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PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO

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Archivio PRI Chiavari - 9 Pagine riguardanti articoli presi da tutte le sezione del Sito.

COMUNICATO STAMPA

Siamo d’accordo con il Sindaco di Chiavari dott. Agostino sul fatto che il prolungamento di viale Kasman debba essere attuato in modo completo fino a Carasco.
Questo costituiva parte del mio programma alle recenti elezioni provinciali di Genova.
Diversamente, se si adottasse una soluzione parziale, non si risolverebbe una volta per tutte il traffico da e per le Valli Fontanabuona e Sturla, con l’ulteriore conseguenza di ritrovarsi col medesimo problema spostato solo un poco più a monte di quanto sia ora.
Il prolungamento parziale ha dalla sua il vantaggio di somme già stanziate, ma presta il fianco ad uno dei più rilevanti problemi nazionali: nel nostro Paese nulla è più definitivo di qualcosa di provvisorio, per cui si corre il rischio di non riuscire a vedere completata l’opera in tempi ragionevoli.
Invito le forze politiche presenti nei consigli comunali, provinciale e regionale ad attivarsi ed impegnarsi sia ora che in futuro per la soluzione più favorevole ai residenti ed agli altri utenti dell’infrastruttura.

Chiavari, 7/11/2007
Il Segretario
Paolo Bertuccio

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COMUNICATO STAMPA

Si rende necessario andare alle elezioni per designare le persone alle quali la cittadinanza affida l’incarico di amministrare. Ne consegue lo schieramento degli altri gruppi concorrenti all’opposizione ( o minoranza) che non necessariamente dev’essere esercitata attraverso una continua e pedissequa espressione di critiche preconcette, qualunque sia l’operato degli amministratori in carica.
Sulla “Colonia Fara” il Direttivo della Sezione di Chiavari del Partito Repubblicano ha una propria opinione. La felice ubicazione la rende particolarmente adatta per un utilizzo turistico-alberghiero. Si dovranno inevitabilmente sostenere dei costi per la ristrutturazione, troppo spesso rinviata, ma mediante un’ opportuna contrattualistica si può prevedere un affidamento a privati di così lungo termine che renda appetibile e conveniente l’operazione.
Non la sua alienazione, peraltro non prevista nemmeno dal programma depositato dall’attuale Sindaco.

Chiavari, 12/10/2007
Paolo Bertuccio
Segretario della Sezione PRI “Leone Garbarino” - Chiavari

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Il mio carissimo amico Dott. Paolo Bertuccio, il vero regista di questo sito web, mi ha invogliato a prendere attivamente parte a questa “comunità” on-line proponendomi di scrivere qualche “trafiletto” su un argomento che non riguardasse, almeno direttamente, la politica ma che potesse, comunque, interessare "la gente", tutti noi, insomma, indipendentemente dagli schieramenti.
Ho riflettuto un poco e quindi ho deciso di gettarmi spavaldamente nei guai !!
Ho deciso di affrontare un argomento che certamente interessa tutti ma che è particolarmente delicato..forse troppo! Il denaro ... o meglio dove metterlo! 
Tranquillizzatevi! Non sarà cero una trattazione scolastica... non vuole assolutamente esserlo… e non saprei neppure farla!
Riporterò qualche, concetto, qualche mia riflessione semplice, organizzata in più appuntamenti: un’introduzione.. qualche puntualizzazione, sugli strumenti più utili, sulle tipologie di investimento più ricorrenti (borsa , immobili, ecc.) lasciando in necessario spazio a opportune ed indispensabili precisazioni e/o variazioni di programma.
Bene allora. Introduciamo l’argomento.

PRIMO CAPITOLO
DOVE METTERE I NOSTRI SOLDI?

Prima di affrontare l’argomento “denaro” sgombriamo subito il campo dalle potenziali polemiche inutili e fuorvianti. Premettiamo che le nostre scelte finanziarie non sono legate, almeno in via esclusiva, a politiche nazionali od europee, a questo o quel partito.

Negli ultimi tempi, anche per l’effetto della tanto discussa “globalizzazione”, la gestione del denaro si è fatta più critica e complessa.

Ogniqualvolta cerchiamo di approfondire l’argomento degli investimenti diventiamo prede della schizofrenia o semplicemente dello sconforto.

Infatti, da alcuni anni a questa parte, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio dilemma: arrangiarsi da soli con le proprie conoscenze e capacità (come una sorta di fai da te!) oppure rivolgerci all’aiuto di altri più o meno esperti. Ed in questo secondo caso a chi? Ai promotori? Alle banche? Agli agenti immobiliari? 

La schizofrenia del nuovo millennio sembra aver contagiato ogni cosa: lavoro, senso religioso, politica e soprattutto la gestione dei capitali. La libera e facile circolazione dei capitali sull’intero globo costringe tutti gli investitori, grandi o piccoli che siano, ad un aggiornamento informativo e normativo continuo.
Siamo costretti ad abbandonare un approccio gestionale al denaro basato sulla fissazione di obiettivi a medio/lungo termine a favore di un pensiero strategico (il così detto “strategic thinking”); un pensiero in grado di adattarsi continuamente e con notevole “self-control” agli scenari socio/economici più imprevedibili (basti pensare all’11 settembre 2001!!).

Quel meccanismo di "semplice" accumulazione del risparmio che rappresentava il principio economico cardine delle famiglie italiane del secondo dopo guerra non funziona più.
Il popolo italiano non è certamente più il popolo dei risparmiatori per eccellenza e, d'altronde, per cogliere le opportunità che il mercato ci offre sono indispensabili risorse che necessariamente vanno sottratte al passivo meccanismo della mera accumulazione (o per meglio dire alla tesorizzazione)..

Non si ha più alcuna certezza circa il metodo da seguire per fare accrescere le somme risparmiate o semplicemente per preservarle dall'inflazione.

I nostri investimenti sono continuamente esposti al rischio di mercato, al rischio dei cambi, al rischio dei tassi e soprattutto sono preda della mutevole legislazione fiscale che, con la recente finanziaria, è divenuta particolarmente aggressiva, ossessiva ed oppressiva. 
Cosa fare allora per non perdere la “bussola”?
Innanzitutto sangue freddo, proprio così, sangue freddo!

Prima di utilizzare qualsiasi quota, anche minima, dei soldi a nostra disposizione, bisognerebbe esaminare attentamente la posizione personale di partenza, in modo ancor più approfondito di quanto già preveda la normativa in vigore per le transazioni effettuate tramite gli intermediari abilitati.

Spesso gli stessi esperti finanziari, che predispongono i più fantasiosi prodotti di ingegneria finanziaria, dimenticano che ciascuno di noi gode di una peculiare posizione economico/patrimoniale che va doverosamente analizzata e soprattutto rispettata quale espressione di sacrifici che spesso derivano da generazioni e generazioni precedenti.

Pertanto, ciascuno di noi ha bisogno di valutazioni specifiche non standardizzabili che tengano conto di alcuni parametri di base, tra i quali:
- Età;
- sesso;
- lavoro;
- patrimonio di partenza;
- capacità finanziaria/economica;
- capacità patrimoniale;
- capacità di risparmio (il nostro bilancio personale);
- approccio psicologico al rischio;
- ecc.

Inoltre, per poter definire i nostri obiettivi, ovvero per determinare la nostra pianificazione finanziaria strategica (il nostro financial planning) è indispensabile valutare:
- la posizione economico/finanziaria e patrimoniale che vogliamo raggiungere
- l’orizzonte temporale entro cui vogliamo sviluppare i nostri investimenti
- la nostra “reale” propensione al rischio

Ecco perché la posizione di ciascuno va sempre tenuta ben presente; ogni decisione che andremo a prendere non può mai prescindere da essa.

La costante consapevolezza della nostra posizione ci deve spingere a giudicare con maggiore scetticismo soluzioni che paiono andare bene per tutte le tipologie di investitori, per “tutte le tasche”, valutando con maggiore entusiasmo soluzioni ad hoc magari “poco battute” semplicemente perché legate a situazioni specifiche, tipiche della nostra realtà economico/sociale di riferimento.

Bisogna prendere decisioni ponderate “fuori dal coro” lontane dalla pubblicità delle riviste patinate che proprio nel recente passato non hanno certo aiutato il comune investitore ad evitare i recenti crack Parmalat, Cirio e di altre note società italiane se non addirittura governi stranieri!

Allo stesso modo e quindi con attenzione, bisogna valutare spese “azzardate” che possono pregiudicare i nostri obiettivi economico/patrimoniali soprattutto nel lungo termine.

La nostra analisi deve partire dalla correlazione di entrate ed uscite. I nostri flussi di cassa (il c.d. cash flow) sono la base di ogni pianificazione e di ogni strategia di business.

In questa sede, quindi, cercheremo di porre alcune linee generali utili per una corretta “autoanalisi finanziaria”; cercheremo di fissare alcuni “steps” che ciascuno di noi può percorrere per comprendere il proprio punto di partenza, le proprie chances e quindi per poter tracciare serenamente un congruo e redditizio piano di crescita finanziario e patrimoniale.

L’obiettivo di una crescita finanziaria diventa così realisticamente raggiungibile e non un “sogno” modellato emotivamente sui messaggi sociali esterni.

Il primo capitolo riguarderà proprio la fotografia della nostra posizione economico/finanziaria e patrimoniale attraverso la determinazione del nostro “bilancio familiare”.

Al prossimo appuntamento allora!

Dott. Alessandro Canessa


“Non vedo ancora la Chiavari che vorrei...

“Non vedo ancora la Chiavari che vorrei e questo rimane un compito che impegna noi ed attende i nostri giovani.
Sono convinto che sapremo reinserire Chiavari fra le città più avanzate d’Italia, per cui esisterà ancora un grande avvenire per la nostra città”

Paolo Bertuccio

Il PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO ha mantenuto inalterati – unico fra tutte le forze politiche – il proprio nome e il proprio simbolo. Costituito nel 1895, il Partito rimane fedele alla sua ispirazione fondamentale legata al patrimonio di idee di Giuseppe Mazzini. Riteniamo che in Italia sia indispensabile un partito liberale democratico di ispirazione europea per accompagnare una nuova fase politica che da una parte superi le sterili contrapposizioni che il bipolarismo porta con sé e dall’altra possa assicurare la riuscita di un governo di unità nazionale. Questa è la ragione per la quale in questi anni noi non abbiamo mai accettato di fare confluire il Partito Repubblicano in un’altra formazione, mantenendo la nostra autonomia politica a qualunque condizione.

Lo spettacolo a cui assistiamo ogni giorno dal “Teatrino” di Palazzo Bianco la dice lunga su come non si deve amministrare la città! 
Crediamo che anche Tu, come noi, vuoi incidere nella vita della nostra città, ma non sai come fare. 
Ecco il P.R.I. vuole essere uno spazio di elaborazione per dare risposte ai bisogni della nostra città. Vieni con noi!!! Lavoriamo tutti insieme! 

