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Chi ha visto la sala Zuccari di Palazzo...

di Riccardo Bruno - La Voce Repubblicana del 15/11/2008

Chi ha visto la sala Zuccari di Palazzo Giustiniani in occasione della presentazione del libro di Paolo Soddu, “Ugo La Malfa, il riformista moderno” (Carocci editore) colma di dirigenti e militanti del Pri del secolo scorso, si sarà pur chiesto se la personalità di Ugo La Malfa sia stata portatrice di una idealità politica (peraltro irrisolta nella vita italiana) o se invece possa essere tranquillamente archiviata nei capitoli più importanti della storia del paese, e ridotta dunque a puro oggetto di culto e ricerche. Questione non proprio secondaria.
Dalle testimonianze ascoltate, si comprende come il tratto dominante del carattere del leader repubblicano fosse la passione politica concreta. Un tratto che forse merita dei prosecutori, più che degli studiosi. Perché se La Malfa, oltre che oggetto della riflessione storica - questa di Soddu è la terza biografia lamalfiana pubblicata dopo la sua morte, forse la più consistente, viste la minuziosità della ricerca e la ricchezza delle fonti - rappresenta uno snodo cruciale del repubblicanesimo, ecco che egli resta una fonte di ispirazione ideale. Certo, può accadere che, avendo ammiratori a destra come a sinistra, siano proprio la destra e la sinistra a recepirne le istanze e a portarle avanti. Ma nessuno può escludere che destra e sinistra non siano strutturalmente e ideologicamente adatte a seguire la lezione lamalfiana; preoccupandosi, piuttosto, di neutralizzarla e metterla a lato, nonostante i grandi sforzi culturali "degli uomini migliori del paese" che qualche illustre personalità è pronta nobilmente a compiere.
In ogni caso una serata riuscitissima, quella in cui si è discusso del libro di Soddu con grandi oratori: Giuseppe Galasso, Paolo Savona, Antonio Maccanico. Alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Dei figli dello statista, Luisa e Giorgio. Della nuora Daniela. Del segretario del Pri Francesco Nucara. Di dirigenti del partito e di studiosi benemeriti. Di imprenditori come De Benedetti e di giornalisti come Scalfari. E chiediamo scusa se l'elenco, pur così lungo, è ancora incompleto. Serata riuscita ma con una mancanza: vale a dire l’assenza dello scontro politico che si è consumato “con” e “su” Ugo La Malfa. A tutti appare netto e chiaro l'impegno antifascista della sua esperienza azionista. Ma il dopoguerra di Ugo La Malfa è di frontiera. Saldo alleato della Dc, La Malfa aprì ai socialisti di Nenni. E questo provocò uno sconvolgimento nel Pri, tanto da portare Randolfo Pacciardi ad uscire dal partito. Poi aprì al Pci di Berlinguer. E questo gli costò gli improperi di Indro Montanelli. Infine una posizione di chiusura nei confronti del Pci lo costrinse a sopportare gli strali di Eugenio Scalfari.
Fa piacere che ora Scalfari ne rimpianga la personalità e la statura, ma non sappiamo se questo sia sufficiente ad assolverlo per quello che scrisse quando La Malfa si accingeva ad entrare nel governo Andreotti come vicepremier.
E ora una domanda: perché una personalità con le qualità e la vocazione di Ugo La Malfa scelse di svolgere la sua azione in un partito minore, piuttosto che emergere, dati i titoli che gli erano riconosciuti già all’epoca, in un grande o medio partito di massa? La Malfa non era un mazziniano in senso stretto, come pure qualche storico improvvisato dell'azionismo può pensare. Anzi, la sua formazione intellettuale si spingeva molto al di là del Risorgimento e dei suoi miti. Seguace dell'esperienza di Keynes in economia, La Malfa aveva come stella polare Giovanni Amendola in politica. La sua preparazione economica fu una risorsa fondamentale per un paese che doveva ricostruirsi dalla crisi del disastro bellico.
Se La Malfa, consumata la frantumazione dell'azionismo, avesse fatto come Gudio Carli, entrando appunto in un grande partito, avrebbe avuto una vita più facile. Ma egli temeva che in un partito di massa le verità scomode che andavano dette al paese non sarebbero state recepite; o, peggio, sarebbero state messe in ombra. Appariva scomodo dire che servivano l'intervento dello Stato e la programmazione perché una parte del paese, il Mezzogiorno, era troppo arretrata per sperare negli effetti del libero mercato - come ha ricordato Giovanni De Luna nella sua relazione - tanto che il mondo liberale gli si rivoltò contro. Altrettanto scomodo dire ad un paese in piena orgia consumistica che sarebbe stato necessario privilegiare gli investimenti in infrastrutture. Insomma, il piccolo partito - e La Malfa conquistò il Pri come Cesare conquistò l'amore di Roma - gli era funzionale nella ricerca di soluzioni innovative e di equilibri più avanzati.
Tornando all’oggi: potranno il Partito democratico di Veltroni o il Popolo della libertà di Berlusconi svolgere un’azione paragonabile a quella che La Malfa portò avanti con la sua azione politica? O assomiglieranno, con il profilo conservativo delle funzioni loro proprie, più al passato Pci o all'altrettanto passata Democrazia cristiana? Se il futuro del paese prevede solo due grandi partiti di massa, dove si può dunque trovare e mettere in pratica un'eredità come quella di La Malfa?
E' vero che c'è chi pensa che del Partito repubblicano si possa fare una fondazione all'interno di uno dei soggetti principali del bipartitismo. Ma questo sembrerebbe più un mausoleo alla memoria di una tradizione estinta che una scelta di uomini liberi. E cos’era Ugo La Malfa? Una via propedeutica all’estinzione? Se qualcuno lo pensa, lo dica. Non su queste pagine, però.

