'ammirazione dei nemici di Israele che fare il
professore in USA col rischio di dover insegnare anche a qualche odiato giudeo.
Con ebrei del genere chi ha bisogno di Ahmadinejad?
Ma torniamo a Bush. Era dal 1998 che un presidente USA non veniva in Israele.
Nel 1998 Bill Clinton ebbe un'accoglienza grandiosa fino a quando non lo abbiamo
visto piangere di commozione alle promesse di pace di Arafat che urlava, come al
solito mentendo, " Abbiamo cancellato il comma dove chiediamo la distruzione di
Israele".
Allora, noi israeliani sempre un po' scettici di fronte alle sceneggiate
arafattiane, abbiamo fatto delle gran risate vedendo tremare il mento di Clinton
e i suoi occhi farsi lucidi.
Grande comunicatore il Presidente, quasi quasi ci commuovevamo tutti.
Non avevano cancellato niente naturalmente ma nessuno si era preso la briga di
controllare, era tanta la voglia di pace che per Arafat fu estremamente facile
prendere tutti per i fondelli.
Era il suo secondo lavoro, il primo ammazzare ebrei.
Clinton aveva anche promesso, con il consenso del Congresso, di portare
l'ambasciata USA a Gerusalemme entro il 20 gennaio 2001 ma poi si e' distratto e
tutto e' finito nel dimenticatoio chiamato "non facciamo incazzare i palestinesi
e il mondo arabo".
Eppure Clinton era amico di Israele, l'America e' amica di Israele, Bush e'
amico di Israele ma anche gli amici, anche gli alleati, sono purtroppo
condizionati dalla violenza e dalle minacce del mondo arabo.
Figurarsi i paesi che ci sono nemici!
Bush arriva in Israele dopo il summit di Annapolis per dare una spinta a Olmert
e a Abu Mazen che sembrano essersi impantanati in mille problemi.
- I razzi kassam sul Neghev continuano inesorabili, gli ultimi sono arrivati
fino a nord di Ashkelon.
- L'ala militare di Fatah e' ancora attivissima nel terrorismo nonostante le
promesse e i giuramenti di sua maesta' Abu Mazen.
- Ammazzano civili israeliani, soldati israeliani, sparano su tutto quello di
israeliano che gli capiti sotto tiro.
Del resto Abu Mazen puo' giurare finche' vuole ma lui e i suoi pretoriani sono
talmente coinvolti nel terrorismo che le sue promesse valgono meno di un soldo
bucato.
- Nessun arabo palestinese accettera' mai che Israele sia uno stato ebraico.
- I politici arabo-israeliani hanno deciso di boicottare tutti quelli che
appoggeranno questa richiesta.
- Hezbollah ricomincia a provocare Israele.
Caro Mr. Bush, non venga in Israele a battere i pugni sul tavolo, provi a darci
una mano.
Siamo circondati da odio e da violenza, siamo attaccati dentro Israele dagli
arabi di questo Paese che urlano come cornacchie ma che poi dicono che non ci
pensano nemmeno di andare in una futura Palestina.
Sempre in Israele, due ministri laburisti vogliono liberare Marwan Barghouti,
l'assassino, capo dei Tanzim, un corpo di barbari ideato da Arafat e organizzato
dal Barghouti assassino sulla cui testa pesa un numero discreto di ergastoli.
Abbiamo milioni di problemi tra cui dare asilo e lavoro ai profughi del Darfur e
dall'Eritrea che scappano in Israele inseguiti dalle fucilate degli egiziani.
Adesso abbiamo anche il problema della danza del ventre perche' l'Egitto ci
accusa di rubare la cultura araba.
Come vede Presidente stiamo nuotando in un mare di delirio cercando di tenerci a
galla alla meno peggio e le assicuro che e' faticoso.
Non venga a metterci una mano sulla testa per farci affogare.
Siamo attaccati dai nostri confini: i kassam a sud e adesso di nuovo , per la
seconda volta dal 2006, i katiusha a nord.
In cinque mesi abbiamo avuto 760 attacchi armati destinati ad aumentare come
sempre succede quando gli arabi sentono puzza di pace.
Oltre alle aggressioni palestinesi e ai deliri arabi, siamo attaccati
dall'opinione pubblica di tutto il mondo che anziche' vedere la barbarie
palestinese li riempie di soldi e tace anche dopo aver saputo che sacchi inviati
dall'UE contenenti zucchero erano invece pieni di nitrato di potassio da
utilizzare per preparare esplosivo o come propellente per razzi.
L'Unione Europea doveva aprire un'inchiesta ma pare se ne sia dimenticata.
L'Europa non capisce niente, Mr.Bush, e' troppo presa nell'intento di compiacere
l'Islam per capire qualcosa.
Siete voi americani i nostri alleati, se lo ricordi Presidente, non traditeci.