Per consigli e suggerimenti, contattaci: info@prichiavari.com - Oppure: CASELLA POSTALE 207 CHIAVARI PT BUSINESS


Addio a Lauzi, poeta della canzone. Dagli inizi col jazz ai grandi successi "Onda su onda" e "Genova per noi".

Il cantautore genovese Bruno Lauzi, 69 anni, uno dei padri della moderna canzone italiana, e morto dopo una lunga malattia nella sua casa di Peschiera Borromeo (in provincia di Milano). I funerali si sono svolti, nella chiesetta di San Bovio.
é stato un addio malinconico quello di Bruno Lauzi, lui personaggio dalla proverbiale ironia, portato via da una malattia che lo ha costretto ad un lungo declino fisico. Era nato ad Asmara, in Eritrea, nel 1937, ma è stato uno dei fondatori di quella "Scuola Genovese" che con Luigi Tenco, Gino Paoli, Fabrizio De Andrè e i fratelli Gianfranco e Giampiero Reverberi ha cambiato la storia della canzone italiana. Un Poeta prestato alla musica che era partito dal jazz, insieme al suo amico Tenco, e che poi giocando con il dialetto genovese aveva scoperto la musica brasiliana, della quale è stato un fondamentale strumento di conoscenza per il nostro paese grazie anche alla sua amicizia con Vinicius De Moraes.
I suoi più grandi successi sono raccolti tra gli anni settanta e gli anni ottanta, quando, dopo una carriera di autore d'elite, per la prima volta accettò di misurarsi con la musica leggera toùt court: ha scritto "Piccolo uomo" per Mia Martini e poi e arrivato al primo posto della classifica con "Amore caro amore bello", firmato dalla coppia Mogol-Battistì.
In classifica è arrivato anche con "Onda su onda", uno dei suoi pezzi più celebri, e con "Genova per noi", il classico di Paolo Conte.
Ma la sua storia era cominciata molto prima: dopo gli anni del jazz, nei Sessanta insieme a Giampiero Reverberi e Giorgio
Calabrese con dei pezzi pieni di ironia, primo tra tutti "Garibaldi blues", considerata per l'epoca troppo anticonformista. In quel periodo era più un artista da cabaret e da teatro che da classifica, anche se ha conosciuto un discreto successo con "Ritornerai" che gli schiuse le porte della televisione, e ha partecipato per esempio al disco per l'estate con "Viva la libertà" e nel '65 al Festival di Sanremo con "II tuo amore". Il brano-manifesto della scuola genovese è "il poeta", ma una parte importante della sua carriera è legata alla canzone francese. E' stato l'incontro con Serge Reggiani, attore famoso ma cantante molto conosciuto in Francia, che lo introduce all'ambiente degli chansonnier più famosi; per i quali Lauzi ha tradotto in italiano le canzoni. Il rapporto più fertile è stato con Georges Moustaki, del quale ha tradotto "Lo straniero" e "Quando ti amo".
Tra i suoi pezzi più celebri "Permette signora" cantata da Piero Focaccia e "Cento colpi alla tua porta" cantata da Mino Reitano. Nella sua carriera ci sono anche, tournee in Sudamerica con Mina, che ha inciso una memorabile versione de "il poeta" e pezzi come "La sindrome astigiana", scritta per Paolo Conte, "Fai fai" dedicata al suo maestro, De Moraes e "il leone e la gallina" di Mogol e Battisti, oltre che canzoni per bambini, come "La bella tartaruga". Negli ultimi anni, escludendo la fase finale della malattia, Lauzi era rimasto un po’ discosto dalla scena più importante perché allergico ai meccanismi del mercato e troppo legato ad un gusto di fare musica che non appartiene all'epoca dei computer, ma anche perché, come sosteneva in prima persona, si sentiva emarginato per ragioni Politiche. E cosi si era dedicato con particolare predilezione alla poesia, pubblicando anche alcune raccolte. L'anno scorso, poi, si era cimentato anche nel romanzo, dando alle stampe; "Il caso del pompelmo levigato" (edito da Bompiani): Un giallo: surreale e pieno di brio, per quanto venato da un malinconico "senso of humour", tipico, in fondo del carattere dell'artista, sempre profondamente Introspettivo e schivo all'apparenza, in realtà autoironico come pochi, generoso con tutti e con un cuore grande.

Articolo tratto da Corriere Mercantile


TRAFFICO...

Sulla questione del traffico a Chiavari non avremmo voluto intervenire, considerato il molto già detto e scritto, ritenendo pertanto che un ulteriore intervento avrebbe portato solo ad alimentare ancora di più la confusione tra la gente. 
Tuttavia non possiamo non rilevare un certo parallelismo tra quanto sta accadendo a livello nazionale con la Legge Finanziaria per il 2007 ed il decreto legge 3/10/2006 ad essa collegato ed i fatti di casa nostra. 
Se si escludono i suoi presentatori (il Governo in carica) la Finanziaria non ha praticamente ricevuto l’assenso di alcun osservatore esterno (neppure di giornali notoriamente amici) e dopo gli ultimi interventi –solo in ordine di tempo- pesantemente negativi della Corte dei conti, del Governatore della Banca d’Italia e dell’Economist, va ora aggiunto il declassamento del rating decretato dalle Agenzie Fitch e S&P. 
Come reagisce il Governo? Con fastidio e noncuranza.
A tale comportamento ci pare poter paragonare quello tenuto a Chiavari dall’attuale Giunta e dal Sindaco sulla spinosa questione del traffico. Dopo aver promesso un periodo di tempo di prova e la creazione di rotatorie, improvvisamente l’inversione di marcia in Via Entella pare diventata definitiva. L’Associazione Commercianti ha raccolto quasi cinquemila firme di cittadini contrari alla soluzione prospettata ed attuata dal Comune e l’Amministrazione che fa? Decide di andare avanti per la propria strada, incurante di tutto e tutti. 
In Parlamento il Governo porrà la fiducia. E a Chiavari? 
Forse stiamo assistendo al tramonto di un certo tipo di politica.

Chiavari, 20 Ottobre 2006
Paolo Bertuccio 
Coordinatore PRI Sezione Leone Garbarino - Chiavari


Mi voglio sfogare!!!!

Il governo che ci ritroviamo aveva promesso a tutti i cittadini la partecipazione assoluta di tutte le parti sociali "concertazione"? non sembra che l'illuminato ministro Bersani abbia proceduto in tal senso.
Al contrario il demagogico decreto
pare voler colpire lavoratori, artigiani, professionisti,imprese ecc..
Comunque lasciamo perdere le altre categorie che sapranno ben difendersi, spero, ma veniamo a noi i "professionisti"
Perchè consentire la pubblicità, mica siamo detersivi o pannolini, perchè abolire le tariffe minime che ne avrà di bene il cittadino?
I nostri studi devono sopportare scadenze continue ed inaudite per facilitare l' afflusso dei dati alle P.A. dalle quali non riceviamo "NULLA" e tutto è fatto per i loro comodi sempre e sempre di più.
E' l'ora di finirla di vessare i cittadini con cartelle pazze avvisi da pazzi ma chi siamo ladri o contribuenti.
E se siamo ladri non è con la "privacy"? "l'antiriciclaggio"? e stupidaggini di vario genere, demagogie di ministri affamati di potere e soldi, che si risolve basta controllare.. ma non i soliti che pagano e quindi riconoscibili e punibili, ma quelli che esitono nn paganti, non è difficile.
Infine non è possibile continuare ad adossare a chi paga le tasse i disservizi della pubblica amminstrazione, incapace di tutto.
Ora i professionisti devono farsi sentire dobbiamo far capire che se ci fermiamo noi sono dolori per tutti e sopratutto per loro, sopportiamo ritmi di lavoro assurdi per le inique scadenze, incombenze e responsabilità, ma svegliamoci da questa inerzia soccombente se non ci fossimo cosa farebbe lo Stato intero??????????????????????

Rita Sciandra


Turismo.

