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Oggi in Spagna, domani in Italia
Dei tre partiti antifascisti che conservarono la propria struttura durante tutto il ventennio, il Pri fu l'unico a non poter contare su appoggi di natura internazionale. Ma proprio questo permise ai repubblicani di superare la crisi esplosa negli "anni dei consenso". Fu grazie ad una completa indipendenza da ogni condizionamento di carattere internazionale, che gli esuli repubblicani poterono essere i primi a raccogliere l'appello lanciato da Carlo Rosselli nell'estate dei 1936: "Oggi in lspagna, domani in Italia!". Accorrendo in difesa della libertà della Spagna i militanti repubblicani rinnovarono un'antica tradizione garibaldina e resero onore al monito pronunciato da Eugenio Chiesa in punto di morte: "Soprattutto pensate all'azione". Ma la loro partenza non avveniva esclusivamente all'insegna di romantici impulsi emotivi. I repubblicani non accorrevano verso la Spagna alla ricerca di una "bella morte". Aveva infatti questa spontanea, non sollecitata risposta all'appello di Carlo Rosselli (con il quale, pure, essi avevano avuto polemiche assai dure), un profondo significato politico, giacché si accompagnava ad un ben più cauto atteggiamento dei partiti di massa, che solo dopo la morte del leader dei Pri Mario Angeloni si sarebbero decisi all'intervento. E proprio nel momento in cui con la travolgente avanzata nazista più oscuro si faceva l'orizzonte politico dell'Europa, si ricostruiva una solidarietà di forze democratiche che non a caso vedeva in prima fila i repubblicani e gli uomini di Giustizia e Libertà, un movimento che si richiamava, al pari del Pri, ai princìpi della democrazia risorgimentale. Dei resto una significativa conferma della centralità dei Pri nella lotta contro il fascismo verrà proprio dai partiti di massa che vorranno al comando dei Battaglione Garibaldi il repubblicano Pacciardi. Con la guerra di Spagna l'Europa si avvicina alla seconda guerra mondiale. Nel 1940 l'invasione nazista della Francia provocò la dispersione dei gruppo dirigente repubblicano. I contatti, già tanto precari e difficili, tra i diversi gruppi ancora operanti furono interrotti, e i militanti repubblicani si trovarono ad affrontare la dura realtà della guerra senza un centro operativo capace di unificare e dirigere la loro volontà di riscossa democratica. Di conseguenza, attorno al 1942, mentre in alcune regioni uomini delle vecchie e delle nuove generazioni confluivano nel Partito d'Azione, che venne visto quasi come un prolungamento di Giustizia e Llibertà e di un impegno unitario di cui per primi proprio i repubblicani avevano avvertito l'esigenza, in altre zone la base ritenne di non poter sacrificare l'autonomia politica del vecchio partito della democrazia risorgimentale ad un esperimento, generoso e suggestivo, ma destinato a cadere al momento della normalizzazione della vita politica. Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini furono con Cino Macrelli i più decisi a sostenere questa seconda soluzione. La loro volontà di ricostruire il Pri doveva dei resto trovare una prima conferma nelle ambiguità che vennero a manifestarsi in seno al partiti antifascisti dopo il Congresso di Bari dei gennaio 1944, che segnò il passaggio della coalizione antifascista dalla tesi della decadenza della monarchia a quella della tregua istituzionale, secondo una imposizione che veniva dai governi alleati, nessuno escluso.