Non e' la pace che vogliono, loro odiano noi e ci vogliono morti ma sappia che
odiano anche lei e il suo Paese.
Noi siamo il Piccolo Demone ma voi americani siete il Grande Demone, non lo
dimentichi, Presidente.
La Pace?
La pace non ci sara' a meno che non accadano due cose impossibili :
1. Che USA e tutto l'Occidente si schierino con Israele, coraggiosamente e senza
esitazioni. Basta lasciarci soli e dirci "dovete fare questo, dovete dare
quello".
Tutti con noi, tutte le democrazia del mondo al grido VIVA ISRAELE .
2. Che le stesse democrazie dicano ai palestinesi,"avete sempre rifiutato tutto
per scegliere la violenza, adesso non si torna indietro, il 48 e' passato col
vostro NO, Kartoum e' passato coi vostri tre NO NO NO. Il 2000 e' passato col
vostro terrorismo e l'ennesimo rifiuto. Adesso prenderete quello che noi
decideremo e poche storie!"
Lo so che e' solo un sogno, un sogno impossibile dati i tempi che corrono ma
io vorrei altre due cose da Bush.
Vorrei che alla Knesset dichiarasse :
" Porteremo la nostra Ambasciata a Gerusalemme entro il 2008" e vorrei che
andasse a Sderot e dormisse per una notte sola in quella citta' martire e piena
di coraggio per capire cosa sono gli israeliani e soprattutto per sentire e
vedere chi sono i palestinesi.
Al brusco risveglio dovro' invece rendermi conto che Bush ci dira' cosa dovremo
fare e quanto dovremo dare, che dal nord ricominceranno a piovere i razzi
katiusha e che da sud spareranno sempre i kassam, che Israele non ha il diritto
che chiedere il riconoscimento come stato ebraico, che non ha il diritto di
costruire case nei quartieri della sua Capitale, che il mondo ci odia e che
tutto continuera' come prima.
Benvenuto Mr. Bush, Wellcome, Baruch Abba', non si preoccupi, era solo un bel
sogno!
Pero' me lo lasci gridare : VIVA ISRAELE, ORA E SEMPRE.
Deborah Fait - tratto da http://www.politicaonline.net
Diario da Sderot/La delegazione dell'Edera ricevuta nella sala
del Consiglio comunale - Piovono i qassam ma l'Europa fa finta di niente
A Sderot la notte di lunedì è passata tranquillamente. Ma solo perché
l'aeronautica israeliana ha colpito una serie di bersagli mirati sulla striscia
di Gaza, lasciando sul terreno alcuni responsabili della jihad islamica che
comandano il lancio dei razzi qassam sulla città israeliana di frontiera. Ne
sono caduti finora 5000 in sei anni. Il bilancio in vittime umane non è
quantitativamente elevatissimo, una ventina di morti, ma i danni materiali e
psicologici sulle persone e sui bambini in particolare sono inquietanti. Lo
spiega il sindaco Eli Moyal. Che ha ricevuto la delegazione del Pri nella sala
del Consiglio comunale.
"I bambini qui camminano per strada con il naso per aria". Eli Moyal è un tipo
duro alla Lee Marvin. Porta un giaccone da pilota statunitense e ha un cinturone
texano ai jeans. Ma la settimana scorsa si era dimesso perché, dopo l'ennesimo
lancio dei qassam, era consapevole di non poter garantire la sicurezza della
città.
Il ministro della difesa Ehud Barak in persona, poche ore prima della nostra
visita alla città, lo ha convinto a rimanere. Per la semplice ragione che, nel
momento stesso della sua decisione, le televisioni di Hamas cantavano vittoria e
promettevano che le dimissioni del sindaco di Sderot erano solo l'inizio. Poiché
presto si sarebbero dimessi il sindaco di Askerhon, poi quello di Bersheva e un
giorno anche quello di Tel Aviv. Perché il raggio di gittata dei qassam diventa
sempre più potente e già ha superato i diciotto chilometri.
Certo, non sarebbe impossibile colpire i luoghi di fabbricazione dei qassam.
L'esercito israeliano, infatti, può individuarli facilmente: ma, per
distruggerli, dovrebbe colpire le donne, i vecchi e i bambini da cui sono
circondati, visto che, per la maggior parte, vengono lanciati dagli edifici
scolastici.
Il limite morale è la debolezza di Israele. L'assenza di morale è la forza dei
terroristi. Moyal lo sa che qui non si tratta di palestinesi in senso lato: si
tratta di Hamas, Hezbollah, Al Qaeda, Iran. E' questo insieme di forze, che si
concentra a ridosso del confine israeliano, che ha approfittato del ritiro
d'Israele dalla Striscia di Gaza per colpirla. Non è una questione di terra: si
è tornati nei confini del '48, tant'è vero che nel Golan, dove ancora Israele ha
mantenuto i suoi insediamenti, non si spara. E' una questione ideologica: per la
quale Israele non deve vivere.
