|
|
L'espressione della democrazia
Delle tre correnti politico-culturali che hanno caratterizzato l'evoluzione
dell'Europa e del mondo occidentale nel XIX e nel XX secolo: il pensiero
liberale, quello democratico e quello socialista, il Partito repubblicano
durante tutta la sua storia si è sempre sforzato di rappresentare l'espressione
della democrazia nel suo significato più pieno. Mentre i gruppi conservatori
aderirono tardivamente, senza alcun entusiasmo, al moto per l'indipendenza e
l'unità dell'italla, e per di più lo fecero nella speranza di poter annullare
quanto in esso vi era di progressivo sul terreno economico e politico, gli
uomini della democrazia repubblicana guardarono alla soluzione dei problema
nazionale come alla condizione essenziale perché il Paese potesse liberarsi da
uno stato di torpore e di indifferenza che stava spegnendo le sue energie, lo
allontanava dall'Europa e dai fermenti di progresso diffusi in tutto il
continente, ed in particolare in Francia e in Inghilterra. Questa esigenza
comune non impedì che all'interno della democrazia risorgimentale si
registrassero divergenze talvolta sensibili sulle strategie e sulle prospettive
stesse della lotta per l'unità nazionale. La concezione unitaria di Giuseppe
Mazzini si scontrò spesso con il federalismo di Carlo Cattaneo, mentre Carlo
Pisacane indicò soluzioni originali che si richiamavano più di quanto non
fosse nel pensiero di Mazzini e Cattaneo ai princìpi della democrazia diretta.
Al di là di queste differenze (che d'altra parte erano la necessaria
conseguenza dell'impegno, tormentato e al tempo stesso spregiudicato, con cui la
democrazia italiana ricercava le sue strade), l'unità del movimento si
ricomponeva non soltanto sul terreno dell'azione, ma soprattutto al più alto
livello ideale del rifiuto dello storicismo intransigente che doveva
caratterizzare tutto - o quasi tutto - il pensiero sociale dei XIX secolo, non
escluso quello marxiano. Mazzini e Cattaneo non negarono l'esistenza dei
conflitti sociali, riconobbero anzi che questi conflitti avevano influenzato il
corso della storia, ma respinsero con decisione l'idea che dalla loro esistenza
potessero ricavarsi leggi rigide che avrebbero vincolato in modo meccanico ed
esclusivo il futuro dell'umanità, senza tener conto dei caratteri distintivi di
ciascun popolo. Mazzini e Cattaneo rifiutavano anche le conseguenze che il
socialismo faceva discendere dalle costanti della lotta di classe: la dittatura
dei proletariato; e sostenevano che le istituzioni democratiche non potevano
esse stesse diventare strumento di oppressione di un gruppo sull'altro, ma
dovevano essere costruite in funzione della necessità di "incivilire"
la lotta politica, garantire, cioè, il libero confronto tra i diversi interessi
rappresentati all'interno della società. Partendo da queste premesse, si deve
riconoscere che l'associazionismo mazziniano esprime una linea di pensiero che
non sempre è stata divulgata felicemente con la pura e semplice ripetizione
della formula del "capitale e lavoro nelle stesse mani". Nella mente
di Mazzini questa formula non aveva nulla di assoluto, ma si legava ad una
concezione che non esclude né la libera iniziativa, né la partecipazione dello
Stato a quelle attività non gestite dai privati, e nello stesso tempo
riaffermava un'esigenza di democrazia anche all'interno delle strutture
economiche. L'associazionismo mazziniano, al di là delle formule, esprime la