Il sondaggio lanciato da Forza Italia Chiavari sul sito Internet avente ad oggetto il turismo nella nostra città è seducente e mi induce ad unire la mia voce al coro. Le domande poste al cittadino sono concrete e dovrebbero stimolarne la riflessione. 
Ritengo che alla domanda di quali possano essere le motivazione che inducono una persona alla scelta di una località per trascorrervi una vacanza, la risposta più ovvia che può balzare in mente è senza dubbio “l’amenità dei luoghi”. Se questo poteva andare bene in passato, mano a mano che le persone hanno preso l’abitudine a viaggiare, anche all’estero, esse si sono fatte più esigenti e l’amenità del luogo forse non corrisponde più al 100% della soddisfazione del turista, qualunque possa essere la motivazione del suo viaggio. 
Se si escludono le vacanze “mirate” nel senso che il luogo della villeggiatura viene scelto in funzione della necessità fisica o mentale dell’individuo in quel particolare momento, come ad esempio una settimana in Val Ferret (Valle D’Aosta) per riposarsi immersi nel silenzio della natura allo scopo di “ricaricare le batterie”, oppure un viaggio al seguito di una carovana nel deserto africano, per soddisfare lo spirito d’avventura, ben conoscendo gli eventuali pericoli ai quali si può andare incontro -e qui gli esempi sono innumerevoli- vediamo che per le “altre” vacanze la scelta avviene in modo diverso. 
Le persone chiedono sempre di più ed oltre alla ricerca del nuovo, sono spesso orientate alla ricerca ed alla scelta di quelle località che possono soddisfare un numero sempre crescente di bisogni. Desiderio di fare si, belle sciate, ma anche la possibilità di fare e sviluppare nuove amicizie nei momenti di relax, per cui la scelta cadrà su località come Selva in Val Galena, Ortisei, Courmayeur piuttosto che non su altre località che oltre alla piste, seppur sviluppate per chilometri e ben curate, non offrono nient’altro. 
Il turista che decide di trascorrere una vacanza a Chiavari può farlo in base a varie, personalissime motivazioni che a priori non possiamo conoscere fino a quando non glielo avremo chiesto. Sono valutazioni personali che cambiano da persona a persona, da un nucleo familiare all’altro e possono ovviamente cambiare in capo a questi medesimi soggetti anche solo per effetto del passare del tempo. Il turista potrebbe scegliere la nostra città per il mare che ritiene pulito, per la bellezza del centro storico, perché Chiavari non è un piccolo borgo e pertanto gli piace sentirsi pur sempre all’interno di una cittadina che possa garantire un certo numero di servizi individuali in qualunque momento, oppure potrebbe tornare più volte soltanto perché ha fatto amicizia con i vicini d’ombrellone ed anche i rispettivi figli sono cresciuti insieme e così via.
Il grave errore di valutazione che è stato compiuto in passato a Chiavari dai reggitori della cosa pubblica è stato quello di voler decidere per gli altri, di stabilire che il turista non sarebbe più venuto in città e tuttavia, contemporaneamente, di non voler fare alcunché di nuovo per far restare gli affezionati (salvo l’offerta della seconda o terza casa) o di attrarne di nuovi. 
Un tempo neppure troppo lontano Chiavari veniva definita “La città giardino”. Tuttavia i viali alberati, i giardini pubblici, sono quelli degli anni ’50 con l’unica differenza che oggi non ci sono più i fiori nelle aiuole e la città in genere è un po’ più sporca. Occorreva proporsi meglio ed investire di più, in tutti i sensi: con denaro, infrastrutture, ideee, voglia di portarle avanti. 
Se oggi abbiamo i campi per lo sport del tennis lo dobbiamo alla lungimiranza del Dott. Podestà (Puisté Piccin … chi ricorda ancora quel nome?) resi agibili a metà degli anni ‘60. Eppure ben pochi sanno che i campi in terra sono quanto di meglio per la salute delle gambe del tennista. Al contrario del tanto osannato calcio, che richiama migliaia di spettatori, ma pochi praticanti, lo sport del tennis è praticato fino a tarda età e le persone che possiamo incontrare intorno al campo ad osservare un incontro, non sono solo tifosi, ma dei veri praticanti, ognuno secondo le proprie capacità.
Senza accorgersi il discorso è scivolato nella zona occidentale, comprendente la Colonia Fara. La mia personale opinione .. e di tanti altri .. è che quella è l’ultima zona verde rimasta in città, non ancora aggredita da mattoni e cemento. E’ quasi lapalissiano affermare che occorre salvaguardarla, dedicandola (qui la proposta) esclusivamente a destinazione turistica. La destinazione della Colonia Fara, dopo adeguate indagini conoscitive, qualunque essa sia, non dovrebbe essere in palese contrasto con la zona in cui è collocata. Dobbiamo tenercela, essendo un immobile sotto la protezione delle Belle Arti. 
Quante discoteche/sale da ballo esistono oggi sul territorio comunale? Quante erano agli inizi degli anni ’50? Risposta: sette! 
Sestri Levante raccoglie –giustamente- lodi per la manifestazione estiva che si tiene da alcuni anni nella Baia del Silenzio, la Barcarolata. Qualcuno sa dire dove si sono tenute le prime Barcarolate? A Chiavari, negli anni ’50 sul fiume Entella. Dopo lunghissimi anni passati nel dimenticatoio, la Barcarolata è risorta a nuova vita perché a Sestri Levante qualcuno ci ha creduto più intensamente.
Crederci, ecco una bella parola! Ad oggi sono operanti in Chiavari 9 Hotel a tre stelle, 2 a due stelle ed 1 ad una sola stella, per un’offerta complessiva di 372 camere e 796 posti letto. Circa quarant’ammi or sono, nel 1967 erano operanti 2 Hotels di 2^ categoria, 14 di terza, 4 di quarta ed infine 3 pensioni di 2^ categoria e 13 di terza. La differente classificazione in categorie allora vigente non differisce di molto dall’attuale suddivisione in stelle, che ha recepito una normativa di carattere internazionale. L’offerta era rivolta alle più disparate tipologie di clientela, dalla più abbiente a quella meno dotata e già allora Portofino, Rapallo, Santa Margherita Ligure erano mèta ambita di teste coronate e di attori famosi. Per non parlare del casinò già presente a Rapallo agli inizi del 1900… ma questa è un’altra storia.
A mio parere, l’unica manifestazione coinvolgente tenuta a Chiavari negli ultimi anni –oltretutto organizzata da privati- è la cosiddetta “Baraonda” che vede veramente la partecipazione di tutti: ospiti, residenti, commercianti, curiosi provenienti da altre città ecc. Per far uscire Chiavari dal letargo in cui è piombata, ne occorrerebbe una al mese da giugno a settembre. 
In conclusione, mi si permetta di aggiungere che il turismo costituisce anche un’occasione di impiego per tante persone: cuochi, lavapiatti, addetti alla reception, camerieri ecc. ed oltre a coloro che lavorano all’interno di un Hotel, ne trae beneficio l’intera città. Il turista in vacanza è più portato a spendere di quanto solitamente non faccia a casa propria. Ne sarebbe avvantaggiato il commercio, da parecchi anni in crisi. I residenti potrebbero guardare al proprio futuro e dei propri figli con minor preoccupazione.. sperare che i rampolli trovino lavoro nel Tigullio, anziché dirigersi verso la Pianura Padana od il Nord-Est per trovare un’occupazione.
Che dico? Forse il lavoro non interessa più a nessuno! 
Dentro di sé tutti sperano di poter limitare –essendo forse impossibile farlo scomparire del tutto - il circolo vizioso che vede i chiavaresi partire da giovani per ritornare a Chiavari all’età della pensione, ma in concreto nessuno fa nulla. 
La situazione è sotto gli occhi di tutti. Si possono lasciare le cose come stanno, oppure operare piccoli cambiamenti che non turbino il sonno di coloro che qui vivono, ma di sicuro effetto, basta non pretendere il tutto e subito! 
Ringrazio per l’ospitalità.


Chiavari, 13 Settembre 2006
Paolo Bertuccio 
Coordinatore Sezione PRI “Leone Garbarino” - Chiavari


L’Evoluzione della chimica negli ultimi trentanni.

Un amico, il dr. Paolo Bertuccio, dopo un mio sfogo sulle vicende della industria chimica di cui per oltre trentacinque anni sono stato partecipe mi ha chiesti di scrivere questa nota.
Quella della Chimica non è una pagina edificante per il ns. Paese tuttavia è solo con la consapevolezza degli errori del passato che è possibile reagire oggi e tentare di salvare quello che è ancora salvabile.

Vittorio Messori

La pesante eredità della chimica industriale italiana dagli anni ’70 in poi ha avuto negli anni 2000 un epilogo finale che oggi è sotto gli occhi di tutti : L’uscita dalla scena internazionale della chimica italiana.
Durante questo trentennio i maggiori gruppi nazionali Montedison in primis, Sir-Rumianca, Anic, Liquichimica si sono aspramente contesi con alterne vicende , per accaparrarsi posizioni di leadership, quote di mercato, finanziamenti pubblici per la realizzazione di insediamenti industriali in aree privilegiate e di interesse specifico per le singole Società: Chi aveva la Sardegna, chi la Sicilia , chi la Calabria chi altre aree sul continente. 
Migliaia di miliardi, di quelli buoni di allora, sono andati bruciati nella realizzazione di insediamenti, di impianti finalizzati ad una concorrenza interna, non competitivi sul mercato europeo e meno che meno mondiale.
L’epilogo drammatico di quegli anni è ancora leggibile sulle strutture abbandonate ed arrugginite di tanti insediamenti chimici e petrolchimici disseminati nelle isole e lungo il paese, ognuno con la sua storia di occasioni perdute, di promesse mancate, di posti di lavoro persi e di molti problemi rimasti aperti.
Questo in buona parte il risultato di un piano chimico nazionale ampiamente sovvenzionato dalla mano pubblica e sviluppato secondo logiche che sembravano rispondere più a sollecitazioni politiche, di gruppi di potere, di spinte occupazionali, di spinte affaristiche che ad una logica industriale tesa a contendere il mercato ai grossi gruppi internazionali. 
All’inizio degli anni ’80 il gruppo Sir-Rumianca dell’Ing. Nino Rovelli e la Liquichimica dell’Ing. Ursini in drammatica crisi di liquidità subiscono un processo di incorporazione nell’ambito della chimica pubblica del gruppo Eni ed il panorama della grande industria chimica italiana si va consolidando nella formazione di due poli di cui uno pubblico Enichem ed uno privato Montedison.
La razionalizzazione delle varie aree produttive e degli impianti non può essere indolore e tarda ad avvenire.
Ci sono aree dove intervenire è estremamente difficile per problemi occupazionali e sociali, siti che andrebbero chiusi perché non competitivi, investimenti da fare e comincia a sollevarsi in tutta la sua gravità il problema ambientale nei singoli siti produttivi.
L’immagine della Chimica come industria capace di portare benessere, posti di lavoro, sviluppo dell’indotto è ormai appannata ed anche il recupero di una maggiore attenzione alle problematiche di impatto ambientale avviene quando ormai la situazione in molti siti è fortemente compromessa.
Pesano in Italia negativamente gli errori strategici e le imprevidenze degli anni precedenti : tutto questo mentre sul mercato internazionale si consolidano e rafforzano le presenze e le quote di mercato dei grandi gruppi europei Bayer, Basf, Ciba, ICI etc.
Si discute molto in quel periodo di chimica fine, intendendo per questa quella parte di chimica più specialistica e di maggior volume aggiunto, e si discute su chi sia più vocato a farla se il polo pubblico o quello privato. 
Nel frattempo la Montedison procede alla vendita delle aziende farmaceutiche Farmitalia e Carlo Erba, i gioielli della chimica italiana,mentre altri business come i coloranti e i fitofarmaci procedono ad un rapido declino.
La fine degli anni ’80 vede l’irrompere sulla scena chimica nazionale di un nuovo personaggio Raul Gardini proveniente dal gruppo agro-alimentare Ferruzzi di Ravenna il quale scala prepotentemente la Montedison di Schimberni.
Padrone della più grossa azienda chimica italiana Raul Gardini, soprannominato “ il contadino “ arriverà a dire con orgoglio “LA CHIMICA SONO IO!“.
Ma Gardini aveva una visione della chimica , forse in anticipo sui tempi , derivata da prodotti naturali e quindi fortemente integrata con le produzioni agricole per creare un sistema sinergico di reciproco beneficio per il mantenimento e potenziamento di determinate produzioni agricole da cui sviluppare ,attraverso processi chimici, nuovi prodotti come materie plastiche biodegradabili a partire da amidi di mais, bioetanolo e biodiesel.
La creazione della ENIMONT derivante dalla fusione delle attività della Enichem e della Montedison avrebbe dovuto portare ad un gruppo di dimensioni rilevanti in grado di competere con i grandi gruppi europei ed avrebbe dovuto portare alla rinascita della ns chimica sui mercati internazionali mentre finì col rappresentarne nel male la soluzione finale : l’intreccio tra industria, politica, tangenti fu devastante e tragico.
L’inchiesta di Mani Pulite lascierà sul terreno “suicidi“ l’Ing.Cagliari Presidente dell’Eni e pochi giorni dopo Raul Gardini. Una vicenda amara che non ha uguali nella storia di molti paesi ed i cui particolari non furono mai del tutto chiari.
Eni ritorna proprietaria della chimica ex Enimont e nella sostanziale indifferenza di Istituzioni,Governo e Sindacati inizia il processo di dismissione della chimica pubblica: si vendono e talora svendono gli impianti, i business gli stabilimenti: si liquida la chimica italiana.
Ricordo che in quel periodo il giudizio su di un business che andava bene ed aveva possibilità di sviluppo era: bene,così si vende meglio.
In queste cessioni le prime funzioni aziendali ad essere tagliate sono generalmente quelle di Ricerca e Sviluppo i cui benefici per l’Azienda sono differiti nel tempo e quindi non immediati.
Si scoprì allora che il tessuto industriale italiano era fatto di Piccole e Medie Imprese, le PMI, e che erano queste le vere Punte di diamante della chimica nazionale in quanto non legate a carrozzoni burocratizzati quindi flessibili, rapide nelle decisioni ed in grado di stare sul mercato.
Anche in Federchimica era di moda lo slogan ”piccolo è bello“. Poche erano le voci contrarie.
Non si è allora voluto riconoscere che le PMI sono generalmente derivate dalla Grande Impresa attraverso processi di figliazione, di spin-off di tecnici .
Non si è voluto vedere che le ns PMI sono troppo piccole per numero di addetti, per fatturato, che non possono permettersi costi per ricerca e sviluppo e che trovano difficoltà ad uscire sul mercato internazionale.
Ed è questa oggi la eredità chimica negli anni 2000: il sistema produttivo perde progressivamente colpi ed anche quelle aree di produzione dei principi attivi farmaceutici dove eravamo leader oggi soffrono e perdono terreno sotto la aggressiva concorrenza di Cina ed India dove il costo del lavoro è irrisorio ed i vincoli ambientali quasi inesistenti.
Eppure tutti dicono oggi che la competizione con i Paesi emergenti come Cina ed India non si vince con barriere doganali ma si vince solo investendo sulla ricerca e sulla innovazione. Tutto vero ma allora non era conveniente difendere meglio le competenze e la cultura di ricerca e innovazione che esisteva?.
Sentiamo sempre ripetere in ogni convegno che le spese di ricerca e sviluppo in Italia riferite al Pil sono più basse che in altri paesi europei con noi confrontabili. 
Tutto vero così come è altrettanto vero che se potessimo spendere di più ed aumentare i ricercatori probabilmente non farebbe male ma non è detto che l’innovazione in termini di nuovi brevetti depositati ed ancor più di trasferimento tecnologico dei risultati della ricerca ne abbia un beneficio nel breve periodo.
Occorre invece ricreare un humus culturale in cui riaggregare le forze ancora esistenti della ricerca industriale con le forze, che sono tante, della ricerca pubblica Università, CNR, Parchi Scientifici, Istituti vari superando una buona volta le diffidenze e le incomprensioni che storicamente hanno reso scarsamente comunicabili i due mondi.
Questa è l’ultima chance per salvare per gli anni a venire ciò che resta ancora della chimica italiana.
Un tentativo è stato avviato per favorire la collaborazione in ricerca e sviluppo tra le strutture del CNR e le PMI: un bel progetto, un potenziale enorme di ricerca e di competenza scientifica per supportare l’innovazione e la competitività delle ns aziende ma ahimè ! a due anni di distanza dall’annuncio celebrativo dell’accordo pochi sono i risultati pratici ed ancora si sta discutendo sulla proprietà dei risultati della ricerca!.
Tutto questo mentre la crisi energetica incalza e si dovrebbe lavorare sullo sviluppo di energia da fonti rinnovabili,
Mentre si vieta la circolazione delle auto per ridurre la concentrazione delle famigerate polveri sottili e si dovrebbe lavorare per ridurre il particolato emesso dai motori ; tutti problemi ai quali la ricerca può dare risposte adeguate ma temo che prima che ci si decida di investire seriamente in ricerca su questi argomenti ci verrà chiesto più facilmente di non respirare per un giorno al mese!.