A Sderot la pace è una cattiva illusione. Mentre si discuteva ad Annapolis, qui
cadevano i missili. Per chi si trova da sei anni in queste condizioni l'accordo
con gli arabi appare impossibile. E al dunque appare impossibile anche mantenere
il senso morale. La faccia di Moyal si irrigidisce quando spiega che al momento
in cui si tratterà di "noi" - o di "loro" - la scelta sarà inevitabile.
Il Pri gli ha voluto testimoniare la solidarietà che vorremmo presto vedergli
mostrata da tutte le forze politiche italiane e europee. Perché soltanto un
grande sostegno da parte dell'Europa al processo di pace e alla difesa
irrinunciabile di Israele potrebbe effettivamente riuscire a realizzare una
condizione di convivenza che oggi non si vede.
Passata l'azione militare israeliana, la mattina dopo i qassam sono tornati a
cadere.
(r. b.) - tratto da http://www.politicaonline.net
Prodi dovrebbe sapere...
Prodi dovrebbe sapere, perché gliel’abbiamo detto in coro, che
il rapporto con i terroristi indebolisce i moderati e distrugge il già debole
Abu Mazen; che Hamas ha nel suo dna e nella sua carta costitutiva (per favore,
signor primo ministro, si decida a leggerla! O spieghi, se crede, le ragioni per
cui avendola letta non le importa che essa prometta di uccidere tutti gli ebrei
e di portare l’islam a dominare il mondo) non solo la distruzione dello Stato
d’Israele, rinunciando alla quale rinuncerebbe alla sua stessa essenza e al
consenso che la circonda, ma anche la guerra all’Occidente, ovvero a noi; che
Hamas non è un fenomeno a sé stante, ma una delle componenti di quello che è
oramai un vasto esercito terrorista ad altissimo potenziale destabilizzante,
guidato dall’Iran. Hamas non è un’organizzazione irredentista, ma uno dei membri
dell’accordo rinnovato il 21 luglio a Damasco, alla presenza di rappresentanti
della Siria, di Hezbollah e dei dirigenti di Hamas come Khaled Mashaal, che
promette jihad e non pace. Hamas non è sola, è solo la miccia tenuta sempre
innescata nel conflitto israelo-palestinese da un fronte interdipendente, da una
coalizione, e che quindi se Prodi parla di Hamas, parla anche di Iran eccetera.
Non lo sa forse? Certo che sì! Nonostante la retromarcia al telefono con Olmert,
Prodi sa bene che se Hamas sorride per la sua disponibilità, l’Iran se la gode,
la Siria si diverte (peraltro già contentissima di avere messo insieme in questi
mesi una selva di sistemi antimissile e 200 nuovi aerei “state of art” comprati
con i soldi iraniani e l’aiuto russo), grati a loro volta gli hezbollah si
preparano a essere semplicemente denominati «una forza complessa» quando
attenteranno a settembre, in occasione dell’elezione del presidente del Libano,
alla stabilità del loro disgraziato Paese favorendo il ritorno della Siria e
soprattutto la prospettiva di una guerra islamista interna.
Ma guardiamo al contesto strategico attuale in cui si colloca la scelta di
Prodi: gli Usa si affannano in un’impresa molto difficile e incerta, costruire
da qui a novembre una coalizione moderata che riunendosi riesca a mandare un
messaggio molto forte ad Ahmadinejad che sta preparando la bomba atomica e
diffonde terrore. Il summit dovrebbe proporre l’idea che la deterrenza al suo
progetto viene per così dire, autoprodotta nel mondo musulmano. Non piace questo
all’Europa? Non garba all’Italia? In Israele si sospetta che le dichiarazioni di
Prodi e quelle della Camera dei comuni inglesi siano il segnale di una valanga
che si sta formando e che rischia di fatto di travolgere il progetto anti
estremista americano, per un piatto di lenticchie islamista, una apertura di
dialogo autonomo con l’Europa che si basa, di nuovo, sull’appeasement, e che ha
al centro l’Iran. Hamas loda l’Italia per essersi sottratta al fronte
imperialista americano: che non abbia ragione?