convinzione che la costruzione della democrazia e lo sviluppo dell'economia sono
strettamente legati tra di loro e richiedono uno sforzo solidale di tutte le
classi sociali che abbia di mira, nello stesso tempo, una più equa
distribuzione della ricchezza e lo sviluppo della produzione. Ma qual era, in
conclusione, il tipo di Stato proposto dalla democrazia repubblicana? " La
Repubblica - afferma Mazzini rivolgendosi all'Assemblea Costituente della
Repubblica romana del 1849 - è conciliatrice ed energica. Il Governo della
Repubblica è forte. Quindi non teme: ha missione di perseverare intatti i
diritti e il libero compimento dei doveri d'ognuno. Il suo Governo deve avere la
calma generosa e serena, non gli abusi della vittoria. Inesorabile quanto al
principio, tollerante e imparziale cogli individui: aborrente dal transigere e
dal diffidare: né codardo né provocatore; tale deve essere un governo per
essere degno dell'istituzione repubblicana. Economie negli impieghi; moralità
nella scelta degli impiegati. Ordine e severità di unificazione e di censura
nella sfera finanziaria, guerra ad ogni prodigalità, attribuzione d'ogni denaro
del paese all'utile dei paese; esigenza inviolabile d'ogni sacrificio, ovunque
le necessità del paese lo impongano. Non guerra di classe, non ostilità alle
ricchezze acquistate, non violazioni improvvise o ingiuste di proprietà; ma
tendenza continua al miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e
volontà ferma di ristabilire il credito dello Stato e freno a qualunque egoismo
colpevole di monopolio, d'artificio o di resistenza passiva dissolvente o
procacciante alterarlo. Poche e caute leggi. Ma vigilanza decisa nell'esecuzione
".
Dopo l'unità d'Italia
Con il compimento dell'unità, il movimento della democrazia repubblicana venne
a trovarsi in una condizione di grave difficoltà, solo in parte determinata
dalla conclusione del moto risorgimentale, che aveva visto il prevalere delle
correnti liberalconservatrici raccolte attorno alla monarchia sabauda. Oltre che
da questi motivi, la crisi che colpì il movimento repubblicano all'indomani di
Porta Pia traeva origine in misura consistente dai meccanismi elettorali imposti
dal regime monarchico, i quali limitavano l'esercizio del diritto di voto a
poche centinaia di migliaia di privilegiati. In queste condizioni una forza
popolare, come quella rappresentata dai repubblicani, non poteva praticare altra
strada, se non quella dell'astensionismo elettorale. A prescindere da ogni altra
considerazione sui metodi con i quali i governi liberalconservatori, cui non
bastava la ristrettezza dei suffragio elettorale, usavano gestire le elezioni,
la partecipazione avrebbe comportato una divaricazione fra i vertici, che
inevitabilmente avrebbero dovuto tener conto degli interessi e degli umori dei
corpo elettorale, e la base dei movimento, le cui aspirazioni nulla potevano
avere in comune con quelle dei privilegiati ammessi al voto. Non di meno questa
scelta, pur essendo largamente giustificata da ragioni politiche e da ragioni
ideali, impediva ai repubblicani di esercitare in Parlamento il loro ruolo
naturale di forza riformatrice e nello stesso tempo contribuiva ad accentuare
quel senso di smarrimento che aveva colpito tutto il movimento alla morte di
Giuseppe Mazzini, avvenuta proprio nel momento in cui più aspra si era fatta la
polemica con gli internazionalisti, il cui rigoroso sovversivismo veniva oltre
tutto legittimato dall'indirizzo ciecamente conservatore dei gruppi dominanti.