Bravo Ravaglia

Faccio riferimento all’articolo a firma Gianni Ravaglia, pubblicato su “La Voce Repubblicana” di giovedì 6 Ottobre ‘05’ intitolato: ”Quelle voragini finanziarie difficili da recuperare”. Bell’articolo! Mi è piaciuto molto, l’ho riletto più volte, trovandolo chiaro, propositivo, realistico
Il quadro della situazione del nostro Paese è quello descritto. La domanda che si pone Ravaglia su cosa dovrebbe fare la classe dirigente di una nazione: “ Aumentare i debiti e le rigidità del sistema oppure aggredire i costi improduttivi, investire nell’innovazione, accrescere la competitività e le opportunità di lavoro produttivo?” è pertinente ed al tempo stesso inesorabile.
Nei momenti di difficoltà, in passato, il nostro Paese ricorreva ai prestiti di Paesi stranieri, che li concedevano seppur i loro cittadini lamentassero che a loro toccava stringere le cinghia, mentre gli Italiani vivevano al di sopra dei propri mezzi. 
Poi si ricorse alla svalutazione della Lira, che permise recuperi od incrementi delle esportazioni ed all’indebitamento dello Stato, scaricando nel futuro l’indebitamento necessario per accontentare le richieste di aumenti salariali, gli aumenti delle pensioni (intorno al 1975 per ogni pensionato c’erano quattro lavoratori; ora il rapporto è di 1,1 lavoratore per ciascun pensionato), la creazione di “migliaia di consiglieri di società, enti pubblici inutili, di commissioni, di consulenze improduttive, inventati dalla politica per finanziare se stessa”. 
Questi sono i fatti, questa è la storia. Ora non si può più fare così. 
Possiamo ragionevolmente ritenere che se il risultato delle urne il prossimo mese di aprile 2006 producesse un cambio delle guardia, i nuovi padroni del vapore saprebbero fare meglio e di più di quanto fatto finora da chi è attualmente in carica?
Chiunque governi dall’Aprile del prossimo anno dovrà fare i conti con l’impossibilità di indebitamento (Maastricht insegna), con l’impossibilità di svalutazione della moneta, resterebbe la rigidità del sistema, la coperta sarebbe sempre corta ugualmente, nel senso che se si fanno interventi in alcuni settori, molti altri ne risulterebbero inevitabilmente privi. Nessuno cittadino a torto o a ragione, vuole rinunciare al tenore di vita raggiunto, per cui non rimarrebbe a questo punto che decidere se diminuire le spese improduttive oppure aumentare le tasse. 
A proposito di queste ultime, Italia Oggi in edicola il 13 Ottobre pubblica un articolo a firma Gabriele Ventura concernente uno studio dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che prende in esame il rapporto tra entrate fiscali e Prodotto Interno Lordo dei 30 Paesi aderenti. Per ovvie ragioni si riportano i dati solo di alcuni di essi:

Paese  1975 2000 2002 Prev. 2004
Italia 26,1 43,2 42,5 42,2
Francia 35,5 44,4 43,4 43,7
Germania 35,3 37,2 35,4 34,6
Irlanda 29,1 32,2 28,7 30,2
Spagna 18,2 34,8 34,8 35,1
Svizzera 27,4 30,5 30,1 29,4
Regno Unito 35,3 37,5 35,6 36,1
Canada 31,9 36,6 34,0 33,0
Stati Uniti 25,6 29,9 26,3 25,4
Australia 26,5 32,1 31,4 n.d.
Giappone 20,9 26,5 25,8 n.d.
Rep. Ceca n.d. 36,0 37,0 37,6
Ungheria n.d. 39,0 38,8 37,7

Quanto ai temuti tagli, paventati da taluno, sui servizi sociali erogati dai Comuni qualora il progetto di Legge Finanziaria 2006 venisse approvato così come adesso conosciuto, non vi è da preoccuparsi: alcune Regioni ed alcuni Comuni già li hanno ridotti prima d’ora. Basta chiederlo a chi ha un disabile in casa.

13 ottobre 2005 
Paolo Bertuccio 
Sezione Leone Garbarino – Chiavari


L’Albero della Vita

L’effetto è suggestivo. Si cattura l’interesse dello spettatore suscitando la sua curiosità di conoscere chi mai sarà così mal ridotto, tanto da perire da lì a poco dopo. Alla fine del breve spot, il mistero viene svelato: si tratta di un albero, morto per essere stato maltrattato dal genere umano. “Un altro se ne va”, dice in tono afflitto con un misto di rabbia la voce di uno dei medici accorsi al capezzale del malato. 
Un albero è importante per l’Umanità. Un solo albero, considerato singolarmente, può sembrare poca cosa, ma una foresta è formata dalla sommatoria di tanti alberi … e basta partire dal primo, vedendoli sparire uno alla volta, per vedere scomparire l’intera foresta. 
Gli alberi sono importanti per l’Uomo. Tramite l’incessante purificazione dell’aria gli consentono di respirare, di beneficiare di un bel frescolino durante le giornate assolate, gli danno frutti, legna da ardere e così via.
In altre parole, gli consentono di vivere e sopravvivere.
Però un albero non lo si inventa in pochi mesi. Occorre piantarlo, dedicargli tempo e cure, rispettarlo, e tutto questo comporta tempo e fatica. L’albero ricambia il lavoro dell’uomo solo parecchio tempo dopo che è stato piantato.
Anche un posto di lavoro è importante. 
Occorre crearlo, investendo tempo e denaro, curarlo con amore per farlo crescere e conservarlo al riparo di agenti esterni che possano minarne la crescita se non addirittura la sopravvivenza. Sfama l’Uomo ed i suoi discendenti, e con i suoi frutti gli permette l’indipendenza economica (e di conseguenza anche quella culturale), le vacanze, il televisore, il telefonino e così via.
Un albero può anche nascere spontaneamente da un seme trasportato dal vento. Un posto di lavoro no. 
Occorre l’intervento dell’Uomo, occorre la sua voglia di rendersi utile a sé stesso ed agli altri, insomma, …di realizzarsi. Anche il posto di lavoro che a prima vista può sembrare assai lontano dall’intervento umano –l’impiego pubblico- dipende sempre da qualcuno non immediatamente visibile, ma che c’è e grazie alla sua esistenza consente l’esistenza di quell’impiego. Inoltre non è immaginabile pensare di essere tutti dipendenti pubblici.
Cerchiamo di aver cura del nostro posto di lavoro, così come degli alberi… Nessuno di essi è inutile perché si deve costruire la passeggiata a mare piuttosto che un condominio od una strada. Una volta soppressi, quanti anni occorreranno perché tornino a dare i propri frutti? E nel frattempo che farà l’Uomo, tante belle passeggiate?

29 Settembre 2005 
Paolo Bertuccio 
Sezione Leone Garbarino – Chiavari

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MAZZINI E GLI UOMINI

Il suffragio, il progresso dell'industria, la crescita del benessere, l'associazione tra lavoro, intelligenza e capitale sono buone cose ed entreranno a far parte del futuro, o come applicazione, o come conseguenza della grande idea democratica che guida il mondo.

(Londra 1846 Pensieri sulla democrazia in Europa)

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Imposta di successione: sorridono solo i ricchi? 