Il fronte moderato che gli Usa costruiscono affannati ha bisogno di spinta e del
coraggio di una svolta ideologica che ancora non è avvenuta. I Paesi sunniti
devono avere le loro soddisfazioni, che nella fattispecie consistono nel farsi
mallevadori di una soluzione possibile per i palestinesi. Non che ci tengano
davvero fino in fondo, a giudicare dalla storia che li ha sempre visti agire in
maniera cinica verso i loro fratelli, ma certamente i sauditi, offrendo a
Israele il riconoscimento in cambio dei territori del ’67 e il diritto al
ritorno, hanno aperto un tavolo da gioco nuovo e interessante per tutti, tant’è
vero che Olmert va al summit, apre un dialogo diretto con Abu Mazen, e ci vanno
tutti i Paesi del Golfo, e vedremo chi altri. Ma il riflesso pavloviano dei
Paesi arabi è quello delle parole dure che chiudono prima di partire, di
condizioni inaccettabili, di condanne di principio. Invece, e lo sanno anche
loro, si può pensare a scambi territoriali, i famosi «swap», che aggiustino la
situazione sostituendo la dislocazione geografica dei territori; per i profughi
si possono immaginare formule che non escludano anche i famosi scambi
territoriali con le zone dove vivono gli arabi israeliani, cui certo dovrebbero
essere dati grossi incentivi perché siano d’accordo. È possibile. Ma per
ottenere un terreno malleabile, si deve rompere quell’atteggiamento compulsivo
che vige dal 1948, quando si creò il rifiuto arabo verso l’esistenza dello Stato
d’Israele che è sempre stato una sorta di tessera del club del politically
correct.
Che vuole fare l’Italia, rotolare indietro la ruota della storia ammettendo al
tavolo da giuoco il rifiuto totale, dato che Hamas non si degna nemmeno di
chiamare Israele per nome, dato che seguita a condannarlo a morte? Come può
sfuggire a Prodi che l’elemento culturale è fondamentale, che legittimare il
fatto che bisogna odiare, rifiutare Israele, ripetere di continuo la propria
esecrazione, seguitare a chiamarlo entità sionista infetta la storia attuale e
di domani? Proprio due giorni fa Hamas se n’è uscita con un comunicato in cui
accusava appunto Abu Mazen di avere asservito le sue «milizie» ovvero la sua
polizia alle «forze di occupazione sionista» in quello che, certo con i suoi
limiti e le sue pecche, si caratterizza tuttavia come uno dei primi tentativi
della storia delle forze palestinesi di combattere il terrorismo. Perché anche
Arafat sbatté in galera molti uomini di Hamas, ma la pratica della porta
girevole fu immediatamente messa in atto. Impedire il terrorismo è l’unico vero
modo di cercare la pace: immaginiamoci che mille carte siano firmate. Se il
giorno dopo salta per aria un autobus, o peggio, sarà molto difficile che questo
possa essere chiamato pace, anche perché Israele reagirebbe immediatamente.
Hamas cerca di impedire quello che può essere un segnale innovativo e
determinante; è invece da dentro il campo arabo che questo deve avvenire per
avere un qualche significato, è da là che si deve avvertire il segnale che può
spiegare ai sauditi e agli altri che sta suonando il gong della storia. Basta
col rifiuto, deve dire questo suono, è l’ora di accettare che c’è qui un Paese
che chiede accoglienza dal 1948, e che è stato razzisticamente condannato
all’inesistenza.
L’organizzazione della conferenza di novembre ha una piccolissima possibilità di
avere un senso: che le forze interessate al terrorismo e alla destabilizzazione
abbiano un chiaro segnale che il mondo intero fa sul serio, compreso il mondo
arabo moderato, compreso l’Occidente nella sua interezza. Che senso ha in questo
momento che l’Italia si stacchi da questa fragile riva? Che si metta a predicare
l’accettazione di quelle forze che non sognano altro che uccidere e distruggere?
E poi, fino a che punto la violenza non di una guerra passata, ma presente e
chiara, può essere ammessa al nostro tavolo? Che cosa insegniamo ai nostri figli
se parliamo con Hamas che butta il cameriere subnormale di un ufficiale di Fatah
dal 13° piano e uccide nella sua guerra donne e bambini, ebrei e musulmani?
Dal GIORNALE del 15 agosto 2007, il commento di Fiamma Nirenstein sull'apertura
di Prodi ad Hamas.
Un governo, quello italiano... Un governo,
quello italiano, «allo sbando più totale», per di più su «una questione cruciale
come quella del rapporto con il terrorismo». Un governo che vuole trattare con
Hamas, con l'Iran e con Hezbollah, che sono «i nuovi nazisti di oggi». E Prodi
sta commettendo lo stesso tragico errore che fu commesso dall'Europa verso
Hitler: «Lo corteggiarono, illudendosi di contenere l'aggressione nazista» e ne
furono travolti. È netto e deciso il commento di Magdi Allam - vice direttore ed
editorialista del Corriere della Sera, i cui saggi sono ormai dei veri
bestsellers - sulle "esternazioni" del premier Romano Prodi a proposito di Hamas
e della necessità di "coinvolgerlo" nel processo democratico. Prodi scende in
campo per difendere Hamas. A quale scopo? Che cosa pensa di ottenere? «Questo
governo assume, a seconda delle circostanze, atteggiamenti contraddittori, che
non corrispondono ad un rapporto oggettivo e coerente con il valore fondante
della civiltà occidentale, ossia la sacralità della vita. Da parte di esponenti
di questa maggioranza ci si è esibiti in atteggiamenti pro e contro Hamas, in
modo altalenante, come se nei confronti di coloro che predicano e praticano il
terrorismo, che negano il diritto alla vita altrui e, nella fattispecie, negano
il diritto all'esistenza dello Stato di Israele, si possa assumere un
atteggiamento "relativizzato", condizionato da interessi faziosi e miopi».