Tratto da http://www.politicaonline.net

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Sono sagge parole...

Sono sagge parole; intenti lodevoli, proposte condivise.
Io personalmente ritengo che il P.R.I. debba esistere come partito,
laddove le condizioni citate dal nostro segretario esistono.
In Romagna è facile, così come in Sicilia, Calabria, Marche, e poche altre realtà.
Laddove la memoria del popolo non ha conosciuto il patibolo dei Papi, però, la
consistenza dei repubblicani resta labile e difficoltosa.
Non sono d'accordo nel ritenere che una cosa diversa dalla struttura partitica
possa essere considerata vacua.
Il Circolo Italiani Europei di D'Alema, la Fondazione La Malfa, e tante altre iniziative,
al di fuori o dentro i partiti, trovano contributi e svolgono eccellenti attività.
L'ho scritto a Riccardo Bruno e al sanguigno Valbonesi.
Se mi trovate fuori posto fatemelo sapere.

Renato Traquandi
Tratto da: www.nuvolarossa.org del 12/11/2008


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I nodi da sciogliere

Il futuro del Pri: tra partito e circolo esoterico
di Francesco Nucara

Nell'ultima Direzione Nazionale si è posto il problema del "Che fare" rispetto allo scenario che in questo momento si sta sviluppando nella politica italiana.
Il tema riguardava e riguarda il futuro del partito. Il segretario in quell'occasione ha posto e si è posto un quesito a cui tutti insieme dovremo dare risposta.
Non vorremmo che qualcuno, forse strumentalmente o forse no, avesse male interpretato le sue parole e, invece di ragionare sul "Che fare", ha pensato bene di dedurre, con estrema sintesi: "La porta è aperta per chi se ne vuole andare".
E' il dramma storico di un partito che dovrebbe essere laico ma di fatto non lo è. Non siamo membri di una bocciofila. Siamo un partito che "deve" prendere decisioni collettive, sintesi di ragionamenti corali.
E invece qualcuno, pur avendo espletato attività politica nel nostro partito per qualche decennio, si limita a dare risposte banali, egoiste, superficiali e talvolta interessate.
Il segretario, nella sua breve relazione, ha posto un problema che riguarda il futuro di tutti noi: nell'attuale situazione politica c'è spazio per far vivere in modo autonomo le idee repubblicane?
Ordunque, atteso che per le idee, per qualunque idea, c'è sempre spazio, ci si pone il problema se c'è spazio per l'idea repubblicana come ragionamento politico collettivo e non come spazio culturale. Trattasi, come si vede, di un'altra cosa.
La Direzione nella sua stragrande maggioranza ha cominciato a dare le prime risposte esprimendo una chiara volontà su un PRI nettamente autonomo all'interno dello scenario politico italiano.
Questo va bene, sebbene l'essere stati colti di sorpresa abbia potuto portare a risposte emotive. Lo vedremo nei prossimi mesi durante il Consiglio Nazionale e l'eventuale Congresso in primavera.
I dubbi che animano le nostre coscienze in questo periodo sono ben forti e non desideriamo avere belle risposte, ma risposte ragionate.
Un partito, qualunque partito, ha bisogno di idee, di programmi, di progetti, di una propria storia, di una propria visione dell'avvenire. Senza questa dote ci sono solo partiti di cartone. Questa dote però non basta. Abbiamo bisogno di una struttura organizzativa, supporti finanziari, voglia di battagliare, partecipazione attiva, coinvolgimento nella risoluzione dei problemi associativi. Senza queste condizioni rischieremmo di essere un partito di cartone o poco più di un circolo esoterico.