Pur in presenza di tali difficoltà, acuite da uno stato di arretratezza del
Paese tale da non lasciare spazi ad un'azione che, proprio per essere
riformatrice, richiedeva un'opera paziente e di lungo respiro, che l'opinione
pubblica non sempre poteva essere in grado di valutare in tutta la sua
complessità, il movimento repubblicano seppe trovare un punto di equilibrio tra
le aspirazioni rivoluzionarie verso le quali tentava di sospingerlo la
monarchia, e l'inserimento nel regime, che lo avrebbe inevitabilmente portato a
svolgere una funzione subalterna rispetto agli interessi dominanti proprio perché
nel Paese mancavano forze capaci di sostenere adeguatamente il suo tentativo. I
repubblicani compresero di doversi preparare a svolgere un'opera lunga e
paziente per liberare, in primo luogo, il mondo operaio e contadino
dall'egemonia esercitata da ambienti conservatori incapaci di andare oltre la
pura e semplice filantropia. In altre parole bisognava abituare il proletariato
all'esercizio e alla tutela dei propri diritti, ma nello stesso tempo occorreva
evitare che lo spettro della Comune parigina potesse indurre anche i settori più
avanzati della borghesia a stringersi attorno alla corona e ai gruppi
conservatori da questa rappresentati. Fu così che, alla fine dei 1871, per
iniziativa dello stesso Mazzini, veniva fondato a Roma il Patto di fratellanza
tra le Società operaie. I repubblicani portarono nel Patto di fratellanza la
loro abitudine a confrontarsi con la realtà quale essa effettivamente è, e non
quale piacerebbe che fosse. Di fronte alla predicazione sovversiva dei nuclei
internazionalisti, questo rigoroso senso della realtà fu spesso scambiato per
espressione di un astratto solidarismo. In realtà, ai repubblicani non sarebbe
stato difficile lasciarsi andare all'entusiasmo dell'improvvisazione e
contrastare la crescita degli internazionalisti, facendo ricorso ai loro stessi
mezzi. C'è però da domandarsi, se così fosse stato, quali contraccolpi
avrebbe subito la vita dei Paese, la sua lenta evoluzione e, soprattutto, la sua
non ancora sperimentata unità. Per circa venti anni il Patto di fratellanza
rappresentò il punto di incontro - talvolta anche di scontro - di tutte le
forze più avanzate del Paese. Tra le sue lotte più significative va ricordata
quella condotta a tutela della dignità femminile; così come va sottolineato
l'impegno per la realizzazione delle prime strutture economiche del proletariato
italiano: quasi tutte le prime cooperative; quasi tutte le prime casse mutue e
di resistenza; quasi tutte le prime scuole popolari sono opera dei Patto di
fratellanza e furono dirette e gestite dagli stessi lavoratori, a differenza di
quanto accadde in seno alle organizzazioni cattoliche. Ma il Patto di
fratellanza non è l'unica realizzazione che i repubblicani abbiano portato a
termine in questi anni di lenta e difficile crescita, contraddistinti da un
senso di precarietà al quale i conservatori reagiscono opponendosi ad ogni
segno di apertura. La presenza repubblicana in questi anni si afferma nel Paese
attraverso una fitta trama di iniziative, per lo più condotte a livello locale,
che hanno lo scopo di mantenere vivi i contatti con la società civile. Il
movimento repubblicano non si limitava a svolgere una stanca predicazione
astensionista, né viveva sulla propaganda irredentista, che acquistava
consistenza e spessore politico con la denuncia del significato conservatore
della politica estera della dinastia, ma tentava di richiamare l'attenzione
della pubblica opinione sui problemi reali del Paese, ed in particolare sui
vincoli posti allo sviluppo da un sistema di governo in cui tutto concorreva a
far sì che le magre risorse nazionali fossero destinate alle spese improduttive
richieste dall'accentramento burocratico e dal militarismo. Con il passare degli
anni, e con il progressivo aprirsi della società alle esigenze di crescita
sociale ed economica, il compito dei repubblicani doveva diventare più facile e
si attenuava l'impegno astensionistico. I primi deputati repubblicani fecero il
loro ingresso in Parlamento intorno al 1880 e non è un caso che accanto ad
uomini di cultura come Giovanni Bovio e Napoleone Coiajanni si potessero contare
operai come il genovese Valentino Armirotti e, più tardi, il milanese Pietro
Giuseppe Zavattari.
-
pagina successiva-
|
|