Quindi questa scelta è condizionata da interessi politici nostrani, insomma
tutti italiani? «Sono interessi legati alla struttura del governo attuale, un
governo eterogeneo, conflittuale al suo interno, in cui la ricerca del consenso
finisce per far assumere posizioni dettate dall'interesse a compiacere l'ala più
radicale. Insomma, si cercano contropartite politiche, compiacendo i vari
sostenitori di Hamas - Rifondazione, Verdi, Comunisti - e si rilasciano
dichiarazioni irresponsabili, con l'obiettivo di essere il referente di questi
gruppi radicali». La reazione di Israele è stata di gelo, di freddezza, di
preoccupazione... «È una reazione assolutamente comprensibile. Quella di uno
Stato nel mirino del terrorismo islamico, che deve fronteggiare un gruppo
terroristico come quello di Hamas, il quale, ricordiamolo, nel suo statuto ha
messo nero su bianco l'obiettivo di distruggere Israele, e che si ritrova di
fronte un Paese europeo che accredita e legittima questi terroristi. Come non
preoccuparsi dinanzi a un simile atteggiamento? Più che di leggerezza, si tratta
di totale irresponsabilità, da parte del governo italiano, anche perché non è
solo Israele ad essere preoccupata, ma lo sono anche gli stessi palestinesi
moderati, l'Autorità nazionale palestinese che fa riferimento al presidente Abu
Mazen». E cosa succede a questa parte moderata palestinese? Ci sono rischi a cui
può essere esposta? «Se si sostiene Hamas, si delegittima, si indebolisce il
fronte dei palestinesi moderati. Ecco perché l'atteggiamento del governo
italiano è doppiamente irresponsabile. Hamas non ha esitato a scatenare una
guerra fratricida per imporre la sharia a Gaza, di cui loro si considerano gli
unici veri interpreti. Mostrando così di privilegiare il potere alla vita dei
propri fratelli palestinesi. La legittimazione di questi terroristi li
incoraggia a consolidare il proprio potere a Gaza e fuori. Se Hamas viene
"corteggiato", diventa un interlocutore inevitabile e necessario nel processo
negoziale. E si incoraggia Hamas, di fatto, a fare ciò che ha sempre fatto:
conquistare il potere attraverso il terrorismo». Qual è la strada da seguire,
invece? «Bisogna fare esattamente l'opposto: prendere le distanze da Hamas e
condannarlo per il terrorismo, per la negazione dello Stato di Israele, per il
rifiuto di sottoscrivere i trattati internazionali. Bisogna sostenere solo gli
interlocutori palestinesi schierati dalla parte del negoziato, della condanna
del terrorismo, del riconoscimento del diritto a esistere di Israele. Prodi si
sta comportando come i leader europei che, con il clima di Monaco del 1938, si
illusero di poter scendere a patti con Hitler. Del resto Hamas, Iran, Hezbollah
sono i nuovi nazisti e fascisti islamici che un'Europa - che non ha imparato la
lezione della Storia - vuole blandire e dominare , rischiando di finirne sotto
il tallone».
Da LIBERO del 15 agosto 2007, un'intervista di Caterina Maniaci
a Magdi Allam sull'apertura del governo italiano ad Hamas.
Jean Baptiste Colbert
Politico francese. Entrò nel 1645 al servizio del ministro della Guerra Le Tellier e divenne nel 1651 segretario di Mazzarino. Entrato nel 1661 nel consiglio reale, accumulò le cariche di sovrintendente alle costruzioni e manifatture, controllore generale delle finanze, ministro della Casa reale e della Marina. Fu capo dell'amministrazione, centrale dello Stato sotto il Regno di Luigi XIV. Cercò di riorganizzare il sistema tributario e di ridurre il deficit con una vigorosa lotta contro sprechi e corruzione. Protesse l'industria agevolando le importazioni di materie prime e ostacolando quelle di manufatti con una elevata tariffa doganale. Fondò manifatture nazionali, potenziò la marina mercantile e istituì le Compagnie delle Indie Orientali e occidentali.