Prima di dare risposte è necessario pensare a tutte queste cose. E' la semplice voglia di aprire un dibattito nel partito, e non solo tra i suoi dirigenti, che ci condurrà fatalmente verso un Congresso.
La risposta poco impegnativa che abbiamo ricevuto ci pare poco convincente.
La stessa "Voce" non ha ricevuto grandi contributi in proposito. Eppure era stato chiesto di allargare il dibattito. Il nodo c'è, vediamo di scioglierlo tutti insieme.
Se dovessimo prendere ad esempio la situazione di Cervia, in cui l'assemblea ha deciso di considerare finita l'esperienza di sinistra (e chi non è d'accordo lascia il partito) dubiteremmo, e molto, sulla coesione di un partito che voglia continuare a esistere come tale.

Roma, 11 novembre 2008
Tratto da: www.pri.it


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Nessuno pensa di sciogliere il P.R.I...

Nessuno pensa di sciogliere il P.R.I. e nemmeno di andarsene. Il solo fatto di aver detto - papale, papale - che potrebbe ESISTERE QUESTA POSSIBILITA, è, e resta, solo un modo di ragionare, su cui discutere.
Le scelte della vita sono tante; che possano essere giuste o sbagliate stà nei fatti successivi la prova.
De Carolis e Castagnetti sono UNA prova vivente che l'aver percorso quelle due strade ha fatto sì che
tornassero all'ovile.
Una discussione, un dibattito, sul che cosa fare, è certamente condizionato anche dalle radici storiche in cui colui che quella scelta deve fare vive.
In Romagna, dove le angherie papaline hanno lasciato nei secoli trascorsi, c'è il segno indelebile oggi
dal PRI BEN rappresentato, a Forlì, a Rimini, a Ravenna.
Arezzo è la città del Viva Maria, del popolo contadino e analfabeta facile preda delle superstizioni e dell'aiuto de La Provvidenza. Lo scarno successo dei primi anni ottanta è dovuto ai maneggi di qualcuno più che alla convinzione dei più e Valbonesi lo sa bene.
Anche la rinascita della sezione del PRI ad Arezzo nel 2001, aveva secondi fini, mancati i quali, coloro che mi avevavno affiancato due anni fa se ne sono andati, sperando nelle promesse imprenditoriali loro fatte dal sindaco Fanfani.
Che dire poi dell'atteggiamento di Sansepolcro?
So da Governi che non hanno rinnovato il tesseramento e che votano Partito Democratico.
Io, per restare repubblicano, sono tesserato a Firenze.
Allora!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Se oggi il partito repubblicano italiano ha due parlamentari a chi lo deve?
Era forse meglio fare scelte differenti? Perchè questo tanto non viene suonato?
Le idee restano ideee, ma la borsa e la pancia giocano il loro ruolo.
Valbonesi scenda dal tronfio piedistallo su cui stà, faccia un gran sospirone,
e poi, senza retorica, ma con il pragmatismo di cui è capace, torni a deliziarci con il suo sapere.
Più di una volta i soloni del P.R.I. si sono eretti a giudici: nel 1963, al congresso di Genova, fu presa una decisione; fu giudicata errata, da Spadolini, e dagli stessi romagnoli, nel 1980, e Pacciardi fu accolto con tutti gli onori nel Partito che suo era sempre stato.
Con tanti, ma tanti, saluti fraterni.