Durante una trasmissione di “Porta a Porta” tenutasi agli inizi del corrente mese di maggio, il conduttore Bruno Vespa ha proposto il faccia a faccia tra l’On.le Prestigiacomo e l’On.le Bertinotti. Tra i vari argomenti trattati vi è stato quello dell’imposta di successione, abolita per privilegiare i grossi patrimoni dei ricchi, secondo l’interpretazione dell’On.le Bertinotti, che riesce pure simpatico e cattura, col suo fare pacato e beneducato, anche l’attenzione di chi forse non apprezza appieno le sue teorie politiche ed economiche .
Qui sta il punto. A forza di dire e ripetere che l’abolizione dell’imposta di successione ha favorito esclusivamente i grandi patrimoni, si ingenera nel subconscio dell’ascoltatore la convinzione che quanto affermato dai denigratori di quella legge berlusconiana sia completamente vero, mentre viceversa i restanti cittadini sarebbero regolarmente presi a pesci in faccia.
Siamo andati a rivedere la normativa ante e post abolizione per poter trarre le nostre personalissime conclusioni. Il risultato dell’indagine è quello sotto descritto, con la doverosa premessa che ci si è limitati ad esaminare il trasferimento di proprietà in linea retta, tra il dante causa (Tizio) e due figli (Caio e Sempronio), per non allargare eccessivamente il campo dell’indagine.
Il presupposto di partenza è dato dalla trasmissione a causa di morte di un patrimonio immobiliare del valore catastale rivalutato a sensi di legge, pari a Lire 1.100.000.000.- (Lire Unmiliardocentomilioni) di vecchio conio. L’ipotesi non dovrebbe essere lontana dalla realtà, in quanto l’importo patrimoniale suddetto lo si ottiene con la proprietà di tre o quattro appartamenti di media grandezza. 
1°) Situazione in vigore fino al 31/12/2000
a) Imposta sul valore globale netto dell’asse ereditario: Quota esente fino a Lire 350 Milioni. Aliquota del 7% per lo scaglione da 350 a 500 Mln.; Aliquota del 10% per lo scaglione oltre 500 e fino 800 Mln; Aliquota 15% per lo scaglione oltre 800 e fino a 1.500 Mln. Il suddetto valore di Lit. 1.100.000.000 va incrementato del 10% per la presunzione assoluta del possesso di denaro, gioielli, mobilia ecc. (salvo inventario notarile) per cui il totale sul quale va pagata l’imposta sarà pari a Lit. 1.210 Milioni di Lire.
Totale Imposta Lit. 102.000.000 pari ad € 52.678,60 
b) Imposte Ipotecaria e Catastale ( 3% complessivamente)
Lit. 1.100.000.000 x 3% = Lit. 33.000.000 pari ad € 17.043,08 
TOTALE DELL’IMPOSIZIONE Lit. 135.000.000 pari ad € 69.721,68 
2°) Situazione in vigore dal 1/1/2001 al 24/10/2001 
La situazione immediatamente precedente alla riforma del Cav. Berlusconi prevedeva tra l’altro:
- la soppressione dell’imposta sul valore globale netto dell’asse ereditario e creazione di una quota esente di Lit. 350 Milioni per ogni erede;
- la soppressione della presunzione assoluta di possesso di gioielli, mobilia ecc del 10% 
- Imposte Ipotecaria e Catastale in misura fissa (Lit. 250.000 ciascuna) per la successione della “prima casa”
- Previsione di un’aliquota unica del 4% per le successioni in linea retta ed in favore del coniuge
Il conteggio dell’imposta sarà:
a) Imposta sulle quote ereditarie
Lit. 16.000.000 
b) Imposte Ipotecaria e Catastale (3%) = Lit. 33.000.000 
TOTALE DELL’IMPOSIZIONE = Lit. 49.000.000 = € 25.306,39 
3°) Situazione dal 25/10/2001 con la legge 18/10/2001 N° 383 (Legge dei cento giorni): 
- Conferma delle imposte Ipotecaria e Catastale in misura fissa per la “prima Casa” 
- Prevede il solo versamento delle Imposte Ipotecaria e Catastale (3%) sul valore dichiarato, cioè Lit. 33.000.000 pari ad € 17.043 
LA VICENDA FISCALE DEGLI IMMOBILI 
Per un esame completo della “storia fiscale” degli immobili in argomento, prendiamo in considerazione la loro provenienza in capo al defunto dante causa. Se gli sono pervenuti per successione, hanno “scontato” l’imposta, come si suol dire, cioè sono stati gravati dall’imposta sulle successioni in vigore al momento della provenienza; se invece sono stati acquistati, hanno scontato l’imposta di Registro (10%) con un carico fiscale di almeno Lire 110 Milioni di Lire. (Recentemente l’aliquota per i fabbricati e relative pertinenze è stata ridotta al 7%). 
Durante il periodo di proprietà, gli appartamenti in questione sono assoggettati all’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) con le aliquote determinate dai Comuni. (Prima c’era l’ILOR). Esse sono attualmente stabilite in una forbice variabile dal 4 al 9 per mille. Se consideriamo una media dello 0,6% , otteniamo che il Proprietario versa ai vari Comuni nei quali sono ubicati gli Immobili un’imposta complessiva annua di Lire 6.600.000 pari ad € 3.409 ed in vent’anni l’equivalente di Lire 132 Milioni di Lire, pari ad € 68.180 
CONCLUSIONI
Quando il dante causa (Tizio) ha acquistato la proprietà dei fabbricati, ha pagato, come già detto, l’imposta di Registro (Lire 110 Milioni di Lire ) oppure l’imposta di successione. 
Quando i due figli Caio e Sempronio ereditano dal padre Tizio, pagano con la famigerata legge Berlusconi dei cento giorni, Lire 33 Milioni di Lire. La situazione sarebbe peggiore se dovesse essere reintrodotta l’imposta di successione così com’era prima della L. 18/11/2001 N° 383, che, come abbiamo visto, portava ad una imposizione di Lire 49 Milioni di Lire.
Se i due figli mantengono la proprietà degli immobili ereditati per almeno vent’anni, corrispondono ai Comuni ICI per circa Lire 132 Milioni delle vecchie Lire..
Gli immobili del nostro esempio sono stati tassati fino a questo momento per almeno Lire 275 Milioni, pari ad € 142.026.- In altre parole, l’equivalente “catastale” di uno degli appartamenti da cui eravamo partiti, se ne è andato quasi interamente in fumo per pagare le imposte indirette. E’ altresì vero che parliamo di “valori catastali rivalutati” e che il prezzo di mercato è un’altra cosa. Ma proprio perché è altra cosa, il valore corrente di mercato è determinato dalla legge della domanda e dell’offerta, per cui è inutile incaponirsi a chiedere, poniamo, 600 quando a quel prezzo nessuno sarà disposto a comprare. 
Pare quindi evidente il risparmio dell’imposta sulle successioni di cui tantissimi eredi possono beneficiare perché è quasi lapalissiano affermare che il numero di Italiani proprietari di tre o quattro appartamenti è largamente superiore rispetto a coloro che ne possiedono alcune dozzine o più. E poi, i grandi patrimoni appartengono soprattutto a quei soggetti che per disposizione di legge (Art. 3) non sono e non erano assoggettati al pagamento dell’imposta sulle successioni: Stato, Regioni, Province, Comuni ed Enti pubblici, fondazioni o associazioni legalmente riconosciute aventi come scopo esclusivo l’assistenza, lo studio, la ricerca scientifica, l’educazione, l’istruzione o altre finalità di pubblica utilità, ai quali sono assimilati gli enti di culto, ed infine i trasferimenti a favore di movimenti e partiti politici.
Non abbiamo mai visto nessuno pagare le imposte sorridendo, né riteniamo che le imposte non vadano pagate. Però il carico fiscale dev’essere, oltre che equo, anche sostenibile, altrimenti si scatena l’evasione che poi tutti vogliono combattere.

26 Maggio 2005 
Paolo Bertuccio 
Sezione Leone Garbarino – Chiavari

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La Sezione di Chiavari del Partito Repubblicano Italiano...

La Sezione di Chiavari del Partito Repubblicano Italiano esprime la propria soddisfazione per la nomina del Presidente del partito, On.le Giorgio La Malfa a Ministro per le Politiche comunitarie e la conferma del Segretario, On.le Francesco Nucara a ViceMinistro dell’Ambiente.
Indubbiamente la conferma di Nucara e la nuova nomina di La Malfa conferiscono la giusta visibilità al PRI, ma vi si vede principalmente un rafforzamento dell’Esecutivo, che può ora avvalersi dell’ opera e della preziosa esperienza di due persone che già in passato hanno dimostrato doti personali e capacità professionali per ben figurare tra le personalità che governano il Paese.
La Sezione Leone Garbarino si unisce a quanti, Sezioni locali, Consociazioni, iscritti e simpatizzanti, hanno espresso le proprie congratulazioni per le cariche conferite ai due Esponenti del Partito e formula i migliori auguri di buon lavoro.

Chiavari, 4 Maggio 2005 - Sezione Leone Garbarino - Chiavari

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MAZZINI E GLI UOMINI

Noi pure desideriamo che l'uomo possa svilupparsi nella pienezza di tutte le sue facoltà morali, intellettuali e fisiche; ma sappiamo che ciò può accadere solo ponendogli davanti (... ) 'non la massima felicità. Ma la più alta nobiltà possibile.

(1846 Pensieri sulla democrazia in Europa pag. 127, Feltrinelli 1997)

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CI DANNO GIA’ PER MORTI

Nell’articolo pubblicato su “La Stampa” di Torino del 25 Aprile u.s., Giovanni De Luna traccia un filo di continuità tra il 25 Aprile 1945 ed il 2 Giugno 1946, esponendo dotte considerazioni sull’antifascismo e sulla nostra prima Carta Costituzionale postbellica.
Senonché, scivola improvvisamente su di una buccia di banana… Riportiamo fedelmente: 
“Anche l’antifascismo italiano è stato profondamente ridisegnato dalla svolta di fine secolo. Sono venuti meno tutti i suoi riferimenti partitici, la sua capacità di connotare alleanze parlamentari o specifiche maggioranze governative (come fu nel periodo della ricostruzione e come è stato, nella seconda metà degli anni Settanta, per le maggioranze di <solidarietà nazionale> che comprendevano il PCI). Nessuno dei partiti che in Italia erano stati sempre presenti alle elezioni politiche ininterrottamente dal 1948 al 1992 (Dc, Pli, Pci, Psi. Pri, Psdi e lo stesso Msi) è ancora in vita.” 
Non sappiamo se il lapsus in cui è incorso l’illustre studioso provenga da un difetto d’informazione o di memoria, tanto che mentre l’articolo vedeva le stampe, il Presidente del Partito Repubblicano Italiano veniva chiamato a far parte del Governo per ricoprire la carica di Ministro per le Politiche Comunitarie.
Vero è che i militanti Repubblicani ben poco fanno per apparire all’esterno, quasi abbiano perduto la voglia di far politica, o forse ancor più semplicemente di interessarsi alle cose amministrative della propria città. Riteniamo infatti di non poter immaginare di occuparci solo dei massimi sistemi, se non si comincia dapprima dalla base, riprendendo quei concetti sempre attuali di impegno personale, serietà d’intenti e d’azione che da sempre hanno connotato l’operare dei Repubblicani in ogni città d’Italia. 
Laddove si potrebbe, ci si perde in diatribe intestine che hanno il solo risultato d’indebolire quel poco ch’è rimasto… con la conseguenza di rendere ancora più difficile la rinascita dell’ideale repubblicano in quelle località nelle quali è sempre stato difficile emergere, per la preponderante presenza di altre forze politiche. 
Osserviamo peraltro che cittadini di varie estrazioni sociali, sempre più numerosi, si mettono insieme ricostituendo vecchie e gloriose sezioni od aprendone di nuove e danno in questo modo una risposta concreta alla domanda che forse inconsciamente, senza neppure accorgersene, era nata dentro di loro.
Non siamo tra coloro che intravedono una campagna elettorale lunga un anno, da qui alla primavera prossima, in attesa delle elezioni politiche 2006, ma riteniamo, conclusa la tornata elettorale delle regionali, che noi si debba sentire l’impegno di una prosecuzione della campagna elettorale appena conclusa. La fiducia degli elettori non la si conquista nei sessanta giorni che precedono le elezioni, qualunque sia il motivo che ci porta a votare. Occorre tornare a parlare con la gente senza vergognarsi di essere ancora Repubblicani all’alba del nuovo millennio, prendere metaforicamente delle torte in faccia, trangugiare fetidi bicchierini di m…a. Gli elettori sono diventati adulti; occorre anche modificare il modo di comunicare tra di noi e con la gente, utilizzando, tra l’altro, metodi e strumenti che vent’anni or sono ancora non esistevano
Se l’impegno comune di tutti in unica direzione costituisce il nostro futuro immediato ed a lungo termine, allora qualche risultato potremo ottenerlo, anche in barba a chi ci crede già morti. Diversamente, se la nostra appartenenza all’ideale repubblicano costituisce una maniera di considerarci facenti parte di un Club….per quanto prestigioso, ma pur sempre un piccolo Club … beh, allora molti di noi già appartengono al Lions Club, al Rotary Club, al Tennis Club, al Circolo delle bocce, per cui non sembra necessario iscriversi ad un altro club, dedicandovi impegno, tempo e denaro. Non ce lo ha ordinato il medico. 
Chiavari, 27 Aprile 2005 - Sezione Leone Garbarino - Chiavari