La politica di Golbert è considerata una delle più genuine interpretazioni del mercantilismo, una politica economica che prevalse in Europa dal XVI al XVIII secolo, basata sul concetto che la potenza di una nazione sia accresciuta dalla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni
IL Fisco
L'arte della tassazione consiste nello spennare l'oca in modo da ottenere il maggior numero possibile di piume col minor numero possibile di strilli
Articoli tratti da "Il Sole 24ore"
Frédéric Bastiat
Nato nel dipartimento delle Landes, nel sud-ovest della Francia, visse fino al 1844 quasi ritirato nella sua provincia. Dal 1844 al 1850, spiegò una frenetica attività di politico, di giornalista e di scrittore di economia. Fu un piccolo proprietario agricolo con mente alla modernizzazione della attività agricola, alla sua gestione ed ai commerci. Liberale in politica prese parte alle iniziative locali duranti i moti del 1830, fu numerose volte candidato a diverse elezioni, fu deputato nazionale più di una volta e, particolarmente, alla Costituente del 1848. Si battè per la libertà nei commerci internazionali, per la riduzione dello stato e delle sue spese, per la partecipazione delle donne alla politica, contro le avventure coloniali, per la libertà delle associazioni operaie. Avverso al socialismo ed al protezionismo, sostenne che libertà e proprietà privata avrebbero spinto inevitabilmente il capitalismo non solo verso una maggiore ricchezza ma anche verso la giustizia sociale.
La Politica
Lo Stato ha per missione il compito di rischiarare, sviluppare, ingrandire, fortificare, spiritualizzare e santificare l'animo dei popoli. Lo Stato è quella grande finzione per mezzo della quale tutti quanti si sforzano di vivere a spese di tutti quanti.
Articoli tratti da "Il Sole 24ore"
Al-Qaida o modernità. Il fondamentalismo islamico nasce dalla frustrazione verso l'occidente. E per questo è perdente.Votati alla sconfitta. Come i nazisti.
In Irak ed in Afghanistan i terroristi fanno più vittime tra i mussulmani che tra gli stranieri. I popoli dell'area pagheranno un prezzo immenso per questo progetto suicida.
Per un certo aspetto gli islamisti sono indubbiamente uomini del Ventunesimo secolo.
Nella comprensione dei media sono ben più avanti dei loro predecessori. Sebbene già alcuni discepoli del terrore abbiano fatto in passato affidamento sulla «propaganda attraverso l'azione», mai avevano ottenuto l'attenzione mondiale avuta ai giorni nostri da un gruppo nebuloso come al-Qaida. Addestrato con la televisione, l'informatica, Internet e la pubblicità, il terrore islamico raggiunge oggi indici d'ascolto maggiori di. qualsiasi campionato mondiale di calcio. In scena i massacri che più gli interessano, come un abile allievo di Hollywood, secondo il modello dei film catastrofici, degli splatter e dei thriller fantascientifici. Anche in questo mostra così la sua dipendenza dall'odiato Occidente. Nelle produzioni mediatiche dei terroristi riappare la société du spettacle, come l'hanno chiamata una volta i situazionisti. Ancora più ricco di conseguenza e tuttavia l'utilizzo strategico dell'attacco suicida, un'arma invincibile che non può essere scovata da alcun satellite spia e può entrare in azione praticamente ovunque. Che l'energia distruttiva delle azioni islamiste si riversi prevalentemente contro i mussulmani non è ne un errore tattico ne un "danno collaterale", contrariamente a quanto sembri pensare l'occidente. In Iraq, come in Afghanistan, il numero delle vittime musulmane oltrepassa di gran lunga quello degli stranieri.
Oltre a ciò il terrore ha danneggiato gravemente non solo la reputazione dell'Islam ma anche le condizioni di vita dei suoi seguaci in tutto il mondò. Questo disturba tanto poco gli islamisti, quanto poco la rovina della Germania interessò i nazisti. Come avanguardisti della morte, sono ben lontani dal prendere in considerazione la vita dei loro correligionari. Agli occhi dell'islamista, il fatto che la maggior parte dei musulmani non abbia alcuna voglia di farsi saltare in aria
insieme agli altri mostra solamente come essi non meritino nulla di meglio che di venir liquidati. Gli esperti di mezzo mondo, e non solo loro, si domandano le ragioni del successo del movimento islamico nel reclutare così tanta gente con le proprie promesse. Non pare che vi sia una risposta chiara, ma certamente i motivi devono risalire alla storia della civiltà araba, da cui è scaturita la religione mondiale dell'Isiam. Quella cultura raggiunse il suo massimo splendore al tempo del califfato. Quest'epoca, lontana ormai ottocento anni nel mondo arabo viene mitizzata e ancora oggi occupa un posto centrale nella sua coscienza. Da allora la potenza, il prestigio e il peso culturale ed economico di questo mondo sono andati continuamente scemando. Non è facile mettersi nei panni di una comunità che ha vissuto una simile decadenza, protrattasi per centinaia di anni. Non stupisce che di ciò venga additato come responsabile un mondo esterno e ostile, costituito da spagnoli, crociati, mongoli, ottomani, dalle potenze coloniali e dall'impero americano.