Renato Traquandi
Tratto da www.nuvolarossa.org dell’8/11/2008


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Le prospettive del Pri - Si può rimanere repubblicani sciogliendosi in altri schieramenti?

La forza di lottare da una posizione di minoranza

Il segretario regionale del Pri dell'Emilia Romagna interviene nel dibattito, apertosi da tempo su queste colonne, sulle prospettive del Pri.
di Widmer Oliviero Valbonesi
Può sopravvivere il Pri nella contingenza politica attuale in cui il sistema politico sembra incardinarsi in un bipolarismo che tende al bipartitismo? La nascita del Pd e del Pdl rispondono alle tradizioni ideali, storiche e politiche, di quella cultura laica, repubblicana, liberaldemocratica che affonda le sue radici nel Risorgimento italiano?
Se si risponde a quest'ultima domanda in modo negativo, come tutti i comportamenti lasciano capire, essendo Pd e Pdl due partiti costruiti per la conquista del potere e non certo partiti con una cultura di governo fondata sull'interesse generale, allora è semplice anche la risposta alla prima domanda: il Pri deve sopravvivere per la prosecuzione di un'idea, ma anche perché quell'idea serve l'interesse generale del paese.
Qualcuno pensa che si possa fare del Pri una Fondazione e poi sciogliersi nel Pdl; altri che occorra farlo verso il Pd. Dico subito che si può andare nel Pdl o nel Pd individualmente, ma nessuno si illuda che si possa liquidare il Pri, almeno fino a quando ci sono repubblicani che vogliono rimanere tali. Se qualcuno non se la sente più di combattere se ne vada, le porte sono aperte, ma nessuno può pensare di portarsi appresso la casa. E si può rimanere repubblicani anche dentro i due partiti? Si illudono coloro che pensano di essere ex Pri e rimanere repubblicani.
Dove? Dentro il Pd, che vorrebbe essere il nuovo partito riformista sintesi delle tradizioni riformatrici del nostro Paese? Non è possibile, perché o si è repubblicani o si è un ibrido (comunista, socialista, liberale, cattolico). Non si può essere repubblicani e rivendicare la tradizione risorgimentale e poi essere una macedonia di tradizioni, alcune delle quali hanno addirittura combattuto il Risorgimento. E poi sarebbe anche un approccio sbagliato al nuovo partito, se ognuno degli iscritti al costituendo soggetto riformista parlasse in virtù delle proprie origini e non della nuova casa politica.
Dove? Dentro il Pdl, in cui permangono posizioni nazionaliste, localiste, populiste e clericali?
Le tradizioni possono rimanere nel cuore degli uomini e delle donne che le sentono; ma sopravvivono e si trasmettono solo se si è disposti anche ai sacrifici organizzativi e personali per tramandarle. Ed è un sacrificio condurre una battaglia di minoranza in un soggetto come il Pri che ha il titolo e l'eredità storica del repubblicanesimo italiano, titolo dato anche da personaggi che qualcuno intende rivendicare a simbolo della propria testimonianza politica.
Mazzini, Saffi, Ugo La Malfa e Spadolini hanno operato e sono morti dentro il Pri consapevoli del ruolo che la storia aveva loro affidato. Non sono andati sotto la bandiera altrui per testimoniare la loro fede repubblicana.
E lo hanno fatto col coraggio di far vivere una dialettica politica, non di andarsene quando il loro punto di vista era minoritario: lottavano anche duramente, ma dentro il Partito repubblicano.
La crisi della politica richiede un confronto alto delle idee; la tradizione repubblicana e liberaldemocratica non può vivere come testimonianza individuale: deve trovare espressione politica vera.
Fino a che uomini e donne rimarranno nel Partito repubblicano, nessuno di coloro che andrà altrove si illuda di poter rivendicare la nostra gloriosa tradizione.
Quindi, se qualcuno pensa che non possa esistere più una cultura repubblicana attraverso una forza repubblicana autonoma, e confondesse la dignità di una posizione politica - che pur se in alleanza può essere garantita - con l'opportunismo individuale, si sbaglia.
Come si può parlare di rispetto dell'avversario se non si ha rispetto delle proprie origini e di coloro che le coltivano?
Quello che lo storico della letteratura Francesco De Sanctis indicava come il soggetto da cambiare attraverso "la riforma morale risorgimentale", ai giorni nostri si è trasformato nel classico "ometto" che tira a campare, chiuso nel suo scetticismo, che si ritira in un limitato orizzonte incapace di gesti generosi come l'orgoglio di lottare in minoranza.
Quando si cita Ugo La Malfa, ad esempio, si sappia almeno che andò sempre controcorrente, perché ricco di quelle virtù morali che solo chi rimane coerente con se stesso può mantenere.
Per fortuna ci sono ancora repubblicani che, pur divisi sullo schieramento, sono ancora capaci di serrare le file sull'appartenenza, pronti a riprendere il cammino per la costruzione di quel polo laico liberaldemocratico che prima il congresso e poi il convegno di Milano avevano individuato. E che occorre portare avanti con determinazione. E chi non ci sta si collochi dove vuole, ma lasci il testimone a chi vuole tenerlo alto.