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MAZZINI E LA DEMOCRAZIA

Questa parola, democrazia, fino a poco tempo fa bollata come parola d'ordine di alcuni sconosciuti fanatici, oggi si presenta improvvisamente al centro di tutte le questioni importanti (...) Il principio democratico finirà col trionfare su tutti gli altri (...) e si stabilirà un'eguaglianza di diritti politici, il suffragio universale e di conseguenza la repubblica.

Democracy in Modern Communities - London 1839; 
Feltrinelli, Universale Economica 1996

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Gentile Navigatrice/ore,

Che Tu sia approdata/o a questo sito casualmente, navigando tra i marosi del “Web”, oppure che sia arrivata/o qui di Tua spontanea volontà, sappi che si tratta di un sito che parla di “Politica” 
Cosa si intende oggi per “Politica”? Se volessimo dare una interpretazione letterale, dovremmo rifarci agli antichi Greci, i quali… lasciamo perdere, non ci sembra il caso di andare tanto lontano.
Qualcuno, più recentemente, ha definito la “politica” come “…il mezzo attraverso il quale, con la discussione ed il confronto delle idee, si raggiungono convergenze sui temi in trattazione”. Qualcun altro l’ha definita come “l’arte del possibile e dell’impossibile”; altri ancora la considerano come un “Mangia-mangia generale” e così via. 
Naturalmente oggi ognuno di noi ha la propria idea di cosa sia o cosa intenda per “Politica”. Ebbene, qualunque sia l’opinione che ognuno di noi s’è fatta, sappiamo che gli individui che vivono su di un territorio, sia esso il Comune, la Regione od un uno Stato, non potendo “governare” tutti insieme, eleggono dei loro rappresentanti, i quali, durante il mandato conferito, porranno in essere gli atti da essi ritenuti più opportuni (o più possibili) per il soddisfacimento dei bisogni degli individui che vivono sul territorio.
Questo in teoria, perché è accaduto talvolta che persone elette ad una determinata “Assemblea” non abbiano poi fatto il possibile per il raggiungimento del bene comune, ma abbiano inteso “la cosa pubblica” come un mezzo per soddisfare i loro personali bisogni, o del gruppo cui appartenevano.
Purtroppo non sempre è possibile distinguere tra chi si comporta bene e chi si comporta male, anche perché chi dovrebbe accorgersene, (i cittadini che li hanno eletti) è troppo occupato a pensare esclusivamente ai propri fatti personali, oppure se ne disinteressa, o peggio ancora, se ne disinteressa perché qualcuno che avrebbe dovuto render conto del proprio operato gli ha fatto credere che la cosa è troppo sporca perché lui se ne occupi e quindi tanto meglio se sarà qualcun altro ad occuparsene al posto suo.
Naturalmente le cose sono molto più complesse di come le abbiamo qui succintamente esposte, ma in questo marasma generale nascono e fioriscono le convinzioni che la politica, cioè il governo della cosa pubblica, sia sporco, riprovevole, arricchisca solo chi la fa perché altrimenti non si spiegherebbe come mai tutti stiano così saldamente incollati al “cadreghino” o si impegnino così tanto per conquistarlo e così via. 
Eppure basterebbe poco, un minimo di attenzione, un pizzico di informazione in più, per discernere, all’interno del variegato mondo politico non tanto le sfumature, ma almeno i caratteri essenziali di ciascuna “forza politica” e giudicare con la nostra testa le azioni dei nostri rappresentanti considerato quel particolare momento storico, quella favorevole od avversa congiuntura economica, quel quadro internazionale, l’interesse generale del Paese in quel momento, la sostenibilità di quella spesa pubblica, il futuro dei giovani ecc.
Noi riteniamo, gentile navigatore, che all’interno di questo sito Tu possa vedere scorrere dinanzi ai tuoi occhi gli ultimi 150 anni di storia patria e conoscere anche gli Uomini che hanno fatto grande il Partito Repubblicano Italiano e che al contempo tanto hanno dato al nostro Paese. 
Certo, non hanno fatto tutto da soli, altre forze politiche hanno visto impegnati i loro Uomini migliori, ma quel che ci salta in mente leggendo la biografia di Personaggi appartenuti al PRI e vissuti nel secolo scorso, è che mentre prima gli uni e gli altri operavano per la costruzione e la ricostruzione del Paese, adesso noi cittadini del nuovo millennio siamo diventati talmente litigiosi quasi da volerlo spaccare, avendo trasferito nella “Politica” tutte le frustrazioni, le invidie e le meschinità rinvenibili nell’ assemblea di un grosso condominio. 
Tutte banalità? Può darsi. In ogni caso, se siamo riusciti a metterTi un piccolo dubbio oppure Ti abbiamo indotto ad una breve riflessione, vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro scopo, qualunque sia oggi la Tua idea politica. 

10 Marzo 2005

Sezione Leone Garbarino – Chiavari (GE)

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Il Referendum del 25 – 26 Giugno 2006 - Ovvero: meglio se la Parte Seconda la riscrivono i cittadini

“Scusi, Lei è favorevole o contrario?” Quante volte abbiamo sentito rivolgere questa domanda, in Tv ed alla radio? La leggiamo sui giornali nelle rubriche che trattano i sondaggi d’opinione. Gli argomenti sono i più disparati: dall’utilità delle diete a quella di presentare ricorso avverso la squalifica di un noto calciatore, dalla riserva di posti in favore delle Signore nelle elezioni ai matrimoni legalizzati tra soggetti del medesimo sesso e così via. Stavolta il grande quesito riguarda il referendum confermativo della modifica costituzionale votata dal centrodestra ed avversata dal centrosinistra, che invita a votare NO per poter riscrivere con le proprie regole questa parte della Costituzione.
Come sempre, sorge spontanea l’affannosa domanda: “Quanto ne sanno in merito coloro che andranno a votare?” . Da intendersi non tanto nel significato deteriore che gli Italiani sono ignoranti, anche se ignorare significa non sapere e tante volte chi non sa può legittimamente ignorare, altrimenti saremmo tutti dei tuttologi, ma nell’altro significato, forse più infido e sottile, nel senso che troppo spesso non si sa perché non vi è alcun interesse a saperne di più e poi perché informarsi è faticoso e decidere con la propria testa lo è forse ancora di più ed infine chi ragiona da solo può costituire un elemento di disturbo per la società, tanto che in passato brutti soggetti aventi tale inverecondo costume venivano passati per le armi oppure bruciati sul rogo o caldamente “invitati” a percorrere la via dell’esilio
Tornando al nostro argomento, bisogna riconoscere che essere ben informati su ogni dettaglio della vecchia e della nuova Costituzione comporta non solo la fatica di cui sopra, ma qualcosa di più tanto da esser quasi convinti che i dettagli siano conosciuti solo dagli addetti ai lavori.
Allora, se è sui principi che occorre esprimersi, sull’impianto generale della nuova Parte II, ciascun può ben impegnare alcune ore del proprio prezioso tempo per farsi un’idea di massima di come sarà organizzato il futuro suo e dei suoi figli, salvo il fatto che non giudichi tutto questo come tempo sprecato e decida di continuare ad esprimere il voto lasciandosi guidare dalla simpatia (o dall’antipatia), dalla tradizione storica del proprio voto personale, dalla “presa” inconscia che hanno avuto su di sé la propaganda mediatica dei partiti più organizzati e più visibili ecc.
Per quanto ci riguarda, sono almeno trent’anni che sentiamo parlare della necessità di ammodernare lo Stato Italiano e con esso i servizi che i cittadini considerano essenziali per la esistenza e la sopravvivenza stessa di uno Stato degno di quel nome. Uno Stato che in nome dei servizi erogati, possa pretendere di riscuotere tasse, imposte, gabelle varie e altrettanto variamente denominate, ma che hanno un solo ed unico effetto: mettere la mano nelle tasche dei cittadini. Anche qui la Storia ci viene in soccorso: tempo addietro (generalizzando di molto il concetto) nessuno pagava volentieri le tasse; ora pare si sia verificata una drastica inversione di tendenza a 360 gradi e tutti accorrano volentieri a frotte in posta a versar l’ICI, in banca a farsi addebitare un Mod. F24, strappandosi capelli e vesti perché, dopo millenni, è stata abrogata la (una volta) tanto vituperata imposta di successione. Ma questa è un’altra storia. 
L’ammodernamento dello Stato veniva richiesto a gran voce da tutti, sia durante la cosiddetta Prima Repubblica che in tempi più recenti. 
Però, come spesso accade nel nostro Paese -non per niente denominato Bel Paese- a tante e tali proclamazioni di necessità di cambiamento, non seguivano mai i fatti e tutto restava come prima, tanto che qualcuno coniò e diffuse la famosa frase: “Cambiare tutto per non cambiare niente”. 
L’originaria Carta Costituzionale promulgata nel dicembre del 1947 (i lavori iniziarono nel giugno 1946) fu un ottimo compromesso di idee provenienti da forze diverse: tradizione liberale pre-fascista, idealismo azionista, mondo cattolico e mondo marxista. 
Gli inevitabili scontri tra le diverse culture ci hanno regalato un documento che tiene conto del particolare momento storico (l’Italia era appena uscita dalla guerra e dal ventennio fascista). Nei suoi principi fondamentali tiene conto (Parte Prima) dell’inviolabilità della libertà degli uomini, dei diritti e doveri dei cittadini, dei rapporti etico-sociali, economici e politici tra di loro e tra loro e la Repubblica, nonché, nella Parte Seconda, dell’Organizzazione della Repubblica (il Parlamento, il Governo, la Magistratura, le Regioni, le Province, i Comuni ecc.)
La prima parte non viene toccata dalle norme sulle quali siamo chiamati ad esprimere la nostra opinione tramite il referendum confermativo del prossimo 25 giugno. Come noto, il Referendum riguarda la Parte Seconda della Costituzione, che inizia con l’art. 55. 
Il Governo in carica invita a votare NO per poter riscrivere in proprio ciò che verrà inevitabilmente abrogato in caso di vittoria del no. 
L’Opposizione invita a votare SI (difendendo il proprio operato di quando era al Governo). Ha inoltre dichiarato a più riprese, tramite suoi autorevoli esponenti politici, che qualora vincesse il SI sarebbe disposta a riscrivere la Parte Seconda insieme con il Governo attuale.
Riteniamo che la nuova Parte Seconda della Costituzione che scaturità dopo il Referendum debba essere il risultato di idee, discussioni, maturazioni e digestioni di tutte le forze politiche, così come avvenne nel 1946. 
Se confermato, il testo attuale potrebbe costituire una buona base di partenza ed essere arricchito dal contributo di parlamentari che rappresentino ben oltre il 50% degli Italiani. Per questo motivo voteremo SI.