Non è solamente l'inferiorità militare nei confronti del mondo Occidentale che viene avvertita come pesante offesa narcisistica. Ancora peggior, è la dipendenza materiale e intellettuale. Negli ultimi quattrecento anni gli arabi non hanno prodotto alcuna invenzione degna di nota. Per qualsiasi àrabo che rifletta sulla cosa, ogni oggetto da cui dipende la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni presa di corrente, ogni cacciavite, per non parlare dei dei prodotti ad alto contenuto tecnologico, rappresenta una tacita umiliazione.
Il mondo arabo si è poi mostrato ugualmente improduttivo per quanto riguarda le sue istituzioni politiche. Dappertutto sono fallite le forme di nazionalismo e socialismo importate dall'estero e ogni movimento democratico viene soffocato sul nascere, In molti Paesi arabi, chi esprime pensieri autonomi mette a rischio la propria vita. Per questo i migliori scienziati, tecnici, scrittori e pensatori politici, vivono in esilio all'estero. Una fuga di cervelli del tutto paragonabile all'emigrazione delle élite ebree dalla Germania degli anni Trenta, che dovrebbe avere uguali conseguenze nel lungo periodo. Se è vero che i metodi repressivi tipici degli stati arabi, possono essere ricondotti alla tradizione: del dispotismo orientale, anche in questo tuttavia gli infedeli si sono mostrati indispensabili maestri. Hanno inventato ed esportato tutte le armi, dalla mitragliatrice al gas velenoso, utilizzate nel mondo arabo-islamico, I governanti arabi al potere hanno inoltre studiato e adottato i metodi della Gpu e della Gestapo. Senza questi prestiti anche il terrore islamico, naturalmente, non riesce a cavarsela. È evidente che una tale vasta dipendenza venga percepita come difficilmente tollerabile. In particolare nel caso degli emigrati senza radici il confronto con la civiltà occidentale, indipendentemente dalla loro situazione economica, rappresenta un contìnuo shock culturale.
Di fronte a questa situazione, l'offerta degli islamisti di punire gli altri per il proprio fallimento costituisce per mol-
ti una tentazione irresistibile. L'islamismo non è interessato a trovare una soluzione per il mondo, arabo esso si esaurisce nella pura negazione. Strettamente parlando si tratta di un movimento impolitico, perché non solleva alcuna richiesta negoziabile. In pratica si augura che la maggioranza degli abitanti di questo pianeta, costituita da infedeli e rinnegati, si arrenda o venga uccisa.
Un tale ardente desiderio è inesaudibile. Certamente l'energia distruttiva dei perdenti radicali è sufficiente per ammazzare migliala, forse decine di migliala di innocenti e per causare danni persistènti alla civiltà cui hanno dichiarato guerra. Un segno dell'efficacia di qualche dozzina di bombe umane sono i controlli quotidiani cui il mondo si e abituato.
Ma questa é l'ultima delle perdite di civiltà causate dal terrorismo. Esso può creare un clima generale di ansia capace di scatenare reazioni paniche. Accresce il potere e l'influenza della polizia politica, dei servizi segreti, dell'industria di armi e delle società di sicurezza private. Incoraggia l'emanazione di leggi sempre più repressive e causa la perdita dei diritti civili conquistati nel tempo.
Non c'è bisogno di alcuna teoria del complotto per notare che esistono persone felici di accettare simili conseguenze del terrore. Non c'è niente di meglio che un nemico esterno per giustificare l'apparato di controllo è di repressione. L'esempio della politica interna russa mostra dove porti tutto questo. L'islamismo può registrare tutto ciò come un successo.
Ma questo non, cambia nulla circa gli effettivi rapporti di forza. Persino la spettacolare aggressione al World Trade Center non ha potuto scuotere il predominio degli Stati Uniti; la borsa di New York ha riaperto il lunedì successivo all'attacco; le conseguenze a lungo termine per il sistema finanziario internazionale ed il commercio mondiale sono state minime.
Di contro le ripercussioni per le società arabe sono fatali perchè le conseguenze devastanti non le dovrà subire l'Occidente, bensì quella religione mondiale nel cui nome agisce l'islamismo. Di questo non dovranno soffrire solamente i profughi, i rifugiati politici e gli emigrati. Interi popoli saranno costretti a pagare un prezzo immenso, al di là di ognì senso di giustizia, per le azioni di chi si è arbitrariamente nominato loro rappresentante.
L'idea che il terrore possa migliorare le loro prospettive future, peraltro già pessime, è assurda. La storia non offre
alcun esempio sulla capacità di sopravvivenza di una società in regressione, intente a strangolare il proprio potenziale produttivo.
Il progetto dei perdenti radicali consiste nell'organizzare il suicidio di un'intera civiltà, come accade oggi in Iraq e in
Afghanistan. Che riescano ad allargare a dismisura il loro culto per la morte, è tuttavia improbabile. I loro attacchi
rappresentano un rischio di fondo permanente, come i quotidiani incidenti automobilistici a cui ci siamo abituati.