Dalla Liberazione alla Repubblica
Dopo la liberazione di Roma il Pri non ebbe altra strada se non quella di ribadire la sua volontà di mantenersi estraneo al Comitato di Liberazione Nazionale, ma riconfermò la sua attiva presenza nei Cln provinciali delle zone occupate, nella convinzione che là dove si trattava di combattere i nazifascisti i repubblicani dovevano essere elemento di coesione e di unità. Tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 i repubblicani dettero il loro pieno contributo alla lotta di liberazione sia nelle brigate di Giustizia e Libertà sia nelle formazioni di partito, le Brigate Mazzini. Nell'Italia liberata la politica dei Pri si caratterizzò, invece, per una serrata denuncia dell'indirizzo seguito dai governi dei Cln: una denuncia che non si fondava soltanto sulla pregiudiziale repubblicana, ma traeva motivo dalla considerazione secondo cui non aver interrotto la continuità dello Stato monarchico, del quale era stata per di più mantenuta inalterata la struttura, significava porre il Paese in una condizione non facile rispetto agli Alleati che quella continuità avrebbero fatto valere sul tavolo delle trattative di pace. L'uscita dal conflitto mondiale poneva al Paese grandi e numerosi problemi. Il tessuto economico e sociale dell'Italia era stato troppo a lungo dilacerato dagli anni di guerra, soprattutto nel Nord, dove più cruento era stato lo scontro con le truppe nazifasciste, e dove molte vie di comunicazione erano saltate e molte industrie distrutte. La liberazione restituiva agli italiani, dopo venti anni di dittatura, la libertà di decidere il proprio destino di popolo civile, ma apriva interrogativi ai quali era difficile rispondere se prima non fosse stato definito il problema istituzionale. La posizione intransigente e radicale del Pri sulla questione istituzionale influì non poco a smuovere gli altri partiti che tutti, tranne il Partito d'Azione, sia pure con accenti e motivazioni diverse, si mostravano alquanto possibilisti nei confronti della monarchia. Ma i repubblicani avevano posto sul tappeto un problema fondamentale per il futuro del Paese, sul quale non erano possibili compromessi. E questa linea essi mantennero sino al referendum, rifiutando di partecipare a qualsiasi coalizione di governo, sostenendo che monarchia e fascismo erano a tal punto inscindibili che, fino a quando fosse stato in vita l'una sarebbe stato sempre presente l'altro. Avvicinandosi il referendum istituzionale, i repubblicani, certi della scelta dei popolo italiano, chiamarono le altre forze politiche a confrontarsi, fuori dei dogmatismi ideologici, su quale Italia si dovesse costruire. Nel febbraio del 1946 il Partito repubblicano dedicava i lavori dei suo congresso nazionale all'esame di un Progetto di Costituzione repubblicana dello Stato, elaborato da Giovanni Conti con la collaborazione di Tomaso Perassi durante l'occupazione nazista. Il Progetto riaffermava la necessità di uscire dalle formulazioni vaghe e generiche e indicava quali princìpi da porre a base dei nuovo patto costituzionale: "un mutamento dei rapporti sociali che renda possibile la moralizzazione della vita pubblica"; "la realizzazione dell'autogoverno effettivo della nazione"; "una democrazia realizzata come organizzazione di libertà locali e generali"; "il principio che la sovranità risiede nel popolo degli italiani". Il 2 giugno 1946 è la Repubblica. Il Partito repubblicano, che aveva guidato la battaglia per la Repubblica portava alla Costituente 23 parlamentari; nell'autunno gli eletti della lista della Concentrazione Democratico Repubblicana (nata dalla scissione del Partito d'Azione), Ugo la Malfa e Ferruccio Parri, riconoscendo nel Pri la forza politica che più di ogni altra rappresentava gli ideali di intransigenza democratica che erano stati alla base della nascita dei Partito d'Azione, entravano nel Partito repubblicano. Caduta la monarchia, i repubblicani accettarono per la prima volta di partecipare al governo della nazione assieme ai tre grandi partiti di massa: Cino Macrelli e Cipriano Facchinetti dovevano rappresentarli nel secondo ministero De Gasperi. La Costituente che deve elaborare la Carta fondamentale della democrazia italiana trova in prima fila i repubblicani, gli unici che già durante la Resistenza si siano posti il problema della costruzione dei nuovo Stato democratico. La scelta tra repubblica presidenziale e repubblica parlamentare avviene a favore di quest'ultima, quando l'Assemblea approva un ordine dei giorno presentato dal repubblicano Perassi. La nascita delle Regioni (che dovranno attendere oltre un ventennio per essere realizzate) quale riaffermazione dei princìpi dell'autonomia e dei decentramento contro lo Stato accentratore espressione dei regime monarchico e fascista, è sostenuta vittoriosamente da Giovanni Conti e da Oliviero Zuccarini contro lo stesso Partito comunista che allora si dichiarava contrario alle autonomie.
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