tratto da http://www.pri.it - 7/11/2008



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La Direzione regionale eletta dal Congresso della Regione Liguria del 9 Febbraio 2008 è la seguente:


ALONGI Giuseppe
BARONE Antonio
BERARDI Dario
BERTUCCIO Paolo
CAMONITA Santino
CINTURA Antonio
CIPOLLI Romano
GHERSI Gianfranco
LABARILE Giovanni
LA MANNA Alfio
LUCARINI Carlo
MARTINELLI Alberto
MORINO Arnaldo
PARODI Massimo
PENNUCCI Cesare
PIANO Piero
POLVERINI Roberto
SERVIDEI Giovanni

Nella riunione dell’11 Febbraio 2008 la Direzione regionale ha riconfermato Presidente l’amico Alfio LA MANNA
Nella riunione del 25 febbraio 2008 la Direzione regionale ha attribuito le seguenti cariche:

SEGRETARIO POLITICO.: BERTUCCIO Paolo
ESECUTIVO:
ALONGI Giuseppe
LUCARINI Carlo
MARTINELLI Alberto
MORINO Arnaldo
PARODI Massimo
POLVERINI Roberto
SERVIDEI Giovanni

Nella riunione del 5 Marzo 2008 l’Esecutivo regionale ha attribuito le seguenti cariche:
CONSIGLIERE VICARIO.: PARODI Massimo
Consigliere che in caso di assenza od impedimento del Segretario Politico, agisce nell’ambito di specifiche deleghe rilasciategli di volta in volta dal Segretario Politico.

CONSIGLIERE ORGANIZZATIVO.: SERVIDEI Giovanni

CONSIGLIERE AMMINISTRATIVO e TESORIERE.: LUCARINI Carlo


Chiavari, 13 Marzo 2008
Il Segretario regionale
Paolo Bertuccio


 

 
 

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