Ma una società planetaria che produce in continuazione perdenti dovrà abituarsi a convivere con questo rischio.
Hans Magnus Enzensberger
(Traduzione di Alessandro Melazzini)
Articoli tratti da "Il Sole 24ore"
L'Iran armato ci ricorda eventi di qualche anno fa.
Il governo iraniano sta tentando di sviluppare l'equipaggiamento necessario allo sviluppo di una bomba nucleare e di un
missile balistico a testata nucleare in grado di raggiungere paesi europei, fra cui Italia e Austria. Lo scrive il quotidiano britannico "The
Guardian", citando un rapporto d'intelligence di 55 pagine, datato primo luglio 2005, che è stato preparato con materiale raccolto dai servizi di Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles.
La prossima generazione degli Shabab (questo il nome dei missili) dovrebbe essere capace di raggiungere l'Austria e l'Italia.
Il rapporto citato dal "Guardian" afferma che l'Iran conduce con successo una campagna acquisti in Europa per procurarsi l'equipaggiamento necessario alle proprie ambizioni nucleari. Il rapporto elenca numerose compagnie e istituzioni iraniane coinvolte nella corsa al riarmo e fornisce "dettagli sulla crescente determinazione di Teheran a perfezionare un missile balistico capace di portare testate militari ben oltre i suoi confini". Al momento l'Iran si sta concentrando sull'obiettivo di ampliare la portata del suo missile Shabab-3, che ha una gittata di oltre 1200 chilometri e può raggiungere Israele.
Il rapporto riferisce che anche Siria e Pakistan stanno comprando tecnologie e agenti chimici per sviluppare programmi missilistici e arricchire l'uranio; Si accusa la Russia nella corsa agli armamenti in Medio oriente, e si esamina la parte svolta da compagnie di facciata cinesi nel programma nucleare nord-coreano.
Il rapporto ; di "The Guardian" è insomma l'equivalente di tanti altri che abbiamo letto negli anni che precedettero la guerra in Iraq. Lo annotiamo a futura memoria, casomai ci ritrovassimo in una situazione similare a quella che abbiamo poi conosciuto nel 2002.
Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"
Lavori irregolari: la Cina finisce sotto tiro.
I lavoratori irregolari e, spesso, anche clandestini; bambini che, anziché a scuola, passano le giornate in fabbrica;
donne agli ultimi giorni di gravidanza alle prese con macchinari spesso in funzione senza regole anche di notte. Per non parlare di contributi o premi assicurativi, pressoché ovunque inesistenti. E' la realtà di molte aziende cinesi in Italia, così come emersa dall'"Operazione Marco Polo 2" condotta tra il 7 e il 18 novembre scorso da 700 uomini tra carabinieri e ispettori del lavoro, Inps e Inaii in 15 province, e presentata dal sottosegretario al Lavoro, Roberto Rosso. Su 480 aziende ispezionate (di piccole e medie dimensioni, attive nel tessile, manifatturiero e ristorazione), 394, pari all'82%, sono risultate a vario titolo irregolari; i lavoratori trovati al lavoro sono stati 2.633, 1.495 (57%) dei quali irregolari: di questi, poi, 502 (34%) erano clandestini. Ma tra i macchinari sono stati trovati anche 22 minori, di cui 5 senza premesso di soggiorno. Così che alla fine sono stati compiuti 69 arresti, emessi 473 provvedimenti penali e 4.349 amministrativi, con
sanzioni per oltre 654mila euro e recupero di contributi e premi per circa 1,7 milioni di euro.
Inoltre, sono stati sequestrati 18 dei locali ispezionati a causa delle condizioni igieniche e di sicurezza. "Siamo di fronte - ha detto Rosso - al tentativo, in atto ormai da almeno 10 anni, di portare in Italia non solo materiale contraffatto
prodotto in Cina, ma importare lo stesso processo di produzione cinese. E lo dimostra il fatto che questa realtà emerge non solo in Regioni dove si concentra la produzione tessile, come la Toscana, ma anche in Lombardia, fatto in passato difficilmente ipotizzabile". Molto si è detto in questi anni sul ruolo dell'economia cinese sul lavoro italiano e sulla nostra competitivita. L'"0perazione Marco Polo 2" è probabilmente un metodo giusto per affrontare questo problema al di la del dibattito sulle barriere doganali. Forse per l'economia italiana e per il nostro sistema di controlli l'invasione dei prodotti cinesi e il tipo di concorrenza che giunge dall'Oriente devono essere affrontati proprio seguendo lo sviluppo della tutela del lavoro dei cinesi nel nostro paese. Fausto Bertinotti, che in questi giorni sarà in visita dai compagni cinesi, se ne è già accorto e ha messo le mani avanti: la Cina non è un paese comunista. Sarà.
Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"
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