Chiavari, 20 giugno 2006 
Paolo Bertuccio 
Sezione PRI “Leone Garbarino” - Chiavari


Mille, come Garibaldi.

Se l’accostamento non è, come riteniamo, irriverente con la storica impresa dell’Eroe dei due Mondi che salpò dallo scoglio di Quarto con altre 1088 persone tra le quali una donna, la moglie di Crispi, rileviamo che anche il nostro giovane sito Internet ha superato, in circa dieci mesi, quota mille visitatori diversi. La cifra è stata raggiunta nel gennaio 2006 per attestarsi ad oltre 1.100 unità alla fine del mese. 
A differenza dei Mille di Garibaldi, dei quali oramai si sa quasi tutto, a cominciare dal nome per arrivare alla provenienza geografica ed alla condizione sociale e professionale, dei nostri pazienti ed affezionati visitatori non sappiamo invece praticamente nulla perché gli strumenti a disposizione non consentono tali rilevazioni.
Un nuovo sito di opinione, poco pubblicizzato, senza sponsor ed addirittura appartenente ad una forza politica che i più considerano,come le razze pregiate, in via d’estinzione, ha saputo ritagliarsi il proprio spazio raggiungendo al medesimo tempo un risultato assai apprezzabile.
Ringraziamo tutti i visitatori, e li invitiamo a seguirci ancora con assiduità visitando tutte le sezioni del sito, per verificare che il Partito Repubblicano Italiano è sempre vivo, non avendo mai rinunciato ai propri ideali riconosciuti dalla storia più o meno recente del nostro Paese ed al ruolo trainante delle proprie idee, divenute in varie occasioni patrimonio di tanti.

Chiavari, 24 febbraio 2006 
Paolo Bertuccio 
Sezione PRI “Leone Garbarino” - Chiavari


ETICITA’ DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE?

H.E Daly, in ”Oltre la crescita:l’economia dello sviluppo sostenibile”, sostiene che:
”Dobbiamo lottare per una ricchezza pro capite sufficiente, efficientemente preservata ed allocata, ed equamente distribuita, per il massimo numero di persone che possono essere sostentate nel tempo in queste condizioni”.
Il livello “sufficiente” si collega ad un buon tenore di vita, che può avere anche come corrispettivo un capitale naturale ben conservato. 
Siamo ben lontani dalle affermazioni di C.Marx che proponeva la lotta di classe come catarsi di tutti i mali del mondo e rinascita nella dittatura del proletariato. 
Il fallimento delle dottrine marxiste ha portato in auge nuovi modi di pensare il vissuto e nuove etiche sociali. 
Al momento non si guarda più tanto ad una effettiva parificazioni di valori, esclusivamente economici come in Marx, quanto piuttosto a creare per l’uomo una realtà ove possa trovare una buona qualità di vita unita ad una buona qualità dell’ambiente. 
In questo senso si stanno muovendo molte forze politiche le quali però nei loro intenti si scontrano contro antichi privilegi che sono duri a morire anche perché sempre più sono il prodotto delle stesse forze politiche. 
I grandi partiti di massa italiani, sempre più, si caratterizzano, loro malgrado, come protettori di lobbies e realtà locali. 
Tutti producono immondizie, ma nessuno vuole gli inceneritori vicino casa. 
Tutti vogliono energia a buon mercato, ma nessuno vuole e per di più vicino casa le centrali nucleari. 
Tutti vogliono mezzi pubblici di trasporto veloci basta che non si parli di TAV o di ponti sullo stretto oppure di varianti di valico. 
E’ in queste incongruenze che muore la democrazia, l’interesse del singolo è a scapito dell’interesse di molti e i grandi partiti sono prigionieri di se stessi. 
Ed ecco che ritorniamo al titolo: E’ possibile una eticità dello sviluppo sostenibile?. 
Se andiamo avanti su questa strada non sarà certamente possibile. 
Sempre più ci dovremo adattare ad aggiustamenti e temporeggiamenti.

PRI Cesena


Mazzini nostro contemporaneo La lezione di democrazia del grande patriota genovese 
Le sue riflessioni al centro del dibattito europeo.

Intervento pronunziato dal segretario nazionale del Pri, Francesco Nucara, durante il convegno "Mazzini nostro contemporaneo", Roma, 9 febbraio 2005, Sala delle Colonne, Camera dei deputati.

di Francesco Nucara 

Per noi repubblicani il 9 febbraio, anniversario della Repubblica Romana, è sempre stata una ricorrenza importante. La Repubblica Romana segnò un momento fon-damentale nel cammino verso l'unità italiana e vide Giuseppe Mazzini fra i triumviri che governarono la Repubblica i quali produssero una Carta Costituzionale che è un modello di semplicità e di chiarezza. Nelle case delle famiglie repubblicane della Romagna, in occasione del 9 febbraio, si 
accendevano dei lumi alle finestre per ricordare l'evento e nel buio delle campagne di un tempo, quelle luci indicavano l'adesione agli ideali mazziniani. Ed è per questo che abbiamo scelto il 9 febbraio per parlare di Mazzini. Non vogliamo però una manifestazione celebrativa, bensì un dibattito con esponenti di primo piano della politica e della cultura su ciò che Mazzini può rappresentare oggi per la società italiana.
La figura di Mazzini non è stata controversa sol-tanto negli anni del Risorgimento. Anche successivamente, essa è rimasta una figura che non è necessariamente appartenuta alla memoria politica condivisa. Ricordo che, quando nel 1949 venne collocato sull'Aventino il monumento a Mazzini, il "Comitato nazionale per le onoranze a Giuseppe Mazzini" pubblicò un volume di testimonianze di 224 politici e intellettuali di diversa estrazione. Fra gli altri vi erano scritti di Sturzo e De Gasperi, di Einaudi e Salvemini, di Parri e Ruini, di Conti e Perassi, per citarne solo alcuni. Ma fra questi nomi si distinguono alcuni grandi assenti, e in modo particolare, i leader di quella che allora era la sinistra di classe, reduce dalla bruciante sconfitta del Fronte popolare del 18 aprile `48.
Probabilmente quell'assenza, che aveva la sua base nel giudizio radicalmente negativo su 
Mazzini dato a suo tempo da Palmiro Togliatti, era un riflesso dell'antica contrapposizione ideale fra Mazzini e Marx, sia per l'accusa che Mazzini aveva rivolto al socialismo di essere inevitabilmente destinato a sfociare nella tirannide, sia per la contrapposizione fra l'ideale nazionalistico e l'internazionalismo proletario che era uno dei grandi fondamenti del lascito marxiano.
Oggi, sullo sfondo di un paesaggio geo-politico che non è più quello della "guerra fredda", quell'assenza non avrebbe più senso. E non l'avrebbe perché la sinistra, quella che vuol essere la sinistra riformista di governo, crollato il comunismo, con il lungo corteo dei suoi orrori e dei suoi crimini, non può non ricercare nuovi riferimenti in pensatori nel cui nome coniugare il binomio giustizia e libertà, come fu essenzialmente nel pensiero di Giuseppe Mazzini.
Questa fu probabilmente la riflessione che mosse Bettino Craxi a suggerire di includere Giuseppe Mazzini, oltre a Garibaldi, ed a fianco di Proudhon, nel pantheon di un partito socialista che cercava politicamente di individuare dei riferimenti non marxiani e in ogni caso diversi da quelli del PCI. Quella scelta di Craxi era fortemente strumentale e forse sostanzialmente ingiustificata sotto il profilo storico dal momento che Mazzini considerava le idee di Proudhon altrettanto distanti dalle proprie quanto quelle di Marx. 
E tuttavia indicava una prima rottura di quello che si può considerare come il fronte del rifiuto di Mazzini da parte della tradizione socialista e comunista italiana. Forse oggi è matura la possibilità di un ulteriore passo in avanti da parte dei partiti eredi sia della tradizione socialista che di quella comunista.
Per la destra italiana, invece, la situazione era ed è in parte diversa. La destra aveva già trovato in Mazzini un riferimento ideale. E tanto Croce e Gobetti lo avevano criticato, tanto Gentile lo aveva esaltato. Per la destra quindi non si dovrebbe parlare di riscoperta di Mazzini, ma di una sua lettura aggiornata. Aggiornata, in quanto il Mazzini conosciuto ed anche apprezzato dalla destra era il Mazzini apostolo dell'unità nazionale, campione della nazione italiana. Ma considerare Mazzini esclusivamente come ideatore della nazione, significa limitarne il contributo che è invece assai più ampio e più complesso.
Nella polemica che lo divise da Marx, Mazzini collegò strettamente democrazia e nazione. Sono appunto i due termini che portarono il fondatore della "Giovine Italia" e il tenace organizzatore delle prime società operaie ad uscire, nel 1864, dalla prima Internazionale, consumando a sinistra quel primo strappo cui ne seguiranno molti altri. 
Strappi che possono leggersi nello stesso codice genetico del comunismo, profeticamente avverti da Mazzini fin dal 1850, ossia a due anni dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels, come "la più tremenda tirannide che l'uomo possa ideare sulla terra". Ma per Mazzini la nazione non era lo sfondo ultimo della costrizione della democrazia. Benché deciso a realizzare l'unità italiana, egli, che era un pensatore integralmente democratico, vedeva i limiti o dovrei dire i pericoli del nazionalismo e per questo sviluppò parallelamente all'idea di nazione l'idea di Europa come il luogo entro il quale si sarebbe potuta realizzare la fratellanza fra le nazioni d'Europa.
Dunque un pensiero democratico molto profondo e moderno per quanto riguarda le istituzioni politiche ed altrettanto moderno anche per ciò che riguarda le concezioni economiche. In queste Mazzini si dichiarò distante sia dalle posizioni del liberalismo classico inglese di Bentham, che dai propositi di collettivizzazione del socialismo di Marx. In fondo, l'idea di una terza via fra il liberalismo estremo ed il socialismo che ha improntato il pensiero democratico nel novecento - da Keynes a Beveridge - nonché l'azione riformatrice di uomini come Francis Delano Roosevelt e del suo New Dea], risponde a questo sforzo, di cui Mazzini fu antesignano, di superare i limiti dell'egoismo individuale esclusivamente esaltati dal liberalismo inglese senza cadere nell'opposto eccesso della collettivizzazione. Ed è da questa stessa origine, mediata proprio dalla conoscenza del pensiero economico del `900, che Ugo la Malfa trasse le sue idee originali sulla programmazione economica e soprattutto sulla politica dei redditi. E' qui che la lezione di Giuseppe Mazzini può idealmente costituire ancora oggi il punto d'incontro di quel nuovo compromesso sociale che fece dire a Luigi Salvatorelli, a chiusura del suo scritto in occasione del primo centenario della Repubblica romana, che "se nell'ultimo terzo del secolo decimonono Marx aveva sconfitto Mazzini, nella seconda metà del ventesimo Mazzini supera definitivamente Marx".
Dunque noi che siamo gli eredi orgogliosi di questa tradizione ci sentiamo impegnati a partecipare alle battaglie politiche dell'oggi, guardando al domani, ma avendo ben salde le radici su cui poggiano il nostro pensiero e la nostra azione. L'amico La Malfa al quale è affidata la conduzione del dibattito di oggi, spiegherà ora su quali temi verterà la discussione. Ma nel concludere questa mia introduzione tornano alla mente le parole con le quali Giosuè Carducci salutò a Bologna il passaggio della salma di Mazzini. "Oggi che è morto, o Italia quanta gloria e quanta bassezza e quanto debito per l'avvenire ".
Noi vogliamo lasciare agli storici di ricostruire il Mazzini storico - la gloria come le bassezze che subì nel suo tempo. Vogliamo invece concentrarci sul debito dell'Italia verso 
Mazzini, cioè sull'insegnamento che egli può ancora dare ai problemi di oggi ed a quelli di domani.


Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


Il profeta repubblicano. Riportare il grande esule genovese in una esatta prospettiva storica
Punto di riferimento dopo la crisi del socialismo.

Intervento pronunziato durante il convegno "Mazzini nostro contemporaneo", che si è svolto a Roma, Sala delle Colonne, Camera dei deputati, il 9 febbraio 2005.
Ieri abbiamo pubblicato l'intervento del segretario nazionale del Pri Francesco Nucara. Nella stessa giornata si sono succeduti gli interventi di Salvo Mastellone, Ferdinando Adornato, Roberto Balzani, Luigi Lotti, Luigi Marino.

Di Giorgio La Malfa

Nel suo messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica ha ricordato che ricorre nel 2005 il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini ed ha invitato a ricordarne la figura e l'opera. Per il Partito repubblicano italiano, che è l'erede diretto del mazzinianesimo, il 9 febbraio - ricorrenza della Repubblica Romana - è da sempre occasione per il ricordo di Giuseppe Mazzini. Ed è questo che abbiamo voluto fare anche quest'anno. Ma, invitando un folto gruppo di studiosi, intellettuali e politici, molti dei quali - e noi li ringraziamo particolarmente per la loro presenza qui oggi - non provengono dalle nostre file e appartengono a filoni culturali diversi dal nostro, abbiamo voluto evitare una semplice celebrazione.
Noi riteniamo che vi siano due aspetti del pensiero di Giuseppe Mazzini, ovviamente fra loro connessi, che debbono però essere esaminati con grande attenzione e tenuti distinti.
Vi è da un lato il Mazzini apostolo dell'unità nazionale italiana o della repubblica, pensatore e nello stesso tempo organizzatore dei moti risorgimentali, strettamente legato al problema italiano, idealista nel fissare i traguardi della propria azione, ma anche realista nell'apprezzare tutte le possibilità di progresso della causa. Questo è il Mazzini più noto e più studiato nell'Italia liberale ed anche nel secondo dopoguerra, che ha avuto ed ha i suoi estimatori ed i suoi detrattori, ma che comunque occupa un posto ben definito sia nella storia della formazione d'Italia, sia in quella delle idee che hanno preceduto ed accompagnato il moto risorgimentale. Ma vi è un secondo Mazzini pensatore politico, a contatto con il pensiero europeo del suo tempo, critico da un lato del liberismo individualista di Bentham, e dall'altro delle idee socialiste di Proudhon, di Fourier e, soprattutto, Carlo Marx. Noi vogliamo approfondire il pensiero di questo Mazzini, intellettuale europeo e pensatore sul tema della democrazia, dal punto di vista dei suoi fondamenti, dei suoi contenuti e dei suoi valori. Questo secondo Mazzini, che ovviamente gli studiosi conoscono, ma che è stato sovrastato nella ricostruzione del suo pensiero dalla figura dell'apostolo del Risorgimento, è -noi crediamo - un pensatore moderno che può parlare dei problemi delle democrazie dell'oggi. Per questo motivo abbiamo chiesto al professor Salvo Mastellone, che a questo aspetto del pensiero di Mazzini ha dedicato da molti anni la sua attenta opera di studioso, di voler introdurre la nostra discussione.

Questo Mazzini pensatore politico "in inglese" - per usare il titolo del libro recente di Mastellone, che è anche il curatore dei "Pensieri sulla democrazia in Europa", edito da Feltrinelli a noi appare, dopo la crisi dell'idea socialista, come un polo, un punto di riferimento importante. Del resto, qualche anno fa, fui colpito dal titolo di copertina dell'austero "Times Literary Supplement" che, sotto ad una stampa raffigurante Mazzini, usava l'espressione "Mazzini nostro contemporaneo". In sostanza, il tema sul quale oggi vorremmo ascoltare i nostri cortesi interlocutori è se, e in che misura, Mazzini possa esse-
re considerato un nostro contemporaneo, e come certi suoi pensieri, non solo quelli sull'unità d'Italia, né solo quelli sull'unità europea, ma quelli sui valori sociali che debbono improntare le democrazie, rivestano un perdurante interesse.

Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


Mazzini avversario di Marx: una prospettiva rimossa

di Riccardo Bruno

E stato un convegno importante quello che il Partito repubblicano ha dedicato a "Mazzini nostro contemporaneo", in occasione della ricorrenza della Repubblica Romana, a Roma, presso la Sala delle Colonne della Camera dei deputati.
La lezione di Salvo Mastellone, che resta il più importante studioso dell'opera mazziniana al mondo, era tesa a dimostrare la rilevanza internazionale che Mazzini aveva assunto presso l'élite intellettuale britannica in anni cruciali, quali quelli dal 1844 al `47. Anni che precedettero i principali moti insurrezionali, politici e culturali in Europa. 
Mastellone sostiene che in quel il momento si apre lo scontro fra Mazzini e Marx, in maniera talmente aspra da provocare una frattura nel filone democratico rivoluzionario, che non sarà mai più ricomposta. Non solo, ma che l'opera politica di Marx, il Manifesto del partito comunista, muove dalla necessità di una risposta all'iniziativa di Mazzini e dal suo tentato appeal presso le classi emergenti, inclusa quella operaia.
II problema storico assume un rilievo importante. Se Mazzini avesse dovuto mai seguire pedissequamente lo schema rivoluzionario marxiano, vista l'esiguità del movimento operaio nel nostro paese, e l'arretratezza del suo mondo agrario, egli avrebbe solo potuto sognare  l'indipendenza italiana. Se mai Mazzini avesse pensato di appoggiarsi al proletariato contro la borghesia, nemmeno in cent'anni si sarebbe fatta l'unità d'Italia. Per cui non è per lui possibile accettare lo schema della lotta di classe, senza compromettere la stessa possibilità di unità nazionale. Marx ha di fronte a sé la realtà di grandi paesi già indipendenti ed industrializzati, e dunque punta direttamente ad una trasformazione radicale del loro equilibrio interno, considerando, in verità, un solo riflesso meccanico: il capitalismo produce miseria, perché sono pochi i proprietari dei beni di produzione, e molti gli sfruttati. Un argomento che su Mazzini non eserciterà mai nessuna fascinazione, non per ragioni di insensibilità sociale, ma perché il suo giudizio è più positivo sulla capacità di evoluzione del capitalismo. Quello che a Marx appare un furto (la proprietà privata) a Mazzini sembra una condizione di realizzazione, mentre ciò che per Marx è un peso, per Mazzini è un motore. Visioni contrastanti che non possono stare insieme nemmeno un momento. "Le riflessioni sulla democrazia in Europa" avranno la caratteristica di fissare il massimo punto polemico con le nuove dottrine propugnate da Karl Marx. Da qui la risposta del Manifesto comunista. Non abbiamo molte possibilità di conoscere presso di noi con esattezza tutto questo percorso storiografico, perché l'opera di Mastellone "Mazzini e Marx" è pubblicata - e con successo - in America, ma non in Italia. Nel nostro Paese il professor Mastellone è fondamentalmente boicottato da editori ed istituzioni. Ha fatto piacere la dichiarazione d'intenti dell'onorevole Adornato, durante il convegno, volta a voler affrontare questo caso. E' però evidente che la scelta di aver seguito lo sviluppo del pensiero mazziniano, discriminato dalla cultura antifascista nel suo complesso, ché lo ha letto come una provinciale anticipazione del nazionalismo, ha penalizzato anche l'attività di chi lo ha studiato profondamente con qualche frutto. A questa marginalizzazione del pensiero mazziniano hanno infatti contribuito Gobetti, Croce, Gramsci, Togliatti e, per ovvie ragioni, tutti gli intellettuali cattolici. Le manifestazioni che il comitato ha affidato alla guida sapiente e partecipe dell'amico Stelio De Carolis, promosse nell'arco di quest'anno, tendono a colpire questo sentimento di avversione che è stato fatto calare su Mazzini, non soltanto per la sua idea nazionale, che solo una forzatura può tradurre nel nazionalismo, ma in quanto oppositore del socialismo e del potere del papato, in una Italia in cui i socialisti ed i seguaci della chiesa erano almeno il 70 per cento della popolazione. In certi casi 1'80. Magari Mazzini non diventerà mai patrimonio di tutti, anche se lo spessore di uno dei principali protagonisti dell' 800 è tale da poter avere- una volta posto nella sua giusta luce storica - ragioni di maggior successo. 
Il professor Balzani, durante il convegno romano, ha parlato di "secolarizzazione" di Mazzini. Un processo che potrebbe per lo meno consentire di restituirlo nella sua piena integrità ai repubblicani.

Articoli tratti da "La Voce Repubblicana"


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